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Cosa significa ne bis in idem

21 Giugno 2022
Cosa significa ne bis in idem

Principio del giudicato: non si può giudicare o punire un cittadino per due o più volte per lo stesso fatto.

Sono sicuro che, se hai sentito di recente recitare la frase “ne bis in idem”, ti sarai chiesto che cosa significa. Si tratta, come spesso succede, di un brocardo latino usato da avvocati e giudici per definire, in modo molto sintetico, una delle regole cardine del nostro processo.

Tuttavia, comprendere cosa significa ne bis in idem non richiede una laurea in legge, né competenze tecniche. Necessita solo un breve chiarimento che potremo dare in questo breve e pratico articolo.

Ti anticipo che, dopo aver compreso che vuol dire ne bis in idem, potrai anche capire come funziona la procedura civile e penale. Ma procediamo con ordine.

Ne bis in idem: traduzione

La parola “ne bis in idem” alla lettera significa «non due volte per lo stesso fatto». Significa dunque che sullo stesso fatto non ci possono essere due pronunce.

Ne bis in idem: significato nel processo civile e penale

Traslato al processo civile e penale, la frase ne bis in idem significa che un fatto, una volta deciso, non può essere giudicato una seconda volta (fatta salva chiaramente la possibilità di presentare appello o ricorso per Cassazione nei termini di legge). In buona sostanza, ciò implica che un giudice (o due giudici diversi) non possono giudicare due volte la stessa questione.

Non è quindi possibile:

  • presentare la stessa domanda, simultaneamente, a due giudici diversi;
  • oppure, dopo aver avuto una sentenza, rimettere in discussione il medesimo fatto dinanzi a un altro giudice.

Cosa significa ne bis in idem?

Per chi ancora non lo avesse capito, il principio di ne bis in idem implica il divieto, rivolto a qualsiasi giudice, di pronunciarsi su una materia che ha costituito oggetto di una pronuncia passata la quale è diventata definitiva, ossia – come si suol dire in gergo tecnico – che è «passata in giudicato».

Quando una sentenza diventa definitiva?

Una sentenza si dice “definitiva” – ossia “passa in giudicato” – quando non è più possibile impugnarla. E ciò avviene in due casi:

  • quando sono terminati tutti i gradi di giudizio (quindi, appello e Cassazione);
  • oppure quando sono scaduti i termini per impugnare la sentenza (30 giorni per l’appello o, contro la sentenza di appello, 60 giorni per il ricorso in Cassazione).

Che significa ne bis in idem in materia penale?

Il principio del ne bis in idem vale sia nel processo civile che in quello penale. Nel primo, abbiamo già visto che implica il divieto, per il cittadino, di presentare due volte la medesima questione al giudice (che sia lo stesso o un altro). Una volta presa la decisione e divenuta definitiva, il fatto non può più essere giudicato.

In materia penale, costituisce il principio secondo cui non è possibile imputare più volte lo stesso fatto all’autore di un crimine. Insomma, si può essere processati una sola volta.

Ne bis in idem sul lavoro

La Cassazione sostiene che il principio del ne bis in idem si applica anche ai procedimenti disciplinari nei confronti dei lavoratori dipendenti: non si può cioè censurare due volte lo stesso lavoratore per il medesimo fatto, non almeno laddove non vi siano fatti nuovi e sopravvenuti.

Perché esiste il principio di ne bis in idem?

In sostanza, il cosiddetto ne bis in idem viene definito come diritto a non essere giudicati o puniti due volte per lo stesso fatto. Tale accezione del divieto di doppio giudizio ha una valenza:

  • sia sostanziale, garantendo l’interesse collettivo alla certezza del diritto e quello individuale del soggetto sottoposto a procedimento penale;
  • sia processuale, soddisfacendo esigenze di economia processuale. In caso contrario, infatti, la giustizia italiana sarebbe sempre in movimento per i medesimi fatti.

Ne bis in idem nell’ambito del diritto internazionale ed europeo

Nell’ordinamento internazionale ed europeo, il principio del ne bis in idem trova oggi copertura legislativa nell’articolo 4 del Protocollo aggiunto alla Cedu 7 e nell’articolo 50 della Carta di Nizza.

In particolare, l’articolo 4 del VII Protocollo – rubricato Diritto a non essere giudicato o punito due volte – stabilisce che nessuno può essere perseguito o condannato penalmente dalla giurisdizione dello stesso Stato per un reato per il quale è già stato assolto o condannato a seguito di una sentenza definitiva, conformemente alla legge e alla procedura penale di tale Stato. Tale disposizione non impedisce la riapertura del processo, conformemente alla legge e alla procedura penale dello Stato interessato, se fatti sopravvenuti o nuove rivelazioni o un vizio fondamentale nella procedura antecedente sono in grado di inficiare la sentenza intervenuta. Non è autorizzata alcuna deroga a questa disposizione, ai sensi dell’articolo 15 della Convenzione.

Inoltre, l’articolo 50 della Carta di Nizza (Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea) dispone che nessuno può essere perseguito o condannato per un reato per il quale è già stato assolto o condannato nell’Unione a seguito di una sentenza penale definitiva conformemente alla legge.

Tale principio ha successivamente subito una espansione giurisprudenziale con la sentenza della Corte Edu del 4 marzo 2014 (caso Grande Stevens contro Italia), la quale aveva sostanzialmente stabilito con nettezza che uno stesso fatto non potesse essere sanzionato due volte, dapprima nel procedimento amministrativo in materia di abusi di mercato, caratterizzato da una tale afflittività del peso della sanzione da essere senza dubbio ricompreso nella “materia penale” individuata secondo i criteri di Engel e, quindi, successivamente, in un procedimento penale sorto sugli stessi fatti, in base al reato di cui all’articolo 185 del Dlgs 58/1998.

Con tale pronuncia è stata riconosciuta natura sostanzialmente penale alle sanzioni amministrative tributarie, a primo acchito, la previsione di ulteriori sanzioni (anch’esse afflittive) a carico dello stesso ente e per gli stessi fatti, comportava ad avviso della Corte una palese violazione del divieto di bis in idem.

Quale legge prevede il ne bis in idem?

Nel nostro ordinamento, si è ancorato il principio del ne bis in idem agli articoli 24 (che tutela il diritto di difesa) e 111 (che disciplina il giusto processo) della Costituzione e si è affermata la sua pregnanza in particolare nella materia penale.

A livello comunitario, oltre ai predetti articoli 4 del Protocollo Cedu e 50 della Carta di Nizza, una grande valenza assume la già citata e nota sentenza “Grande Stevens” con cui, sul tema della doppia sanzione in caso di market abuse, la Corte di Giustizia europea ha affermato la illegittimità dell’assoggettamento a processo penale per chi sia stato definitivamente sanzionato con le sanzioni Consob, essendo queste “amministrative” per il diritto italiano (cioè irrogate da un’autorità amministrativa e non dal giudice penale), ma “penali” per il diritto Cedu (perché punitive e afflittive).



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