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Cosa si intende per ingratitudine?

21 Giugno 2022
Cosa si intende per ingratitudine?

Quando si può revocare la donazione per ingiuria grave e danno al patrimonio. Il caso del coniuge infedele.

La donazione, per quanto atto irrevocabile, può essere ritrattata se il donatario si mostra ingrato nei confronti del donante. Ma cosa si intende per ingratitudine? Chiarire questo aspetto equivale anche a rispondere a un’altra frequente domanda: quando è possibile revocare la donazione e per quali cause? Cerchiamo di fare il punto della situazione focalizzandoci, in particolar modo, sui casi di revoca della donazione per ingratitudine.

Quando può revocare una donazione?

Come anticipato, solo eccezionalmente è possibile revocare la donazione. Ciò succede nei casi di:

  • sopravvenienza di figli che il donante non sapeva di avere al momento della donazione;
  • ingratitudine del donatario nei confronti del donante.

Cosa si intende per ingratitudine?

Quattro sono le cause tipiche di ingratitudine che portano alla revoca della donazione. Esse ricorrono quando il donatario (ossia il beneficiario della donazione):

  • abbia commesso uno dei comportamenti che comportano l’indegnità a succedere per come elencati dall’articolo 463 del Codice civile e da noi sintetizzati nella guida sull’indegnità a succedere;
  • si sia reso colpevole d’ingiuria grave verso il donante;
  • abbia dolosamente arrecato grave pregiudizio al patrimonio del donante;
  • abbia rifiutato indebitamente gli alimenti al donante.

Cosa si intende per ingiuria grave?

Il concetto di «ingiuria grave» che porta alla revoca della donazione è più ampio dalla nozione che un tempo dava il Codice penale (prima che il reato fosse depenalizzato) e che riguardava tutte le offese all’onore, al decoro e alla reputazione di una persona. Essa ricomprende anche i soprusi o in genere ciò che, secondo la realtà dei rapporti sociali, può essere considerato ingiuria.

Tuttavia, ove vi siano gli estremi dell’illecito dell’ingiuria non è necessario il donante agisca contro il donatario per chiedergli i danni.

L’ingiuria grave – richiesta quale presupposto necessario per la revocabilità di una donazione – consiste in un comportamento suscettibile di ledere in modo rilevante l’immagine e la morale del donante; essa deve manifestare, dinanzi alla collettività (e quindi in pubblico) un sentimento di avversione da parte del donatario, tale da ripugnare alla coscienza collettiva.

L’ingiuria grave è quindi caratterizzata per la manifestazione esteriorizzata, ossia resa palese ai terzi, di un durevole sentimento di disistima delle qualità morali e di irrispettosità della dignità del donante, contrastanti con il senso di riconoscenza che, in base alla coscienza comune, dovrebbero, invece, improntarne l’atteggiamento, e costituisce formula aperta ai mutamenti dei costumi sociali.

La donazione tra coniugi è soggetta a revoca per ingratitudine?

Sicuramente, è possibile revocare una donazione tra coniugi per ingratitudine a seguito di separazione, ma solo per quei comportamenti particolarmente gravi da ledere la dignità del donante.

Ad esempio, il semplice tradimento non rientra in tale ipotesi, a meno che non sia fortemente ingiurioso, come nel caso di una infedeltà consumatasi in pubblico oppure con un parente del coniuge.

La Cassazione ha evidenziato [1] come non basti a integrare tale ingiuria la semplice relazione extraconiugale, ma ha ritenuto che la circostanza che l’adulterio fosse maturato all’interno del nucleo familiare ristretto dei due coniugi e il fatto che si fosse sviluppato nella cornice di un comune ambiente lavorativo valessero a connotare in termini di gravità l’offesa all’onore patita dalla moglie e ad evidenziare, in lui, un atteggiamento di noncuranza e di assenza di rispetto nei confronti della dignità della moglie.

Nell’ipotesi di separazione, l’ingratitudine del coniuge donatario non può consistere nel solo fatto di aver posto fine alla convivenza né in quello di aver intrapreso una nuova convivenza, bensì nel modo ingiurioso in cui tali fatti siano stati compiuti [2].

In un precedente, la Cassazione ha ravvisato la ragione dell’ingratitudine non nella relazione extraconiugale in sé intrattenuta dal coniuge donatario, bensì nella circostanza che tale relazione era stata ostentata, anche fra le mura della casa coniugale, in presenza di una pluralità di estranei e, talvolta, anche del marito [3].

L’ingiuriato deve essere soltanto il donante e, quindi, il fatto ingiurioso non assume rilievo, ai fini della revocazione, se commesso verso i congiunti, anche i più stretti, del donante.

Cosa si intende per pregiudizio al patrimonio del donante?

Il pregiudizio al patrimonio del donante deve essere innanzitutto “grave” e, in secondo luogo, deve essere arrecato con deliberato proposito di danneggiare il donante, anche se non rientra in alcuno dei delitti contro il patrimonio previsti dalla legge. Si deve trattare di un malvagio proponimento di danneggiare il donante. Vi dovrà essere, tuttavia, proporzionalità tra l’entità del patrimonio e quella del danno arrecato al fine di configurare i presupposti per la domanda di revocazione. Infine, vi dovrà essere un effettivo danno del patrimonio del donante, non essendo sufficiente un semplice timore, o uno stato di pericolo.

Ad esempio, potrebbe trattarsi del proposito di danneggiare il donante stesso attraverso il furto o l’appropriazione violenta dei beni di quest’ultimo.

Cosa si intende per rifiuto degli alimenti?

Il donatario è tenuto a versare gli alimenti al donante qualora questi venga a trovarsi in una situazione di grave bisogno determinata dall’impossibilità di lavorare (ad esempio, per una malattia invalidante).

L’obbligo del donatario di versare gli alimenti rileva con precedenza rispetto anche al coniuge e ai figli del donante.

La causa di ingratitudine viene in rilievo solo se il rifiuto degli alimenti è indebito e proviene da una persona che sia obbligata a prestarli già in ragione di un rapporto di parentela o affinità sussistente con il donante (e non quindi nella qualità di donatario).


note

[1] Cass. sent. n. 19816/22.

[2] Cass. civ., sez. II, 25.2.1987 n. 2003

[3] Cass. civ., sez. II, 31 ottobre 2016, n. 22013.


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