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Quanto costa al datore di lavoro il licenziamento?

21 Giugno 2022
Quanto costa al datore di lavoro il licenziamento?

A quanto ammonta il ticket Naspi o tassa per il licenziamento; quando è dovuto il pagamento e per quali casi invece il datore non deve pagare. 

Dal 2013, l’azienda che licenzia un dipendente deve pagare un contributo allo Stato, meglio noto come ticket Naspi. Tale importo serve a finanziare l’assegno di disoccupazione che l’Inps eroga a chi perde il posto di lavoro non per propria colpa. Non è quindi una sorta di sanzione o di deterrente (anche se poi, alla fine, ha comunque il suo peso). Ma quanto costa al datore di lavoro il licenziamento? Il che equivale a chiedersi: a quanto ammonta il tiket Naspi? 

Prima di passare ai numeri, c’è da fare una premessa. È vero che il ticket Naspi grava sull’azienda ma, in alcuni casi, i giudici hanno autorizzato il datore di lavoro a recuperare tale importo dal dipendente quando il licenziamento sia dovuto a un grave comportamento di quest’ultimo, come nel caso di assenza ingiustificata. In tali ipotesi, ben può essere trattenuto l’importo della “tassa del licenziamento” dall’ultima busta paga o dal Tfr. Tale comportamento si è reso “necessario” per disincentivare – o quantomeno punire – quelle pratiche attuate da molti lavoratori che, pur volendo dimettersi dal lavoro, spingono il datore a licenziarli in modo da ottenere poi l’assegno di disoccupazione. 

Ma procediamo con ordine e vediamo ora quanto costa al datore di lavoro il licenziamento. 

Cos’è il ticket Naspi?

Il cosiddetto ticket Naspi o “ticket licenziamento” deve essere versato dal datore di lavoro nei casi di interruzione di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato per le cause che darebbero diritto all’assegno di disoccupazione, indipendentemente dal requisito contributivo, compresi i rapporti di lavoro intermittente [1], le imprese cooperative e i loro consorzi che trasformano, manipolano e commercializzano prodotti agricoli e zootecnici.

Il ticket Naspi è dovuto sia nel caso di licenziamento individuale che collettivo.

Il versamento è interamente a carico del datore di lavoro e deve essere eseguito in un’unica soluzione entro e non oltre il termine di versamento della denuncia successiva a quella del mese in cui si verifica l’interruzione del rapporto di lavoro.

A quanto ammonta il ticket Naspi?

Vediamo ora quanto costa al datore di lavoro licenziare il dipendente.  

Con riferimento al licenziamento individuale, il ticket licenziamento è:

  • pari al 41% del massimale mensile Naspi, per ogni 12 mesi di anzianità aziendale posseduta dal lavoratore negli ultimi 3 anni; 
  • da rideterminare in proporzione al numero di mesi lavorati (intesi come periodo di almeno 15 giorni) in caso di rapporti di lavoro inferiori a 12 mesi.

In relazione al 2022, la retribuzione imponibile da prendere a riferimento è 1.250,87 euro, mentre il massimale è pari a 1.360,77 euro.

Secondo i criteri ridefiniti dalla circolare n. 137/2021 e per il massimale previsto dalla circolare n. 26/2022, il ticket di licenziamento ammonta a euro 557,92 (41% del massimale mensile di 1.360,77) per ogni anno di servizio del lavoratore cessato, fino ad un massimo di euro 1.673,76.

In pratica, bisogna moltiplicare 557,92 per ogni anno che il lavoratore è stato in forza, sino a un massimo di tre anni.

  • Esempio: lavoratore in servizio 2 anni = 557,92 x 2

Il ticket risulta scollegato dall’importo della prestazione individuale e, conseguentemente, è dovuto in misura identica a prescindere dalla tipologia di lavoro a tempo pieno o parziale.

Dovendo il ticket essere calcolato in termini proporzionali rispetto ai mesi di anzianità aziendale, maturati dal dipendente nel limite massimo di 36 mesi, occorre quindi preliminarmente procedere alla determinazione dell’anzianità di servizio del lavoratore cessato.

Con riferimento ai licenziamenti collettivi effettuati da datori di lavoro assoggettati alla contribuzione di finanziamento della CIGS all’esito di procedure di licenziamento collettivo, avviate successivamente al 20.10.2017, l’aliquota è stata elevata all’82%. Invece, per i licenziamenti effettuati a seguito di procedure di licenziamento collettivo avviate entro il 20.10.2017 la quota è pari al 41%.

In caso di procedura di licenziamento collettivo in cui la dichiarazione di eccedenza del personale non abbia formato oggetto di accordo sindacale, l’importo del contributo, così come determinato sulla base degli importi sopra indicati, è triplicato.

Quando è dovuto il ticket Naspi?

Vediamo alcune ipotesi in cui il datore di lavoro deve pagare il ticket Naspi:

  • dimissioni del lavoratore per giusta causa o intervenute durante il periodo tutelato di maternità;
  • dimissioni del lavoratore a seguito di trasferimento d’azienda, quando le sue mansioni subiscano una sostanziale modifica nei tre mesi successivi al trasferimento stesso;
  • interruzione del rapporto di lavoro per rifiuto del lavoratore del trasferimento ad altra sede della stessa azienda distante oltre 50 km dalla residenza o mediamente raggiungibile in oltre 80 minuti con mezzi di trasporto pubblico;
  • licenziamento per giustificato motivo oggettivo;
  • licenziamento per giusta causa o per giustificato motivo soggettivo (licenziamento disciplinare);
  • licenziamento nel periodo tutelato di maternità;
  • recesso dal contratto di apprendistato, nel corso o al termine del periodo formativo;
  • recesso durante o al termine del periodo di prova, anche per mancato superamento del periodo di prova.

Quando non è dovuto il ticket Naspi?

Il datore di lavoro non è tenuto a versare il ticket Naspi nel caso di: 

  • dimissioni volontarie del dipendente;
  • recesso del datore nei confronti di lavoratore già pensionato;
  • nel settore edile, in caso di interruzioni dei rapporti per completamento delle attività e chiusura del cantiere;
  • cessazione del contratto a tempo determinato;
  • licenziamenti conseguenti a cambi di appalto cui siano seguite assunzioni presso altri datori di lavoro in forza delle “clausole sociali”, a condizione che la risoluzione del rapporto di lavoro alle dipendenze del datore di lavoro originario non sia dichiarata illegittima;
  • licenziamento di lavoratori prossimi alla pensione con procedure di incentivo all’esodo;
  • apprendistato di primo livello;
  • risoluzione consensuale del rapporto di lavoro.

note

[1] Art. 2 co. 31 e ss. della L. 28.6.2012 n. 92, circ. INPS 22.3.2013 n. 44 e messaggio INPS 27.6.2013 n. 10358

Autore immagine: depositphotos.com


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