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Stress da lavoro: quando non è dovuto il risarcimento

21 Giugno 2022
Stress da lavoro: quando non è dovuto il risarcimento

Tensione da lavoro e attività usurante: quando l’ambiente stressogeno è causa di danno per il lavoratore e fonte di risarcimento. 

Non sempre lo stress collegato al lavoro dà diritto al risarcimento. È vero, da un lato, che il datore di lavoro deve garantire la salute psicofisica dei propri dipendenti, tutelando le condizioni di lavoro ed evitando che lo svolgimento delle mansioni possa generare malattie nel corpo o nella mente. Ma dall’altro lato non può né intervenire sul carattere delle persone, spesso ansiose, agitate, inquiete ed apprensive, né contrastare eventuali atteggiamenti stakanovisti di chi magari, anche di notte, pensa al proprio lavoro e non se ne distacca mai. È stata la giurisprudenza [1] a chiarire quando non è dovuto il risarcimento per lo stress da lavoro. Cerchiamo di fare il punto della situazione.

La tutela della salute sul lavoro

Il Testo unico sulla salute e la sicurezza sul lavoro impone al datore la prevenzione della salute e della sicurezza sul lavoro. Il concetto di salute, tutelata dalla legge, non è inteso solo come assenza di infermità, ma anche come stato di completo benessere fisico, mentale e sociale.

Lo stesso articolo 2087 del Codice civile stabilisce che «l’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro».

In conseguenza dell’omissione delle misure di sicurezza, tutti i danni causati al dipendente devono essere risarciti. E nel concetto di «danno» si ricomprende qualsiasi alterazione, transitoria o permanente, dell’organismo, di una sua parte o di una sua funzione, da cui sorge un disagio fisico, mentale o sociale dell’individuo. 

Il datore di lavoro ha l’obbligo di garantire la salute e sicurezza dei lavoratori in tutti gli aspetti connessi alla loro vita professionale, inclusi i fattori psicosociali e di organizzazione del lavoro.

Quando lo stress da lavoro non è causa di risarcimento

In comportamenti stressogeni attuati volontariamente dal datore di lavoro nei confronti di un dipendente, anche in assenza di una pluralità di azioni vessatorie (che darebbero invece luogo a mobbing) si può parlare di straining. Lo straining non è previsto da alcuna norma di legge ma è stato elaborato dalla giurisprudenza. Secondo i giudici, si tratta di una situazione di forte stress lavorativo causata da un inadempimento del datore di lavoro di portata minore rispetto alla fattispecie del mobbing.

Lo straining è stato definito come una forma attenuata di mobbing nella quale non si riscontra il carattere della continuità delle azioni vessatorie, le quali, ove si rivelino produttive di danno all’integrità psicofisica del lavoratore, consentono al dipendente di ottenere il risarcimento del danno.

La giurisprudenza [2] ha definito lo straining come «una situazione di stress forzato sul posto di lavoro, in cui la vittima subisce almeno una azione che ha come conseguenza un effetto negativo nell’ambiente lavorativo, azione che oltre ad essere stressante è caratterizzata anche da una durata costante. La vittima è rispetto alla persona che attua lo straining, in persistente inferiorità. Lo straining viene attuato appositamente contro una o più persone ma sempre in maniera discriminante».

Spetta al dipendente dimostrare la situazione stressogena lavorativa e il conseguente danno alla salute. Ma, secondo la Cassazione, non c’è alcuna responsabilità del datore di lavoro quando «il danno lamentato dal lavoratore derivi dalla qualità intrinsecamente ed inevitabilmente usurante della ordinaria prestazione lavorativa [3] o tutto si riduca a meri disagi o lesioni di interessi privi di qualsiasi consistenza e gravità, come tali non risarcibili [4]».

In sostanza, lo straining non si configura quando si è in presenza di meri disagi legati alla qualità usurante dell’ordinaria prestazione lavorativa, in quanto le condizioni ordinariamente usuranti dell’attività in un contesto organizzativo gerarchico non si possono addossare all’impresa se mancano gli estremi della colpa.

In altri termini, la dipendenza di un’infermità da causa di servizio deve essere ancorata all’esistenza di specifici fatti, che non possono coincidere con il normale svolgimento dell’attività di servizio, seppur gravosa. E ciò vale anche nel rapporto di lavoro con la Pubblica Amministrazione [5].

La richiesta di risarcimento per stress lavorativo può essere presentata solo in presenza di fatti ed eventi eccedenti le ordinarie condizioni di lavoro, gravosi per intensità e durata. Restano quindi escluse le circostanze e le condizioni del tutto generiche, quali inevitabili disagi, fatiche e momenti di stress, che costituiscono fattore di rischio ordinario in relazione alla singola tipologia di prestazione lavorativa. Sicché, la semplice descrizione dei compiti svolti, sia pure impegnativi, e l’indicazione dei disagi sopportati durante il normale espletamento del servizio non possono portare a concludere che straordinari fattori di rischio abbiano certamente inciso sul suo stato di salute. 

Inoltre, sempre secondo la Cassazione, non è risarcibile il danno lamentato dal lavoratore a causa dell’eccessivo carico di lavoro e dal cumulo di mansioni se non è dimostrato che l’imposizione è provocata dal datore di lavoro. Lo stacanovista che sceglie di compiere mansioni eccessive è causa del suo male e non può poi rivalersi contro il datore di lavoro [6]. Spetta quindi al dipendente provare che il lavoro straordinario oltre i limiti di legge è imposto dal datore di lavoro e non da una sua scelta libera personale. Se manca la prova dell’imposizione da parte del capo, è il lavoratore che decide di farsi carico autonomamente di oneri spettanti ad altri e di cui altri avevano la responsabilità, trattandosi di una sua esclusiva scelta di ordine morale.

Cos’è lo stress lavoro correlato?

In questo contesto, acquisisce una fondamentale importanza il concetto di stress lavoro correlato: si tratta di una condizione di squilibrio, che si verifica quando il lavoratore non si sente in grado di rispondere alle richieste lavorative. 

Questa condizione, se prolungata nel tempo e di rilevante intensità, può avere effetti negativi sull’individuo, e di conseguenza sull’azienda: lo stress, difatti, pur non essendo una malattia, ma una situazione di prolungata tensione, può ridurre l’efficienza sul lavoro e può determinare un cattivo stato di salute.

L’individuo è assolutamente in grado di sostenere un’esposizione di breve durata alla tensione, che può essere considerata positiva, ma ha maggiori difficoltà a sostenere un’esposizione prolungata ad una pressione intensa. Inoltre, individui diversi possono reagire differentemente a situazioni simili, e lo stesso individuo può reagire diversamente di fronte a situazioni simili in momenti diversi dalla propria vita.

In base all’Accordo Europeo sullo Stress lavoro correlato del 2004, per valutare se la manifestazione di stress è correlata al lavoro è necessario analizzare:

  • l’eventuale inadeguatezza nella gestione dell’organizzazione e dei processi di lavoro (disciplina dell’orario di lavoro, autonomia dei lavoratori, corrispondenza tra le competenze dei lavoratori e le mansioni assegnate, distribuzione dei carichi di lavoro, ecc.);
  • le condizioni di lavoro e ambientali (microclima, rumore, presenza di sostanze pericolose, ecc.);
  • la comunicazione interpersonale (incertezza sulle prestazioni richieste, sulle prospettive di impiego o su possibili cambiamenti dell’attività, ecc.);
  • ulteriori fattori soggettivi (tensioni emotive e sociali, sensazione di non poter far fronte alla situazione, percezione di mancanza di attenzione nei propri confronti, ecc.).

note

[1] Cass. Sez. Lav. 23 maggio 2022, n. 16580

[2] Trib. Bergamo sent. 20.6.2005 n. 286.

[3] Cass. 29 gennaio 2013, n. 3028.

[4] Cass., S.U., 22 febbraio 2010, n. 4063; Cass., S.U., 11 novembre 2008, n. 26972.

[5] Tar Roma, sent. n. 12632/2019.

[6] Cass. sent. n. 17438/2015.

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Corte di Cassazione Sezione Lavoro Civile Ordinanza 23 maggio 2022 n. 16580

Data udienza 27 gennaio 2022

Integrale

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRONZINI Giuseppe – Presidente

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – Consigliere

Dott. TRICOMI Irene – Consigliere

Dott. SPENA Francesca – Consigliere

Dott. BELLE’ Roberto – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 21640/2016 R.G. proposto da:

(OMISSIS), rappresentata e difesa dagli avv.ti (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), e presso lo studio della prima in (OMISSIS), elettivamente domiciliata;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’ISTRUZIONE, DELL’UNIVERSITA E DELLA RICERCA, rappresentato e difeso dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui uffici in Roma, via dei Portoghesi 12 e’ elettivamente domiciliato;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 31/2016 della Corte d’Appello di Genova, depositata il 16.3.2016, n. R.G. 448/2015.

Udita la relazione svolta nella Camera di consiglio del 27.1.2022 dal Consigliere Dott. Roberto Belle’.

RILEVATO

che:

1. la Corte d’Appello di Genova, riformando solo parzialmente la sentenza del Tribunale della stessa citta’, ha confermato la reiezione della domanda di risarcimento del danno per comportamenti mobbizzanti o comunque indebitamente lesivi posti in essere nei confronti di (OMISSIS), docente in servizio presso l’ (OMISSIS) di (OMISSIS) ed ha invece accolto la domanda, gia’ respinta in primo grado, di rimborso delle spese anticipate dalla lavoratrice per la partecipazione ad un Corso di formazione in ambito di sicurezza, nonche’ di rimborso delle spese di trasferta e dell’equivalente delle giornate di ferie e dei permessi utilizzati dalla ricorrente per la frequentazione del Corso stesso;

la Corte territoriale ha dato atto che le condotte allegate in cause erano sostanzialmente pacifiche tra le parti, ma ha ritenuto, da un lato, che il datore di lavoro avesse fornito punto per punto chiarimenti e ragionevoli motivazioni dei comportamenti tenuti e dei fatti verificatisi, nel complesso dovendosi escludere che si potesse ravvisare una strategia persecutoria posta in essere nei riguardi della lavoratrice e potendosi ricollegare la sindrome depressiva prospettata dalla ricorrente ad una sua particolare risposta soggettiva rispetto alle decisioni organizzative;

la sentenza impugnata, con riferimento a quanto la (OMISSIS) aveva chiesto in pagamento, richiamava, nel rigettare le pretese a titolo di compensi per le funzioni attribuite, le argomentazioni sfavorevoli alla (OMISSIS) gia’ svolte dal Tribunale, mentre riconosceva il diritto al rimborso dei costi di partecipazione al Corso di formazione sulla sicurezza, oltre che all’equivalente delle ore di permesso e delle ferie utilizzate per partecipare alla formazione e cio’ sul presupposto che la ricorrente fosse stata autorizzata alla partecipazione a tale Corso, peraltro obbligatoria per lo svolgimento degli incarichi di sicurezza;

2. la (OMISSIS) ha proposto ricorso per cassazione con due motivi, cui il Ministero dell’Istruzione, dell’Universita’ e della Ricerca (di seguito, MIUR) ha resistito con controricorso, contenente anche ricorso incidentale; la ricorrente principale ha infine depositato memoria.

CONSIDERATO

che:

1. il primo motivo denuncia la violazione e falsa applicazione di norme di diritto (articolo 360 c.p.c., n. 3), e si articola in una pluralita’ di passaggi con cui si afferma:

– la violazione dell’articolo 2087 c.c., per essersi ritenuto che la mera legittimita’ della condotta, peraltro contestata, fosse sufficiente ad esimere il datore di lavoro da responsabilita’, essendo lo stesso viceversa tenuto ad attivarsi per evitare il danno ai lavoratori, senza contare che l’intento lesivo andava ritenuto provato sulla base degli elementi gravi, precisi e concordanti emersi e del carattere emulativo di talune scelte, finite per tradursi addirittura in pregiudizi per l’Amministrazione;

– ancora la violazione dell’articolo 2087 c.c., per non essersi valutato che la stessa sequenza causale degli eventi comportava la responsabilita’ datoriale anche in assenza di intento vessatorio;

– la violazione concomitante dell’articolo 2697 c.c., e articolo 115 c.p.c., perche’ la prova dei fatti e del danno vi era stata e dunque la ipotetica giustificatezza delle condotte datoriali non poteva sovvertire gli esiti del giudizio, traducendosi, l’avere invocato la Corte territoriale una “particolare risposta soggettiva” rispetto alle decisioni organizzative, quale causa della lesione della salute manifestatasi, in un mero apprezzamento sfavorevole, privo di rilievo giuridico;

– la violazione delle stesse norme, per essersi ritenuto che fosse onere del lavoratore fornire prova della condotta mobbizzante, in quanto, una volta provato il danno e la nocivita’ dell’ambiente, era invece il datore a dover dimostrare di avere fatto tutto il possibile per evitare il pregiudizio;

– la violazione degli articoli 1175 e 1375 c.c., per essersi ritenuta lecita la scelta del Dirigente di non confermare e non nominare la ricorrente, se non previa presentazione di scuse da parte sua, negli incarichi sulla sicurezza, pur essendo l’unico soggetto a tal fine formato;

– la violazione del Decreto Legislativo n. 81 del 2008, articolo 32, per avere la Corte ritenuto che ragioni fiduciarie potessero consentire di non attribuire alla ricorrente gli incarichi sulla sicurezza per l’anno 2012/2013, allorquando soltanto essa risultava formata in tal senso, giungendosi anzi alla nomina di insegnante che doveva ancora frequentare il Corso, con susseguenti costi di formazione;

– la violazione del Decreto Legislativo n. 165 del 2001, articolo 40, comma 3, in quanto era stata negata alla ricorrente l’attribuzione di quanto in suo favore stanziato in sede di contrattazione di istituto della funzione di “organizzazione spazi”, corrispondendole solo Euro 1.500,00 dei 2.000,00 stabiliti ed indebitamente attribuendo i restanti 500 Euro ad altra incaricata della medesima funzione, cosi’ gravemente contravvenendo agli obblighi negoziali assunti;

il secondo motivo di ricorso denuncia l’omesso esame di fatto decisivo (articolo 360 c.p.c., n. 5), ed indica quattrodici circostanze solo parzialmente disaminate dalla Corte territoriale, il che secondo la ricorrente aveva avuto un’incidenza decisiva sulla pronuncia finale e sulle valutazioni da svolgere rispetto ad essa;

i plurimi profili sollecitati dai due motivi possono essere esaminati congiuntamente, secondo l’ordine logico-giuridico delle questioni;

2. deve iniziarsi intanto dalle questioni riguardanti specifici aspetti di illegittimita’ nei comportamenti datoriali che sarebbero stati indebitamente denegati dalla Corte territoriale;

2.1 il rifiuto del Dirigente di conferire gli incarichi di sicurezza alla (OMISSIS) per l’anno 2012/2013 non puo’ in se’ dirsi illegittimo e comunque fonte della lesione di un diritto della stessa;

vanno infatti condivise le affermazioni dei giudici di merito secondo cui il Dirigente mantiene tratti di ampia discrezionalita’ nella scelta eventualmente di non nominare il dipendente scolastico in possesso dei titoli utili;

il Decreto Legislativo n. 81 del 2008, l’articolo 31, e l’articolo 32, comma 8, con riferimento specifico agli istituti scolastici, prevedono in sostanza che il datore di lavoro possa esercitare in proprio quelle funzioni e/o possa designare dipendenti muniti del titolo di formazione oppure, in mancanza, ricorrere a soggetti esterni;

secondo la ricorrente, da tale sistema deriverebbe che, se il Dirigente non opti per l’esercizio in proprio, per scelta o perche’ non in possesso dei titoli, la designazione dovrebbe andare al personale munito di quei titoli e cio’ in via necessaria, se ad essere tale sia uno solo dei dipendenti, come si assume sarebbe stato nel caso di specie;

tuttavia, le cose non stanno e non possono stare in questi termini, perche’ e’ corretto l’assunto in ordine alla portata sensibilmente fiduciaria dell’incarico, nel senso che il Dirigente, anche in presenza di personale munito di titoli, resta tenuto ad una valutazione piu’ ampia, cui non possono essere estranei profili di idoneita’ relazionale del designando, sotto pena di una eventuale culpa in eligendo, qualora poi si verificassero problemi; valutazione che la Corte territoriale, con un non implausibile e come tale insindacabile apprezzamento di merito, ha ritenuto essere stata svolta, in senso sfavorevole verso la scelta della ricorrente, per la “difficolta’” manifestatasi nei rapporti con essa e per le segnalazioni di “criticita’”, sempre rispetto ad essa, da parte di rappresentanti di classe e genitori; a fronte di cio’, in assenza di altre persone munite del titolo, la scuola avrebbe potuto fare ricorso ad un incarico esterno, sicche’ resta evidente che, se anche fosse – lo si dice per mera ipotesi – da ritenere illegittimo l’incarico viceversa dato ad altra insegnante in via di formazione specifica, non si puo’ dire che, cosi’ operando, stante la legittima valutazione di perdita dell’elemento fiduciario verso la (OMISSIS), si fosse leso un diritto di quest’ultima, in quanto insussistente;

2.2 vi e’ poi la questione sul compenso per la funzione aggiuntiva di “organizzazione spazi”;

sul punto, la ricorrente assume che la contrattazione di istituto avrebbe riconosciuto in suo favore tale compenso in misura di Euro 2.000,00, mentre poi lo furono date solo Euro 1.500,00 ed altri Euro 500,00 furono attribuiti ad altro docente che aveva collaborato nella medesima attivita’; la Corte territoriale su tali “altri importi” ha invece richiamato, condividendola, l’argomentazione del Tribunale, in quanto l’appello non aveva proposto elementi di difesa diversi da quelli gia’ esposti nel ricorso introduttivo;

il giudizio, in punto di fatto, fa dunque leva sull’avvenuto stanziamento di una somma di Euro 2.000,00 per quel servizio e sulla nomina di “titolare” rispetto ad esso della (OMISSIS) (v. ricorso per cassazione, pag. 21, ultimo periodo), circostanze ritenute in se’ vere dai giudici, ma non tali da comportare una discriminazione, perche’ la ripartizione del fondo avvenne poi, nei termini sopra detti, tra i due insegnanti intervenuti per lo svolgimento del servizio;

analogamente, la difesa dall’Avvocatura sostiene che la delibera di stanziamento prevede un responsabile ed una somma attribuita al progetto, poi da dividersi sulla base della partecipazione di singoli insegnanti alle attivita’ svolte;

a parte la logicita’ intrinseca di tali ricostruzioni, vi e’ da dire che il motivo non poteva limitarsi a richiamare il documento contenente la deliberazione di istituto in proposito, ma, per contrastare le conclusioni dei giudici di merito, avrebbe dovuto argomentare, se del caso con il richiamo ai debiti canoni ermeneutici (tra le molte, Cass. 24 gennaio 2022, n. 1951; Cass. 15 dicembre 2020, n. 28625), sul tenore dell’originaria statuizione di istituto, trascrivendone il testo per quanto di ragione, al fine di far constare che appunto, come sostenuto, essa conteneva l’attribuzione diretta ed esclusiva alla ricorrente di quei 2.000,00 Euro e non uno stanziamento con nomina di un titolare, in se’ non ostativo al fatto che poi le somme fossero da suddividere – come ritenuto dalla Corte territoriale – con chi avesse in concreto operato su quel progetto;

tali elementi non sono riportati nel motivo di ricorso e cio’ ne comporta l’inidoneita’ a sorreggere la corrispondente censure in sede di legittimita’, stanti i presupposti di specificita’ di cui all’articolo 366 c.p.c., comma 1, (Cass. 24 aprile 2018, n. 10072) e di autonomia del ricorso per cassazione (Cass., S.U., 22 maggio 2014, n. 11308) che la predetta norma nel suo complesso esprime, con riferimento in particolare, qui, ai nn. 4 e 6 della stessa disposizione, da cui si desume la necessita’ che la narrativa e l’argomentazione siano idonee, riportando anche la trascrizione esplicita dei passaggi degli atti e documenti su cui le censure si fondano, a manifestare pregnanza, pertinenza e decisivita’ delle ragioni di critica prospettate, senza necessita’ per la S.C. di ricercare autonomamente in tali atti e documenti i corrispondenti profili ipoteticamente rilevanti (v. ora, sul punto, Cass., S.U., 27 dicembre 2019, n. 34469);

2.3 infine, vi e’ da considerare il rivendicato diritto al rimborso dei costi di partecipazione al Corso di formazione, con il rimborso delle trasferte e il ristoro per i permessi non concessi;

come si dira’ meglio infra, anche tale diritto non sussiste, se non per quanto riguarda i permessi ed un ristoro che si fissa per essi in Euro 328,84;

3. sempre in punto di fatto, va quindi disattesa la censura – di cui al secondo motivo – in ordine all’omesso esame di circostanze decisive; non puo’ infatti affermarsi in assoluto che la sentenza di appello abbia trascurato quei fatti, perche’ essa, nell’escludere una strategia persecutoria, fa riferimento alle condotte “considerate nel loro insieme”, per poi analizzare in particolare quelle “asseritamente maggiormente lesive” riguardanti gli incarichi per la sicurezza e ribadendo poi che le valutazioni riguardavano comunque anche gli “ulteriori episodi denunciati”;

al di la’ di cio’, la denuncia di cui all’articolo 360 c.p.c., n. 5, e’ svolta elencando una serie di circostanze, delle quali non e’ dato percepire l’effettiva decisivita’, se non sulla base dello sviluppo di un ragionamento di merito radicalmente alternativo a quello svolto dalla Corte territoriale secondo cui dall’insieme dei fatti non restava neppure ingenerato il dubbio di un intento persecutorio, mentre i comportamenti denunciati avevano trovato ragionevoli motivazioni nelle difese del Ministero e nell’interrogatorio libero del dirigente e in definitiva l’accaduto andava ridotto a personali interpretazioni (negative) dei vari episodi e ad una particolare risposta soggettiva della ricorrente rispetto alle scelte organizzative da tempo in tempo assunte ed interferenti con la sua persona; le circostanze di cui la ricorrente afferma esplicitamente l’integrale omesso esame sono poi elencate con i numeri 4, 7, 8, 10, 11, 13 e 14; si tratta tuttavia di condotte (richiesta di scuse, richiesta di indicazione di norme rispetto a domande di permessi, erronee informative sulla soprannumerarieta’, assegnazione di incarichi per elaborazioni poi non utilizzate; pubblicizzazione di denuncia su irregolarita’ rilevate dalla ricorrente nelle elezioni delle rappresentanze sindacali; consegna in classe delle contestazioni disciplinari) che, pur seguendo la descrizione della ricorrente contenuta nella prime pagine del ricorso per cassazione, appaiono suscettibili di diverse valutazioni, non necessariamente in termini di illiceita’ e che dunque e’ la ricorrente a sentire come umiliazioni, pur non essendo inevitabilmente tali e non essendo state evidentemente intese come tali dalla Corte di merito;

altre condotte (mancata convocazione a riunioni, ma anche l’essere emersa in sede di contrattazione di Istituto la questione sui rimborsi alla ricorrente per il Corso sulla sicurezza) risultano descritte in modo eccessivamente generico per imporre con la necessaria decisivita’ una diversa valutazione in ipotesi rilevante ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 5, ed altre ancora (questioni sul rimborso dei costi per il Corso di formazione ed oneri collegati), di cui si dira’ in dettaglio di seguito, sono in se’ caratterizzate da complessita’ giuridiche e fattuali tale da escludere, anche per la limitata rilevanza economica entro cui esse risultano infine fondate, di poter muovere in base ad esse decisive argomentazioni tali da sovvertire con alto grado di probabilita’ il giudizio globalmente sviluppato dalla Corte territoriale rispetto all’intenzionalita’ lesiva delle condotte o ad un indebito ed ineludibile coefficiente stressogeno ad esse conseguente;

nell’insieme dei fatti in esso richiamati, il motivo non integra in definitiva un idoneo rilievo ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 5, ed ha ancora la portata di una prospettazione di una diversa valutazione di merito dei fatti di causa, impropria rispetto al giudizio di legittimita’ (Cass., S.U., 27 dicembre 2019, n. 34476; Cass., S.U., 25 ottobre 2013, n. 24148); tale ragionamento esclude altresi’ che abbia pregio il richiamo ad una violazione delle norme sulle presunzioni, per mancato esercizio del corrispondente potere di deduzione logica, rientrando oramai tale aspetto nell’ambito della fattispecie di cui all’articolo 360 c.p.c., n. 5, (Cass. 6 luglio 2018, n. 17720), della quale come detto non ricorrono i presupposti;

4. neppure ricorrono le violazioni di legge di cui alle censure proposte dalla ricorrente con il primo motivo;

4.1. secondo gli orientamenti maturati presso questa S.C. si puo’ ritenere che:

– e’ configurabile il mobbing lavorativo ove ricorra l’elemento obiettivo, integrato da una pluralita’ continuata di comportamenti pregiudizievoli per la persona interni al rapporto di lavoro e quello soggettivo dell’intendimento persecutorio nei confronti della vittima (Cass. 21 maggio 2018, n. 12437; Cass. 10 novembre 2017, n. 26684) e cio’ a prescindere dalla illegittimita’ intrinseca di ciascun comportamento, in quanto la concreta connotazione intenzionale colora in senso illecito anche condotte altrimenti astrattamente legittime, il tutto secondo un assetto giuridico pianamente inquadrabile nell’ambito civilistico, ove si consideri che la determinazione intenzionale di un danno alla persona del lavoratore da parte del datore di lavoro o di chi per lui e’ in re ipsa ragione di violazione dell’articolo 2087 c.c.;

– e’ configurabile lo straining quando vi siano comportamenti stressogeni scientemente attuati nei confronti di un dipendente, anche se manchi la pluralita’ delle azioni vessatorie (Cass. 10 luglio 2018, n. 18164) o esse siano limitate nel numero (Cass. 29 marzo 2018, n. 7844), ma anche nel caso in cui il datore di lavoro consenta, anche colposamente, il mantenersi di un ambiente stressogeno fonte di danno alla salute dei lavoratori (Cass. 19 febbraio 2016, n. 3291), anche qui, al di la’ delle denominazioni, lungo la falsariga della responsabilita’ dolosa o anche colposa del datore di lavoro che indebitamente tolleri l’esistenza di una condizione di lavoro lesiva della salute ancora secondo il paradigma di cui all’articolo 2087 c.c.;

– e’ comunque configurabile la responsabilita’ datoriale a fronte di un mero inadempimento – imputabile anche solo per colpa – che si ponga in nesso causale con un danno alla salute (ad es. applicazione di plurime sanzioni illegittime: Cass. 20 giugno 2018, n. 16256; comportamenti che in concreto determinino svilimento professionale: Cass. 20 aprile 2018, n. 9901) e cio’ secondo le regole generali sugli obblighi risarcitori conseguenti a responsabilita’ contrattuale (articoli 1218 e 1223 c.c.);

– si resta invece al di fuori della responsabilita’ ove i pregiudizi derivino dalla qualita’ intrinsecamente ed inevitabilmente usurante della ordinaria prestazione lavorativa (Cass. 29 gennaio 2013, n. 3028) o tutto si riduca a meri disagi o lesioni di interessi privi di qualsiasi consistenza e gravita’, come tali non risarcibili (Cass., S.U., 22 febbraio 2010, n. 4063; Cass., S.U., 11 novembre 2008, n. 26972);

4.2 nel caso di specie, gia’ si e’ detto dell’improponibilita’, a fondamento di un assetto stressogeno, dell’unico inadempimento (quello sui permessi) che si va infine a ravvisare;

quanto al resto, la Corte territoriale non nega che la ricorrente abbia potuto sviluppare, in ragione anche dell’attivita’ lavorativa, una sindrome depressiva, ricollegandone tuttavia l’insorgenza ad una particolare risposta soggettiva rispetto alle decisioni organizzative assunte dalla dirigenza scolastica e quindi escludendo che si determini il sorgere di un diritto risarcitorio;

al di la’ della valutazione etiologica, di tenore piu’ spiccatamente medico legale e sulla quale si appuntano alcune delle critiche della parte ricorrente, cio’ che va qui valutato e’ il ricorrere o meno di una condizione ambientale stressogena giuridicamente rilevante, nel senso di tale da comportare il sorgere di una responsabilita’ risarcitoria secondo le fattispecie racchiuse nella denominazione di straining, nella variante colposa di esso, come detto riportabile comunque alla fattispecie di cui all’articolo 2087 c.c.;

la Corte d’Appello ha in concreto ritenuto che, nel complesso, le condotte datoriali si caratterizzassero per essere munite di ragionevoli motivazioni e giustificazione dell’operato;

tale valutazione in se’ esclude che, se anche in concreto l’effetto della convivenza lavorativa sia stato quello dell’insorgere in capo alla (OMISSIS) di una sindrome depressiva, di essa si possa incolpare a titolo risarcitorio il datore di lavoro;

infatti, la ragionevole motivazione e giustificazione significa che, quali che siano le reazioni soggettive dei singoli coinvolti dall’ambiente, quanto fatto corrisponde a connotati inscindibilmente non impropri di quella prestazione e contesto lavorativo;

questa S.C. ha infatti gia’ ritenuto che le condizioni ordinariamente usuranti dal punto di vista psichico (Cass. n. 3028/2013 cit. e, prima Cass. 21 ottobre 199, n. 10361), per effetto della ricorrenza di contatti umani in un contesto organizzativo e gerarchico, per quanto possano eventualmente costituire fondamento per la tutela assicurativa pubblica (Decreto del Presidente della Repubblica n. 1124 del 1965 e Decreto Legislativo n. 38 del 2000, nelle forme della c.d. “costrittivita’ organizzativa”), non sono in se’ ragione di responsabilita’ datoriale, se appunto non si ravvisino gli estremi della colpa comunque insiti nel disposto dell’articolo 2087 c.c., che regola anche tale fattispecie;

il riconoscimento di tale ragionevole motivazione e giustificazione esclude dunque ogni responsabilita’ risarcitoria perche’ integra di per se’ il fatto che il datore di lavoro abbia tenuto un comportamento consono al contesto, sicche’ per escludere il danno dovrebbe in realta’ impedirsi l’attivita’, il che non puo’ essere perche’ il servizio scolastico e’ ineludibile e comporta necessariamente quei contatti umani e quanto ne puo’ ordinariamente conseguire;

4.3 la positiva valutazione della Corte territoriale rispetto all’appropriatezza dei comportamenti, pur se tali da comportare legittime condizioni di divergenza in particolare con la (OMISSIS), rende superfluo qualsiasi ragionamento in ordine all’onere della prova, nel senso che, una volta dimostrata l’ordinarieta’ del conflitto e della situazione organizzativa ed interpersonale rispetto alla tipologia di ambiente e l’assenza di elementi di esorbitanza da tale normale assetto calibrato sulla tipologia del singolo lavoro, va da se’ l’esonero del datore da responsabilita’ per il danno psichico che, in via di fatto, comunque emerga;

5. il ricorso principale va dunque rigettato;

6. il ricorso incidentale si articola su due motivi, di cui il primo dedicato alla violazione e/o falsa applicazione del CCNL di comparto, articolo 64, del Decreto Legislativo n. 81 del 2008, articoli 36 e 37, del D.I. n. 44 del 2001, articoli 32-34, e del Decreto Legislativo n. 163 del 2006, articolo 2, (Codice dei Contratti Pubblici), applicabile ratione temporis (articolo 360 c.p.c., n. 3), e con esso si assume che l’ipotesi della (OMISSIS) non rientra nel disposto del predetto CCNL, articolo 64, in quanto quest’ultima riguarda i Corsi, a partecipazione gratuita e con rimborso delle spese di viaggio, organizzati dalla P.A. o dalle istituzioni scolastiche, mentre quello seguito nel caso di specie non era tale ed era Corso a pagamento;

l’eventuale avvio dei docenti ad un corso svolto all’esterno della P.A. come forma di corso lato sensu organizzato dall’istituzione scolastica, secondo il Ministero, avrebbe dovuto vedere coinvolto il Dirigente Scolastico, nella sua capacita’ negoziale, quale contraente secondo le regole proprie della gestione amministrativo-contabile delle istituzioni scolastiche;

la scelta del Corso da parte della stessa docente, in tale quadro, sempre secondo il Ministero costituiva violazione della disciplina di cui sopra, oltre che dei principi propri dei contratti pubblici, quali delineati ratione temporis, dal Decreto Legislativo n. 163 del 2006;

con un secondo motivo il Ministero nega che vi fosse stata l’autorizzazione del Dirigente Scolastico allo svolgimento di quel Corso, affermando che egli si era limitato ad apporre un visto, senza alcuna aggiunta, alla richiesta di permessi retribuiti da parte della ricorrente ed al proposito il motivo adduce il vizio di motivazione, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 5, per non avere la Corte territoriale considerato il documento del 21.10.2011, di pochi giorni precedente, in cui il medesimo Dirigente, a fronte della richiesta di permessi per la frequenza a quel Corso in data 19.10.2011, aveva chiesto a quali norme della contrattazione collettiva quella richiesta facesse riferimento e rilevava come la frequenza a quel Corso fosse stata ritenuta – dalla docente – autorizzata prima ancora di una risposta da parte del Dirigente;

i due motivi vanno analizzati congiuntamente, stante la loro connessione;

6.1 il fatto che dal doc. 5, destinato alla richiesta di permessi per il diritto allo studio, derivasse l’autorizzazione alla docente a frequentare quel Corso di formazione non e’ in se’ efficacemente attinto dai motivi di ricorso, sia perche’ il primo di essi e’ di mero diritto, sia perche’ il secondo adduce una diversa interpretazione del significato da attribuire a quel documento la cui censura, trattandosi in sostanza di un atto amministrativo, avrebbe semmai dovuto essere veicolata nelle forme della violazione di legge (articolo 360 c.p.c., n. 3), attraverso il richiamo ai canoni ermeneutici violati e non certo richiamando l’articolo 360 c.p.c., n. 5, senza contare che il documento contiene la scritta “si autorizza” e non solo un “visto”;

6.2 resta viceversa aperta la questione in ordine al fatto che, effettivamente, dalla autorizzazione alla partecipazione a quel Corso derivasse quanto assume la Corte territoriale, ovverosia un obbligo di rimborso dei costi di esso, di quelli per le trasferte e il diritto della ricorrente a fruire di permessi retribuiti;

6.2.1 senza dubbio da quella autorizzazione deriva il diritto alla fruizione dei permessi, in quanto dal C.C.N.L. di comparto 29 novembre 2007, articolo 64, comma 5, si evince che il beneficio non dipende dal fatto che si tratti di corsi organizzati dalla P.A., in quanto anzi, in tal ultimo caso, non vi sarebbe proprio a parlare di permessi, ma di imputazione delle ore di formazione ad ore di lavoro (del medesimo C.C.N.L., articolo 64, comma 3); il numero delle ore non appare poi incompatibile con la previsione contrattuale ne’ il Ministero adduce ragioni per cui quei permessi effettivamente non spettassero;

6.2.2 viceversa, l’avere direttamente fatto discendere, dalla mera autorizzazione a partecipare a quel Corso, il diritto al rimborso dei costi di quelle sessioni formative svolte da un soggetto non incaricato dalla P.A., oltre che dei costi di trasferta non e’ invece, in se’, corretto;

in linea di principio, il diritto all’esenzione dai costi, anche quale delineato dall’articolo 64, comma 3 cit., discende dal fatto, fisiologico, dell’organizzazione dei corsi, interni o esterni, ad opera dello stesso datore di lavoro, secondo quanto previsto e regolato in materia di sicurezza dal Decreto Legislativo n. 81 del 2008, articolo 32, non potendosi certamente avallare un diritto in tal senso in conseguenza di decisioni del solo lavoratore;

la contrattazione del corso e dei suoi costi deve poi provenire dalla P.A. e non dal dipendente, secondo le regole di cui, ratione temporis, al Decreto Ministeriale n. 44 del 2001, e piu’ in generale alla disciplina sui contratti pubblici richiamate dal Ministero e da cio’ seguirebbe il radicarsi degli oneri direttamente in capo al datore di lavoro ed il diritto del lavoratore al rimborso delle spese di trasferta;

l’autorizzazione alla fruizione di permessi per il diritto allo studio e a partecipare con essi ad un certo corso non puo’ dunque surrogare la necessaria iniziativa negoziale della P.A.;

ne’ si puo’ sostenere, come si afferma nel richiamare i fondamenti dell’azione sul punto (ricorso per cassazione, pag. 3, punto 4), che vi fosse stato un impegno al rimborso da parte del Dirigente – ammesso e non concesso che cio’ potesse avere una qualche valenza giuridicamente idonea – o, come sostenuto nella memoria finale, che l’autorizzazione potesse valere come una sorta di ratifica dell’operato negoziale della dipendente (svolto in proprio, come emerge anche dalla fattura), perche’ di cio’ nel documento non vi e’ traccia e dal contesto di causa (v. il documento 21.10.2011 menzionato dal Ministero) emerge semmai un atteggiamento del Dirigente viceversa ostativo, pur dopo la trasmissione (in data 14.10.2011, doc. 6 della ricorrente) dei documenti riguardanti quel Corso;

6.3 tutto cio’ comporta, con l’accoglimento del primo motivo del ricorso incidentale, la cassazione in parte qua della sentenza di appello, con possibilita’ di pronunciare nel merito il rigetto della pretesa al rimborso dei costi di quel Corso e dei costi di trasferta;

il motivo non ne fa cenno e comunque non vi e’ invece ragione, secondo quanto si e’ gia’ detto, per disconoscere il diritto a quanto attribuito dalla Corte territoriale per il ristoro conseguente all’indebito diniego dei permessi retribuiti, viceversa spettanti ed autorizzati nei termini di cui sopra;

la cassazione non raggiunge quindi la condanna del Ministero al pagamento in favore della (OMISSIS) dell’importo di Euro 328,84, oltre accessori, in se’ ricostruibile dal contesto della motivazione della sentenza impugnata e che resta come tale confermata;

7. l’accoglimento, in misura assai parziale e soprattutto di una sola delle pretese azionate, individuando una soccombenza reciproca, giustifica la compensazione delle spese di tutti i gradi.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso principale, accoglie il ricorso incidentale nei sensi di cui in motivazione, cassa in parte qua la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, respinge anche la domanda di rimborso dei costi per la partecipazione al Corso e di rimborso delle trasferte, compensando le spese di tutti i gradi di giudizio.

Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1-quater, da’ atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso articolo 13, comma 1-bis, se dovuto.


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