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Ucraina, oggi è il giorno della scelta dell’Italia

21 Giugno 2022 | Autore:
Ucraina, oggi è il giorno della scelta dell’Italia

Il Governo deve assumere una decisione in merito al continuo sostegno all’Ucraina, ma un accordo comune per il momento non è ancora stato formalizzato.

Sembrava lontanissimo, e sembrava che ci fosse un ampio margine di tempo per decidere e trovare una soluzione comune. Invece, il 21 giugno è arrivato e proprio oggi si deve votare un accordo sulla risoluzione da approvare dopo le comunicazioni in Parlamento del presidente del Consiglio, Mario Draghi, in vista del Consiglio europeo, con particolare riferimento alla crisi ucraina. Un’intesa che, ancora, la maggioranza non è ufficialmente riuscita a trovare.

Prosegue il lavoro di riscrittura del testo sulla mozione di maggioranza sull’Ucraina. Non si è trovato ancora l’accordo sulla formulazione del dispositivo perché, a quanto si apprende da fonti all’interno della riunione, il Governo non accetta passi indietro rispetto a quanto stabilito nel primo decreto Ucraina, motivo per cui ha respinto la formulazione del testo sul quale si era trovato un punto di accordo ieri tra i rappresentanti della maggioranza.

«Per favore, sosteneteci». Le parole del presidente ucraino Volodymyr Zelensky non cadranno nel vuoto. Ne è convinto il premier Mario Draghi, che oggi terrà il discorso al Senato in vista del Consiglio europeo del 23 e 24 giugno. E in cui ribadirà, con fermezza, il sostegno dell’Italia a Kiev, un appoggio convinto senza se e senza ma, tornando a puntellare -ancora una volta- il posizionamento dell’Italia nello scacchiere internazionale e nell’alleanza atlantica. Senza tralasciare alcuni aspetti della visita a Kiev che lo ha visto protagonista giovedì scorso con il cancelliere tedesco Olaf Scholz e il Presidente francese Emmanuel Macron, uno scatto che testimonia con chiarezza da che parte stia l’Europa.

Mentre Draghi si prepara a ribadire di aver già incassato il disco verde del Parlamento anche sull’invio di armi a Kiev, gli occhi sono puntati sul terremoto interno al M5S, con il braccio di ferro in corso tra il ministro Luigi Di Maio e il leader del Movimento Giuseppe Conte. Le diplomazie sono al lavoro affinché, dalla seduta di domani, esca l’immagine di una maggioranza compatta, nonostante le fibrillazioni e le divisioni evidenti. Ma a Palazzo Chigi in queste ore si respira un leggero ottimismo, certi che la quadra sulla risoluzione di maggioranza alla fine si troverà. Anche se la diffidenza nei confronti dell’ex presidente del Consiglio non è scemata, e i dubbi su quel che intenda realmente fare il Movimento mai sgombrati dal campo.

Granitica è, al contrario, la fiducia riposta dal presidente del Consiglio nel responsabile della Farnesina, considerato affidabile, e stimato da Draghi anche per la gestione del dossier Ucraina e di quello, altrettanto delicato, della crisi energetica. Nessun dubbio, tra gli esponenti del governo, che se tra Di Maio e il Movimento dovesse finire nel peggiore dei modi Draghi terrebbe comunque il titolare della Farnesina al suo posto, non sollevandolo dall’incarico e sfidando l’ira di Conte. Ma a quel punto, è il ragionamento che rimbalza nel governo, la permanenza del M5S in maggioranza diventerebbe insostenibile, minando la tenuta stessa dell’esecutivo.

Intanto, dopo sei ore di riunione, ieri sera il vertice è stato aggiornato a questa mattina, per trovare una risoluzione comune che tarda ad arrivare.

Nel corso della discussione c’è stato uno stallo sulla formulazione per impegnare il Governo a coinvolgere il Parlamento, anche se sembra ormai scemata del tutto la possibilità di chiedere un nuovo voto delle Camere su un eventuale nuovo invio di armi a Kiev, come chiesto dai vertici del Movimento.

Sul punto, del resto, Draghi non è mai stato disposto a fare concessioni, forte del via libera del Parlamento al decreto Ucraina, il primo accordato mesi fa con cui venne concesso l’invio di forniture, anche militari, a Kiev, senza paletti o limiti temporali di sorta. Un via libera che tuttavia Conte e i ‘contiani’, come lo stesso Beppe Grillo stando a fonti interne al Movimento, ritengono superato, perché «non tiene conto dei mutamenti nel frattempo intercorsi e delle strategie che si stanno delineando anche a livello internazionale», ha rimarcato il Consiglio nazionale grillino – riunito in formula ‘allargata’ vista la delicatezza della questione- all’unanimità.



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