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Quando è reato chattare con minorenni?

23 Giugno 2022
Quando è reato chattare con minorenni?

Chiedere a una minorenne foto hard, farle complimenti e adescarla per avere un rapporto sono condotte per cui si può essere denunciati? 

Quando è reato chattare con minorenni? Anche se la cosiddetta “età del consenso” (quella cioè a partire dalla quale una persona può decidere liberamente di avere rapporti sessuali) è 14 anni, bisogna sempre stare attenti quando si chatta con minorenni perché la possibilità di commettere reato è sempre dietro la porta. Una parola di troppo, un tentativo indiretto di carpirne la fiducia solo per raggiungere altri scopi può portare a una querela.

Di certo, un genitore non potrebbe mai intervenire se la chat è amichevole e non ha alcun contenuto erotico, se non vi sono richieste “particolari” e se nulla fa pensare che il più adulto stia tentando di raggiungere altri obiettivi. Ed allora quando è reato chattare con minorenni? Ci sono essenzialmente due ipotesi da prendere in considerazione: quella di detenzione di materiale porno e quella di adescamento. Di tanto parleremo meglio qui di seguito. 

Quando è consentito avere rapporti con un minorenne?

Avere rapporti sessuali con un minore è legale se questo non ha meno di 14 anni. Eccezionalmente, un tredicenne può stare con un diciassettenne ma non con una persona più grande.

Quindi, a partire da 14 anni, si può decidere di stare con chi si vuole, anche se la differenza d’età è particolarmente elevata (un quattordicenne, ad esempio, può stare con un cinquantenne). 

L’età passa da 14 a 16 anni se l’adulto è un ascendente, il genitore anche adottivo, o il convivente, il tutore, oppure altra persona cui, per ragioni di cura, di educazione, di istruzione, di vigilanza o di custodia, il minore è affidato (si pensi all’insegnante, all’istruttore di musica o ginnastica, ecc.).

Nonostante ciò, quando si chatta, i limiti di età appena indicati non valgono più in presenza di determinati presupposti. Vediamo quali sono.

Quando chattare con un minore è reato?

Convincere una minorenne a mandare foto in posizione scabrose costituisce reato di pornografia minorile. A ricordarlo è una recente sentenza della Cassazione [1]. In verità, le ipotesi che si possono verificare sono due (tanto si evince nella pronuncia in commento):

  • se la minore ha meno di 14 anni, il reato di pornografia scatta a prescindere dal consenso da questa prestato. E non importa quanto la ragazzina sia disinibita e quanti precedenti rapporti abbia già avuto. Si applica in automatico l’articolo 600-quater del Codice penale che prevede la reclusione fino a tre anni o con la multa non inferiore a euro 1.549. Bisognerebbe dimostrare l’ignoranza circa l’età della minore, ma anche qui è richiesto un obbligo di diligenza a chi si accorge, dalle foto, di avere dinanzi una persona più piccola. Sicché, le semplici rassicurazioni verbali (o su chat) non bastano: bisognerebbe chiedere una foto della carta d’identità. Solo se questa dovesse essere taroccata non potrebbe più sussistere alcuna responsabilità penale;
  • se invece la minore ha almeno 14 anni, il reato scatta solo se la richiesta del materiale viene effettuata con particolari modalità quali minaccia, violenza, induzione o inganno. Invece, se tutto ciò non ricorre ed il minore è consenziente non c’è reato. Scrive la Cassazione che, in presenza di un rapporto privo di condizionamenti ma frutto di una libera scelta da parte del minore che abbia raggiunto l’età del consenso sessuale (14 anni), e sempre che le foto siano destinate ad un uso strettamente privato, così da costituire espressione di autonomia privata sessuale, deve essere esclusa la responsabilità penale.

Attenzione però: il fatto di cancellare immediatamente la foto dal dispositivo non esclude la responsabilità. Secondo la Cassazione, basta solo quell’attimo in cui la foto viene ricevuta in chat, anche se poi prontamente cancellata, per far scattare il reato. Ricostruire l’episodio è facile: da un lato, c’è sempre la prova della chat del mittente; dall’altro, anche l’eliminazione del contenuto dal proprio device non impedisce alla polizia di leggerne la memoria interna, anche i file rimossi.

Quando chattare con un minore senza chiedere foto è reato

Un ultimo caso in cui chattare con un minorenne è reato è quello previsto dall’articolo 609-undecies cod. pen. ossia l’adescamento di minore.

Qui, il reato scatta quando il reo si avvale di raggiri e lusinghe per carpire la fiducia della ragazzina e raggiungere il proprio fine (il rapporto sessuale). Difatti, se per gli atti sessuali con minorenne il delitto scatta solo se la vittima ha meno di 14 anni (ossia da 1 a 13 anni), per quello di adescamento, invece, il reato sussiste se la vittima non ha ancora compiuto 16 anni. Di tanto abbiamo già parlato nella nostra guida sull’adescamento minorile. Non conta la distanza o il fatto che non ci sia stato alcun contatto fisico o l’invio di materiale erotico quali foto in atteggiamenti hard o di corpi nudi. In questo caso, l’illecito penale si configura quando dal tenore della chat con il minore, con meno di 16 anni, si evince chiaramente che l’adulto sta solo cercando, con lusinghe o altri mezzi indiretti, di ottenere un rapporto sessuale. 

Non scatta invece reato per chi chatta con una minorenne in quanto il semplice scambiarsi messaggi non ha alcun rilievo penale. Ed anche fare dei complimenti non può costituire reato.  


note

[1] Cass. pen., sez. III, ud. 17 maggio 2022 (dep. 21 giugno 2022), n. 23840.

Autore immagine: depositphotos.com

Cass. pen., sez. III, ud. 17 maggio 2022 (dep. 21 giugno 2022), n. 23840

Presidente Sarno – Relatore Galtero

Ritenuto in fatto

1.Con sentenza in data 16.6.2021 la Corte di Appello di Palermo ha integralmente confermato la pronuncia resa all’esito del primo grado di giudizio svoltosi con rito abbreviato dal Tribunale di Termini Imerese che ha condannato G.Y.S. alla pena di sei mesi di reclusione ed Euro 2.000 di multa in quanto responsabile del reato di cui all’art. 600 quater c.p. per aver indotto una ragazza dell’età di tredici anni a scattarsi fotografie che la ritraevano in posizioni scabrose e ad inviargliele sul proprio profilo Facebook.

2. Avverso il suddetto provvedimento l’imputato ha proposto, per il tramite del proprio difensore, ricorso per cassazione articolando un unico motivo con il quale contesta, in relazione al vizio di violazione di legge riferito agli artt. 600 quater c.p., 192, 442, 530 e 533 c.p.p. e al vizio motivazionale, la configurabilità di una condotta volta all’utilizzazione della minore in assenza di qualsivoglia attività di manipolazione psicologica o comunque diretta a trarre in inganno la vittima nè a vincerne le resistenze per procurarsi le fotografie in contestazione, risultando al contrario dagli atti processuali che la ragazza, particolarmente disinibita, avesse instaurato plurimi contatti via internet con svariati uomini ai quali di sua iniziativa inviava fotografie in pose erotiche chiedendone di analoghe ai propri interlocutori. Non solo secondo la difesa non era emersa alcuna condotta induttiva posta in essere dall’imputato al fine di costringerla a fare ciò che non avrebbe voluto essendo l’invio delle fotografie che la ritraevano in pose scabrose privo di alcun contributo causale da parte di costui, ma neppure si era verificata un’utilizzazione successiva delle immagini ricevute da parte del prevenuto che le aveva tenute per sé senza nè immetterle in alcun circuito pedopornografico, nè averle diffuse sulla rete, nè mostrate a chicchessia. Rileva che i precedenti giurisprudenziali citati dalla Corte di appello siano inconferenti rispetto alla specifica vicenda delittuosa non affrontando il tema del consenso della minore che aveva liberamente instaurato una relazione amorosa virtuale con il prevenuto con uno scambio reciproco di immagini, richieste ed inviate da entrambi, che li ritraevano in pose erotiche. Lamenta altresì sotto altro profilo la manifesta illogicità della motivazione resa in ordine alla valutazione del compendio istruttorio, essendo stata omessa la disamina della denuncia querela sporta dalla madre della minore dalla quale emerge compiutamente l’assenza di condotte induttive o manipolatorie da parte dell’imputato e che perciò rivestiva valenza decisiva ai fini della pronuncia secondo quanto già eccepito con l’atto di appello, rimasto sul punto senza risposta, con conseguente travisamento della prova

Considerato in diritto

Alla luce dell’evoluzione giurisprudenziale sviluppatasi in riferimento al reato di pornografia minorile, volta a contemperare la rilevanza della condotta tipica con la cd. pornografia domestica, ossia la condotta di chi realizza materiale pornografico in cui sono coinvolti minori che abbiano raggiunto l’età del consenso sessuale nei casi in cui tale materiale è prodotto e posseduto con il consenso di tali minori e unicamente a uso privato delle persone coinvolte, al fine di evitare ipercriminalizzazioni del tutto distoniche rispetto alla realtà fenomenica, deve ritenersi ormai assestato, grazie all’intervento chiarificatore delle Sezioni Unite nel 2018, il principio secondo il quale il termine “utilizzazione” del minore impiegato dal legislatore nella formulazione tanto dell’art. 600 ter quanto dell’art. 600 quater c.p. debba intendersi come trasformazione del minore, da soggetto dotato di libertà e dignità sessuali, in strumento per il soddisfacimento di desideri sessuali di altri o per il conseguimento di utilità di vario genere, con conseguente invalidazione del consenso da costui eventualmente prestato.

Al fine di circoscrivere l’area della penale rilevanza del fatto da quanto da essa debordante, occorre perciò focalizzarsi non già sul consenso del minore ma sulla configurabilità di una sua utilizzazione che ricorre, quanto al momento della produzione del materiale pornografico, o per la posizione di supremazia rivestita dal soggetto agente nei confronti del minore, o per modalità con le quali il materiale pornografico viene prodotto quali, minaccia, violenza, induzione o inganno, o per l’età dei minori coinvolti, qualora questa sia inferiore a quella del consenso sessuale. Ne consegue che, qualora le immagini o i video abbiano per oggetto la vita privata sessuale nell’ambito di un rapporto che, valutate le circostanze del caso, non sia caratterizzato da condizionamenti derivanti dalla posizione dell’autore, ma siano frutto di una libera scelta da parte del minore che abbia raggiunto l’età del consenso sessuale e siano destinate ad un uso strettamente privato, così da costituire espressione “dell’autonomia privata sessuale”, dovrà essere esclusa la ricorrenza di quella “utilizzazione” che costituisce, nella sua accezione strettamente dispregiativa, il presupposto dei reati di pornografia minorile (Sez. U, n. 51815 del 31/05/2018, Rv. 274087 – 02).

Ora, pacifico essendo nel caso di specie che le immagini fossero destinate ad uso soltanto privato, è tuttavia altresì incontroverso che la vittima non avesse ancora raggiunto al momento del fatto i quattordici anni e che di essa l’imputato fosse pienamente consapevole avendole la minore spontaneamente dichiarato, nel corso delle conversazioni intrattenute via Facebook, di avere tredici anni. Condizione questa che esclude la necessità di ogni indagine sull’attività manipolatoria o induttiva dell’imputato essendo sufficiente ad integrare il perfezionamento della fattispecie criminosa l’età della vittima, inferiore a quella prevista per il consesso sessuale, fissata al compimento dei quattordici anni, ovvero ai sedici nel caso di peculiari rapporti correnti tra la stessa e l’agente.

A fronte di tale risultanza nessun pregio rivestono le disquisizioni svolte dalla difesa in ordine alla mancata esplicitazione ad opera della Corte territoriale sulle attività decettive o suggestive compiute dal prevenuto che ha comunque richiesto alla minore abbordata sui social network di inviargli fotografie che la ritraessero nelle pose espressamente richiestele ovvero riproducessero i suoi organi sessuali, condotta questa integrante a pieno titolo l’attività di utilizzazione del minore penalmente rilevante.

In difetto di un valido consenso da parte della vittima viziato dalla sua condizione di tredicenne, nessuna rilevanza riveste pertanto che il materiale procuratosi dall’imputato nell’ambito della cd. pornografia domestica, materiale che attraverso la sua stessa richiesta ha causalmente contribuito a realizzare, sia rimasto nella disponibilità esclusiva delle parti coinvolte nel rapporto intrattenuto via Facebook senza essere stato essere messo in circolazione posto che, in assenza di una libera scelta da parte della ragazza, si verte pur sempre nell’orbita della penale rilevanza della condotta.

Il ricorso deve pertanto, alla luce della genericità delle dispiegate censure che non si confrontano con il dirimente rilievo relativo alla condizione di infraquattordicenne della p.o., essere dichiarato inammissibile, seguendo a tale esito la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali a norma dell’art. 616 c.p.p., nonché, non sussistendo elementi per ritenere che “la parte abbia proposto il ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità”, quello del versamento di una somma, in favore della Cassa delle Ammende, equitativamente fissata come in dispositivo

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 3.000 in favore della Cassa delle Ammende.


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