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Quanti tipi di dimissioni ci sono?

10 Luglio 2022
Quanti tipi di dimissioni ci sono?

Dimissioni volontarie online, per giusta causa e risoluzione consensuale del rapporto di lavoro: tutti i modi per “licenziarsi”.

C’è ancora chi dice «mi licenzio dal mio lavoro», ma il verbo corretto è «dimettersi». Le dimissioni sono l’atto con cui il lavoratore risolve unilateralmente il rapporto di lavoro. Il licenziamento è invece l’esatto opposto: è la risoluzione del rapporto operata per esclusiva volontà del datore di lavoro. Poi c’è la via di mezzo che è la risoluzione consensuale: quella cioè operata su accordo delle parti. 

In questo breve articolo risponderemo a una domanda piuttosto frequente: quanti tipi di dimissioni ci sono? In realtà, la risposta potrebbe essere liquidata con due parole, perché tanti sono i tipi di dimissioni. Ma vogliamo essere più precisi e spiegare come e quando è possibile dimettersi di modo che nessuno possa cadere in equivoci. Procediamo dunque con ordine.

Cosa sono le dimissioni?

Si parla di «dimissioni» quando il lavoratore comunica al datore di lavoro di non voler più proseguire il rapporto di lavoro. Si tratta quindi di una manifestazione di volontà che deriva dal dipendente e non dal datore di lavoro. 

Quando è possibile dimettersi in un contratto di lavoro a tempo indeterminato?

Nel contratto di lavoro a tempo indeterminato, al dipendente è sempre consentito dimettersi salvo che abbia firmato un «patto di stabilità», con impegno cioè a non recedere dal contratto entro un termine prestabilito, a pena di risarcimento del danno.

In ogni caso, il dipendente deve dare il preavviso al datore di lavoro, a pena di pagamento di una indennità (la cosiddetta indennità sostitutiva di preavviso) che gli viene scalata dall’ultima mensilità o, in mancanza, dal Tfr. 

Come vedremo a breve, il preavviso non è dovuto in caso di dimissioni per giusta causa, quelle cioè rassegnate a causa del comportamento colpevole e intollerabile del datore di lavoro.

Quando è possibile dimettersi in un contratto di lavoro a tempo determinato?

Nel contratto a termine il dipendente non può mai dimettersi, ma deve rispettare – al pari del datore di lavoro – la scadenza del contratto. Se dovesse dimettersi volontariamente, egli sarebbe tenuto a risarcire i danni causati all’azienda. 

Resta escluso il caso di dimissioni per giusta causa, quelle cioè rassegnate a causa della grave violazione del contratto da parte del datore di lavoro. E lo stesso vale per il datore: questi può licenziare il dipendente a termine solo per giusta causa. 

Quanti tipi di dimissioni esistono?

Alla luce di quanto appena visto possiamo dire che esistono due tipi di dimissioni:

  • le dimissioni volontarie e libere;
  • le dimissioni per giusta causa. 

Come vedremo a breve, però, questa distinzione non esaurisce tutte le forme di dimissioni possibili. Le analizzeremo qui di seguito.

Dimissioni volontarie

Le dimissioni volontarie sono determinate da una volontà personale del dipendente che non deve essere motivata. In tal caso il dipendente perde la possibilità di chiedere l’assegno di disoccupazione all’Inps (la cosiddetta Naspi), ma matura comunque il diritto alle mensilità non ancora ricevute e al Tfr.

Dimissioni per giusta causa

Le dimissioni per giusta causa – come abbiamo già anticipato – sono quelle “obbligate” da un grave comportamento del datore di lavoro come, ad esempio, il mancato pagamento dello stipendio, atti di mobbing o di straining, molestie, vessazioni, omesso versamento dei contributi, ecc. In tal caso al dipendente spetta la Naspi e tutti gli arretrati non ancora ricevuti.

Risoluzione consensuale

Spesso si parla di un’ulteriore forma di dimissioni che, in realtà, rappresenta un terzo “genere” rispetto alle dimissioni e al licenziamento: la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro. In questo caso il contratto di lavoro cessa per volontà congiunta e concordata del datore e del dipendente che firmano un apposito accordo. In caso di estinzione con il consenso delle parti, il rapporto cessa di avere efficacia secondo gli accordi intercorsi tra datore di lavoro e dirigente. Al fine di garantire la genuinità del consenso del lavoratore alla risoluzione del rapporto, è richiesto il rispetto di una particolare procedura telematica analoga a quella in vigore per le dimissioni.

Licenziamento per assenza ingiustificata 

Volendo essere completi, esiste un ulteriore modo per dimettersi che è “farsi licenziare”. Fraudolentemente vi ricorre chi, volendo lasciare il posto di lavoro ma, nello stesso tempo, sperando di ottenere la Naspi, rimane a casa senza andare a lavorare. La sua assenza ingiustificata costringe il datore a licenziarlo per giusta causa. In tal modo, anche se sostanzialmente la cessazione del rapporto di lavoro è imputabile al dipendente, formalmente si tratta di un atto del datore. E siccome anche in caso di licenziamento per giusta causa spetta l’assegno di disoccupazione, il dipendente può ottenere ciò che sperava. Un recente orientamento della Cassazione però ritiene legittima la richiesta del datore di risarcimento del danno, nei confronti del dipendente assente ingiustificato, pari al cosiddetto ticket Naspi, ossia la tassa che l’azienda deve versare allo Stato per procedere al licenziamento.

Come si danno le dimissioni

La legge stabilisce che le dimissioni e la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro devono essere presentate, a pena di inefficacia, esclusivamente con apposite procedure telematiche utilizzando uno specifico modulo reso disponibile sul proprio sito dal Ministero del lavoro e trasmesse al datore di lavoro e alla Direzione territoriale del lavoro competente. Si parla a riguardo di dimissioni online.

In ogni caso, entro 7 giorni dalla data di trasmissione del modulo il lavoratore ha la facoltà di revocare le dimissioni e la risoluzione consensuale con le medesime modalità.

La trasmissione dei moduli può avvenire anche per il tramite dei patronati, delle organizzazioni sindacali, dei Consulenti del Lavoro, delle sedi territoriali dell’Ispettorato nazionale del Lavoro (v. ispezioni sul lavoro) nonché degli enti bilaterali e delle commissioni di certificazione.

La legge prevede che tale procedura on line sia obbligatoria per la generalità dei lavoratori, fatta eccezione per:

  • i rapporti alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche;
  • i rapporti di lavoro domestico (a meno che si tratti di un lavoratore domestico in somministrazione) e marittimo;
  • le dimissioni della lavoratrice nel periodo tra la richiesta delle pubblicazioni del matrimonio ed un anno dopo la celebrazione delle nozze, a pena di nullità;
  • le dimissioni della lavoratrice durante il periodo di gravidanza e quelle della lavoratrice o del lavoratore nei primi 3 anni di vita del bambino, a pena di inefficacia;
  • i recessi intervenuti in una sede “protetta” (ossia in sede giudiziale o in sede amministrativa, dinnanzi alla Commissione di conciliazione istituita presso l’ITL, ovvero in sede sindacale o arbitrale);
  • i recessi intervenuti avanti alle Commissioni di certificazione;
  • i recessi effettuati in regime di libera recedibilità, quali quelli dai rapporti di lavoro per cui sia in corso il periodo di prova.


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