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Impiegato di Equitalia, pubblico ufficiale: scatta la corruzione

22 Ottobre 2014
Impiegato di Equitalia, pubblico ufficiale: scatta la corruzione

Non conta che il rapporto di lavoro non sia instaurato con lo Stato, ma la finalità pubblica dell’attività.

 

Gli impiegati e i funzionari di Equitalia non possono nascondersi dietro un dito: anche loro, infatti, sono considerati pubblici ufficiali nonostante Equitalia sia una società privata (a partecipazione pubblica: 51% dall’Agenzia delle Entrate, 49% dall’Inps). E, pertanto, se per adempiere a un atto d’ufficio, o per ometterlo, o ritardarlo, o per compierne uno contrario ai propri doveri ricevono denaro (o altre utilità), commettono il reato di corruzione [1]. Si pensi all’accettare una rateazione non dovuta o per la quale si è decaduti; o all’ostacolare l’iscrizione di un fermo auto, ecc.

Lo ha precisato la Cassazione con una sentenza di ieri [2]. La pronuncia interviene proprio in un momento in cui la forte crisi sta aumentando i fenomeni di illeciti penali attuati con l’accordo dei contribuenti e gli appartenenti all’amministrazione fiscale o all’agente per la riscossione. Così, la Suprema Corte ha chiarito che, secondo la legge [3], per aversi una pubblica funzione o un pubblico servizio non è necessario che l’impiegato abbia un rapporto di impiego con lo Stato o con un altro ente pubblico. Bisogna, al contrario, verificare il tipo di reale attività che egli esercita e gli scopi perseguiti, per stabilire se l’attività da lui eseguita sia imputabile al soggetto pubblico.

Va, infatti, considerato pubblico ufficiale non solo colui che con la sua attività concorre a formare quella dello Stato o di altri enti pubblici, ma anche chi svolge attività accessorie o sussidiarie ai fini istituzionali di tali enti. In questi casi, infatti, si verifica, attraverso l’attività svolta, una partecipazione alla formazione della pubblica amministrazione.

Peraltro, è da considerare un pubblico ufficiale anche il dipendente di Equitalia.


note

[1] Art. 318 e 319 cod. pen.

[2] Cass. sent. n. 43820/14 del 21.10.2014.

[3] Artt. 357 e 358 cod. pen.


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