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Quando si divorzia la casa a chi va?

1 Luglio 2022
Quando si divorzia la casa a chi va?

Diritto di abitazione: quando cessa l’assegnazione della casa familiare dopo la separazione e il divorzio?

L’assegnazione della casa familiare è un provvedimento che può adottare il giudice solo in presenza di una coppia con figli minori, gravemente disabili o, se maggiorenni, non ancora autosufficienti. E ciò sia che si tratti di una coppia sposata, che di conviventi. Non rileva infatti il matrimonio per l’assegnazione del diritto di abitazione in quello che un tempo era il tetto domestico. Ma, concretamente, a chi va la casa quando si divorzia? Come fa il giudice a stabilire se questa debba essere assegnata al padre o alla madre? Cerchiamo di fare il punto della situazione.

Cos’è il diritto di abitazione?

Quando si parla di assegnazione della casa familiare non si intende certo l’attribuzione della proprietà dell’immobile ma solo un diritto di abitazione, ossia la possibilità di vivere all’interno dell’appartamento finché durano i presupposti dell’assegnazione stessa (e di cui parleremo a breve). Venendo meno tali presupposti, la casa torna al legittimo proprietario.

Quando si assegna la casa familiare?

Come anticipato in apertura, l’assegnazione della casa familiare è uno strumento rivolto a tutelare la prole, ancora incapace di provvedere alle proprie necessità economiche. Il provvedimento del giudice non ha dunque la finalità di offrire un ulteriore contributo economico al genitore con cui i figli vanno a vivere, ma serve per evitare che questi ultimi possano subire ulteriori traumi oltre a quello della disgregazione del nucleo familiare. Tanto è vero che il giudice non dispone l’assegnazione della casa familiare se i figli sono già autonomi e vivono da soli.

Quindi, presupposti per l’assegnazione della casa familiare sono:

  • una coppia di coniugi o conviventi;
  • con figli ancora minorenni, con grave handicap o, se maggiorenni, ancora non autonomi economicamente.

A chi va la casa familiare?

Il diritto di abitazione viene, dal giudice, accordato in favore del genitore con cui i figli vanno a vivere materialmente, ossia il cosiddetto genitore collocatario. È il giudice stesso – tenendo conto del superiore interesse dei minori e del parere da questi espresso – a decidere presso quale genitore collocarli. Il giudice deve comunque sentire il minore se ha 12 anni e anche quello più piccolo se ritenuto capace di discernimento.

Naturalmente, l’assegnazione della casa ha senso solo se il genitore collocatario non è quello proprietario dell’immobile. Diversamente, non ci sarebbe ragione di concedere a quest’ultimo anche il diritto di abitazione, essendo implicito nel diritto di proprietà.

Presupposti per l’assegnazione della casa familiare sono quindi:

  • la collocazione dei figli presso il genitore non proprietario dell’immobile;
  • la permanenza dei figli presso il genitore collocatario;
  • la permanenza del genitore collocatario presso la casa familiare.

Quando cessa il diritto di abitazione?

Il diritto di abitazione viene meno se:

  • il figlio va a vivere da solo;
  • il genitore, insieme ai figli, lascia l’immobile per andare a vivere altrove;
  • il figlio perde il diritto al mantenimento per essere divenuto ormai economicamente indipendente;
  • il figlio perde il diritto al mantenimento per non essersi preoccupato di trovare un lavoro o di formarsi.

Cosa comporta il diritto di abitazione?

Il genitore collocatario a cui sia stato assegnato il diritto di abitazione, se non previsto diversamente nella sentenza, deve:

  • pagare le bollette e le spese condominiali ordinarie (non quelle straordinarie);
  • pagare le imposte sulla casa (la Tari). Per l’Imu, finché è abitazione principale, sussiste l’esenzione;
  • tenere l’immobile in buono stato di manutenzione e provvedere alle riparazioni necessarie ad evitare che esso rovini;
  • rispettare il regolamento di condominio.


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