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Part-time costretto al tempo pieno: interviene la Cassazione

6 Luglio 2022 | Autore:
Part-time costretto al tempo pieno: interviene la Cassazione

Il datore di lavoro che assume dipendenti in part time ma li obbliga a lavorare a tempo pieno commette il reato di caporalato, senza se e senza ma.

In questi anni di pandemia, specialmente durante i lockdown, è capitato spesso di venire a conoscenza di lavoratori in cassa integrazione costretti dal proprio datore a lavorare anche durante quelle ore in cui, formalmente, non risultavano operativi. Con la scusa dello smart working, la giornata lavorativa per molti si  è allungata di una, due e più ore ancora senza che la retribuzione si adeguasse all’orario. Stessa cosa è successa a chi, avendo un part time, si è sentito obbligato a lavorare tutto il giorno pur mantenendo invariato il proprio contratto e la propria paga. Si tratta in questo caso di un vero e proprio abuso da parte dell’azienda o del datore di lavoro, il quale rischia così di incorrere nell’ipotesi penale di sfruttamento del lavoro [1].

La questione è stata recentemente affrontata dalla Corte di Cassazione [2] in un caso che ha visto chiamata in giudizio un’azienda accusata di aver modificato il contratto dei propri dipendenti facendoli passare da tempo pieno a part time, con connessa riduzione dello stipendio, costringendoli a mantenere gli stessi orari di prima, pagandoli però la metà. E non solo i dipendenti non potevano godere della riduzione dell’orario lavorativo, come previsto formalmente dal loro contratto, ma in sede di giudizio è stato accertato che i lavoratori non avevano neppure la facoltà di usufruire delle ferie maturate, dei giorni di assenza e permesso garantiti dal Contratto collettivo nazionale del loro settore, e in alta stagione erano costretti a lavorare anche 48 ore settimanali, sempre retribuite come un part time. Il tutto sotto la costante minaccia di perdere il posto.

Insomma, un vero e proprio sfruttamento del lavoro. Ed è così che i giudici chiamano la situazione che viene loro presentata: caporalato. Ossia, assumere una persona a condizioni vantaggiose per poi spremerla al massimo pretendendo da lei non tanto quello che può e vuole dare quanto quello che non deve dare.

In particolare, la Cassazione ha riconosciuto la corretta applicazione della condanna prevista dal Codice penale, confermando la pena prevista dal tribunale del sequestro all’azienda delle somme corrispondenti alla retribuzione dovuta e non corrisposta ai lavoratori.

In base al dettato della norma penale, commette intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro chi «utilizza, assume o impiega manodopera, anche mediante l’attività di intermediazione, sottoponendo i lavoratori a condizioni di sfruttamento ed approfittando del loro stato di bisogno» e costituisce indice di sfruttamento la sussistenza di una o più delle seguenti condizioni:

  1. la reiterata corresponsione di retribuzioni in modo palesemente difforme dai contratti collettivi nazionali o territoriali stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative a livello nazionale, o comunque sproporzionato rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato;
  2. la reiterata violazione della normativa relativa all’orario di lavoro, ai periodi di riposo, al riposo settimanale, all’aspettativa obbligatoria, alle ferie;
  3. la sussistenza di violazioni delle norme in materia di sicurezza e igiene nei luoghi di lavoro;
  4. la sottoposizione del lavoratore a condizioni di lavoro, a metodi di sorveglianza o a situazioni alloggiative degradanti.

Se i fatti sono commessi mediante violenza o minaccia, oltre alla pena della reclusione da uno a sei anni e alla multa da 500 a 1.000 euro per ciascun lavoratore reclutato prevista per il reato senza aggravanti, si applica quella della reclusione da cinque a otto anni e la multa da 1.000 a 2.000 euro per ciascun lavoratore.

Secondo la Cassazione, il tribunale ha correttamente inquadrato il reato. I giudici di legittimità ricordano che chi obbliga un dipendente a lavorare a tempo pieno pur avendo un contratto part-time facendo leva sul suo stato di bisogno (anche se temporaneo) incorre nel reato di caporalato. La Suprema Corte ha così spiegato che il caporalato è un delitto istantaneo con effetti permanenti che si perfeziona anche attraverso l’utilizzo della manodopera in condizioni di sfruttamento e approfittando dello stato di necessità. Insomma, può capitare l’emergenza di un giorno, ma se la necessità diventa sistemica allora non è più una questione di urgenza, e il datore di lavoro che se ne approfitta, minacciando di licenziare chi non ha intenzione di lavorare più di quanto contrattualmente dovuto, rischia il carcere.


note

[1] C.p. art. 603-bis

[2] Cort. Cass. n. 24388/22


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1 Commento

  1. Dopo 5 anni di denuncia al ITL non mi è stato riconosciuto nulla. Malattia professionale respinta, invalidità civile solo 67, con test psichiatrico che dimostra disturbo stress lavoro corelato perché 3 anni di sfruttamento mi hanno portato danni irrimediabile. Per favore se c’è qualcuno dei avvocati che sarà disposto ad aiutarmi perché sembra che il Umbria non interessi a nessuno. Mi scuso per la mia scrittura. Grazie

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