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Infortunio dell’alunno nel cambio d’ora: chi paga?

7 Luglio 2022 | Autore:
Infortunio dell’alunno nel cambio d’ora: chi paga?

I docenti devono controllare i ragazzi solo durante le lezioni e gli intervalli lunghi o anche tra lo svolgimento di una materia e un’altra?

Quanto dura il cambio dell’ora a scuola? Cinque, dieci minuti? Bisogna essere proprio sfortunati per farsi male in un intervallo di tempo così breve. Passi che nella ricreazione, mentre si gioca, ci possa essere qualche incidente volontario. Molto più improbabile, invece, nel mettere via i libri della materia precedente e preparare quelli della lezione successiva o nell’andare in bagno prima che arrivi il prof. Si sa, però, che i ragazzi son ragazzi, vivaci e con voglia di scherzare tra di loro. E se lo scherzo diventa pesante, porta con sé dolori. Una volta che il ragazzino si fa male, che succede? Con chi se la deve prendere il genitore? Con il figlio? Con i compagni del figlio? O con il docente del figlio? Per l’infortunio dell’alunno nel cambio d’ora, chi paga?

«Che c’entra il prof?», ci si potrebbe chiedere, se tra una lezione e l’altra di solito si trova con i colleghi nell’aula docenti a prendersi anche loro un po’ di respiro. Ecco, il problema potrebbe essere proprio questo: che nei cinque/dieci minuti che trascorrono durante il cambio d’ora, i ragazzi restano incustoditi.

Sulla questione c’è una recente pronuncia della Cassazione che chiarisce chi paga per l’infortunio dell’alunno nel cambio d’ora. Vediamo cosa dice la legge e cosa ha stabilito la Suprema Corte.

La responsabilità della scuola nei confronti degli alunni

I docenti sono responsabili dell’integrità psicofisica degli alunni per tutto il periodo in cui i ragazzi sono affidati alla scuola. Significa che se uno studente si fa male nel tempo che trascorre da quando entra nell’istituto la mattina all’uscita dopo l’ultima lezione per tornare a casa, si ritiene l’insegnante responsabile del danno. È la cosiddetta culpa in vigilando, cioè un’omissione di sorveglianza dovuta che determina un danno.

C’è solo un caso in cui un professore può essere esonerato da questa responsabilità: accade quando è in grado di dimostrare che il danno era inevitabile, cioè imprevedibile, repentino e improvviso. Può succedere, ad esempio, quando un violento temporale scardina di colpo una finestra che cade addosso ad alcuni alunni durante la lezione. Semmai, in un caso come questo, verrà chiamata a rispondere la scuola per non aver controllato lo stato dei serramenti ma non certo il docente.

Tuttavia, non è il professore (o non sempre lo è) a dover pagare in prima persona un risarcimento in caso di infortunio dell’alunno. La legge, infatti, dice che «salvo rivalsa nei casi di dolo o colpa grave, l’Amministrazione si surroga al personale medesimo nelle responsabilità civili derivanti da azioni giudiziarie promosse da terzi» [1].

Questo vuol dire che il Ministero, in quanto Amministrazione scolastica, è direttamente responsabile del danno causato al minore nel tempo in cui è sottoposto alla vigilanza. Tempo che, come abbiamo visto, va dall’ingresso all’uscita del ragazzo dall’istituto e che, pertanto, comprende anche il cambio d’ora.

In sostanza, se l’alunno causa un danno a sé stesso o ad un terzo, i genitori dovranno citare a giudizio l’Amministrazione scolastica per ottenere il risarcimento.

Chi controlla l’alunno durante il cambio d’ora?

Venendo alla sentenza in commento [2], la Cassazione ritiene che nel caso in cui lo studente rimanga vittima di un infortunio durante il cambio d’ora è possibile citare l’istituto scolastico ai fini del risarcimento del danno. E ciò anche se è stato lo stesso ragazzo a farsi male da solo: conta il fatto che, in quel momento, non c’era alcuna vigilanza sugli alunni.

Il caso esaminato dalla Suprema Corte è singolare e, al tempo stesso, significativo. Si tratta dell’infortunio subìto da un ragazzo al termine di una lezione di educazione fisica dalla quale era stato esonerato. Nonostante non fosse in condizioni di svolgere attività fisica, lo studente si è messo a giocare a pallacanestro, senonché è caduto e si è procurato una lesione alla tibia.

È stata la famiglia dello stesso alunno a chiamare in causa l’insegnante: in quel momento, infatti, non si trovava in palestra ma era fuori a fumare una sigaretta.

La Cassazione ha ribadito il concetto che abbiamo già anticipato, e cioè che, «la responsabilità della scuola per le lesioni riportate da un alunno minorenne all’interno dell’istituto, in conseguenza della condotta colposa del personale scolastico, ricorre anche nel caso in cui il fatto sia avvenuto al di fuori dell’orario delle lezioni», poiché «il dovere di organizzare la vigilanza degli alunni, mediante l’adozione, da parte del personale addetto al controllo degli studenti, delle opportune cautele preventive, sussiste sin dal loro ingresso nella scuola e per tutto il tempo in cui essi si trovino legittimamente nell’ambito dei locali scolastici».

Inutile accusare il ragazzo di avere fatto attività sportiva pur sapendo di essere temporaneamente inabile: è vero, non avrebbe dovuto. Ma è altrettanto vero – insistono i giudici – che se ci fosse stato un insegnante in palestra a controllare gli alunni avrebbe potuto impedire che si facesse male.


note

[1] Art. 61 legge n. 312/1980.

[2] Cass. sent. n. 21255/2022 del 05.07.2022.

Cass. civ., sez. VI – 3, ord., 5 luglio 2022, n. 21255

Presidente Scoditti – Relatore Pellechhia

Rilevato che:

  1. Nel 2009, D.L. convenne in giudizio dinanzi al Tribunale di Roma l’Istituto (omissis), l’Ufficio Scolastico Regionale per il Lazio e il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, al fine di ottenere la condanna al risarcimento dei danni subiti, in conseguenza dell’infortunio a lui occorso in orario scolastico, il 14 maggio 2004, quando era ancora minorenne.

A fondamento della domanda, l’attore dedusse di aver riportato lesioni alla tibia a seguito di una caduta avvenuta durante la lezione di educazione fisica, nonostante fosse esonerato dal prendere parte all’attività, mentre l’insegnante ometteva di vigilare la classe, essendo intenta piuttosto a “fumare sigarette con altri colleghi fuori dalla palestra”.

Si costituirono in giudizio i convenuti, contestando la fondatezza della domanda avversaria e proponendo una ricostruzione del fatto diversa da quella dedotta dall’attore. In particolare, l’Amministrazione sostenne che l’infortunio si era verificato alla presenza dell’insegnante, che avrebbe tentato in ogni modo di evitare che il D. svolgesse attività fisica, senza tuttavia riuscire ad impedirlo.

Istruita la causa mediante escussione di due testimoni e CTU medico-legale, il Tribunale di Roma, con la sentenza n. 23858/2013, accolse la domanda attorea e, applicando i criteri in uso presso il medesimo Tribunale per la liquidazione del danno non patrimoniale da lesione dell’integrità psico-fisica, condannò i convenuti in solido al pagamento in favore del D. di Euro 41.833,543, oltre interessi e spese processuali.

  1. La Corte d’Appello di Roma, con la sentenza n. 802 del 2 febbraio 2021, in totale riforma della sentenza del Tribunale, dichiarava la responsabilità esclusiva dell’attore nella determinazione dell’infortunio, che aveva svolto attività fisica nonostante fosse pienamente consapevole della propria condizione di inabilità temporanea.

La Corte territoriale, pur riconoscendo la natura contrattuale della responsabilità dell’istituto scolastico, ha affermato che, indipendentemente dalla presenza dell’insegnante nella palestra, vi era il divieto per l’alunno di partecipare alla lezione e che il sinistro era accaduto nel momento del cambio di ora, ovvero terminata la lezione di educazione fisica; l’alunno, non potendo rimanere da solo in classe, era sceso con gli altri alunni in palestra e la caduta era imputabile allo stesso studente che era ben consapevole, considerata la sua età, che non poteva giocare a pallacanestro, peraltro, senza previo riscaldamento.

La Corte d’Appello escludeva, pertanto, che la condotta dell’Istituto scolastico e dell’insegnante avesse avuto qualche rilievo nella determinazione dell’infortunio.

  1. Avverso la sentenza D.L. propone ricorso per cassazione, sulla base di cinque motivi illustrati da memoria.

Resiste con controricorso il Ministero dell’Istruzione.

Considerato che:

4.1. Con il primo motivo di ricorso, il ricorrente censura, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, “la violazione ovvero falsa ed erronea applicazione al caso di specie di norma di diritto, omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia prospettato dalle parti o rilevabile d’ufficio, in relazione agli artt. 1218 e 2048 c.c. ed ai criteri di ripartizione legale dell’onere della prova compiendo errata applicazione della norma che determina, nel caso in esame, il riconoscimento della responsabilità dell’Amministrazione per il danno sofferto per l’infortunio occorso durante l’orario scolastico nonché in relazione all’art. 115 c.p.c. in relazione al nesso causale tra esonero all’attività fisica e danno generato dalla stessa”.

La Corte d’Appello avrebbe applicato erroneamente le regole di riparto dell’onere della prova, in materia di responsabilità contrattuale, nonché i principi affermati dalla giurisprudenza di legittimità sull’accertamento della responsabilità dell’insegnante per il danno subito dall’alunno.

Sostiene il ricorrente che l’alunno era tenuto a provare esclusivamente che il danno si era verificato in orario scolastico, ovvero sotto la vigilanza dell’Istituto, mentre la scuola doveva dimostrare che l’evento dannoso era stato determinato da causa a sé non imputabile.

Nel caso di specie, il D. avrebbe compiutamente provato non solo che l’evento si era verificato durante l’orario di lezione, ma anche che l’insegnante non era presente in palestra.

Viceversa, l’Istituto scolastico non avrebbe fornito la prova liberatoria richiesta dall’art. 1218 c.c., al fine di giustificare l’asserito inadempimento degli obblighi di vigilanza e controllo da parte dell’insegnante.

La sentenza d’appello sarebbe, inoltre errata, nella parte in cui non ha riconosciuto il nesso di causalità tra il danno subito dal D. e la circostanza che era esonerato dall’attività sportiva.

Tale nesso di causalità era stato ammesso dalla stessa Amministrazione e che alcuna ulteriore prova sul punto doveva essere offerta dall’attore.

4.2. Con il secondo motivo, il ricorrente lamenta ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, la “violazione ovvero falsa ed erronea applicazione al caso di specie di norma di diritto, omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia prospettato dalle parti o rilevabile d’ufficio, in relazione agli artt. 1218 e 2048 c.c. ed all’art. 2697 c.c. in relazione ai criteri legali di ripartizione dell’onere della prova omettendo di riconoscere l’assenza di prove da parte dell’originario convenuto a discarico rispetto alla responsabilità ascritta”.

Sostanzialmente riproponendo quanto già sostenuto con il primo motivo di gravame, il ricorrente lamenta che il giudice d’appello non avrebbe preso in considerazione, ai fini della decisione, il mancato assolvimento dell’onere della prova da parte dell’Istituto scolastico.

Come correttamente rilevato dalla sentenza di prime cure, L’Amministrazione convenuta non avrebbe fornito alcuna prova che lo studente abbia preso parte all’attività sportiva contravvenendo a un divieto dell’insegnante.

In assenza della prova liberatoria, la Corte d’Appello avrebbe dovuto accertare dunque la responsabilità esclusiva dell’Istituto per la determinazione dell’infortunio.

4.3. Con il terzo motivo, il ricorrente lamenta, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la “violazione ovvero falsa ed erronea applicazione al caso di specie di norma di diritto, omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia prospettato dalle parti o rilevabile d’ufficio, in relazione all’art. 1227 c.c. ed in relazione alla valutazione della concorsualità della colpa secondo il quadro probatorio anche ex art. 115 c.p.c.”.

La Corte d’Appello avrebbe omesso di esprimersi in merito all’applicazione dell’art. 1227 c.c. e ai principi di concorsualità della colpa, nel caso di specie.

Sostiene il ricorrente, che la Corte avrebbe escluso ogni responsabilità dell’Istituto scolastico, nonostante la prova che l’insegnante non stava vigilando sulla classe al momento dell’infortunio.

4.4. Con il quarto motivo di ricorso, il ricorrente lamenta, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la “violazione ovvero nullità della sentenza e del procedimento, omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia prospettato dalle parti o rilevabile d’ufficio, in relazione all’art. 345 c.p.c., per non avere dichiarato e riconosciuto l’inammissibilità dell’appello, avendo, l’appellante, proposto fatti costitutivi a propria difesa del tutto difformi dalla posizione originaria”.

La Corte d’Appello avrebbe errato nel non dichiarare inammissibile l’appello, ai sensi dell’art. 345 c.p.c., per violazione del divieto dei nova in appello.

Mentre in primo grado l’Amministrazione fondava la sua difesa sulla presenza dell’insegnante al momento del sinistro, in appello, cambiando impostazione difensiva tentava di giustificare l’assenza dell’insegnante.

4.5. Con il quinto motivo di ricorso, il ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la “violazione di norme di diritto, omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia prospettato dalle parti o rilevabile d’ufficio in riferimento alla L.R. n. 29 del 1992, art. 22,artt. 1218 e 2043 c.c.”.

La Corte d’Appello avrebbe dovuto accertare d’ufficio la responsabilità della Regione Lazio per non aver adempiuto all’obbligo di provvedere alla copertura assicurativa del D., come imposto dalla L.R. n. 29 del 1992.

  1. Il primo motivo è fondato.

Va premesso che la responsabilità della scuola per le lesioni riportate da un alunno minore all’interno dell’istituto, in conseguenza della condotta colposa del personale scolastico, ricorre anche nel caso in cui il fatto sia avvenuto al di fuori dell’orario delle lezioni, in quanto il dovere di organizzare la vigilanza degli alunni mediante l’adozione, da parte del personale addetto al controllo degli studenti, delle opportune cautele preventive, sussiste sin dal loro ingresso nella scuola e per tutto il tempo in cui gli stessi si trovino legittimamente nell’ambito dei locali scolastici (Cass. n. 14701/2016).

Nell’ambito dell’individuata responsabilità contrattuale, la causa non imputabile rilevante ai sensi dell’art. 1218 c.c., e cioè il fatto imprevedibile ed inevitabile per il debitore, è stata attribuita dal giudice di appello alla circostanza dell’accadimento del sinistro al termine della lezione di educazione fisica ed alla iniziativa dell’alunno, nonostante la consapevolezza da parte di costui dell’inabilità e nonostante gli fosse stata vietata la partecipazione alla lezione di educazione fisica. La corte territoriale non ha attribuito rilevanza alla circostanza se l’insegnante fosse presente nella palestra, avendo considerato rilevanti gli altri aspetti evidenziati, ma le circostanze di fatto accertate non sono suscettibili di essere qualificate come causa non imputabile ai sensi dell’art. 1218 c.c., perché al termine della lezione non cessano gli obblighi di sorveglianza da parte della struttura scolastica. Nel quadro della persistenza degli obblighi scolastici durante il cambio d’ora deve perciò essere valutata dal giudice del merito la rilevanza della circostanza della presenza o meno dell’insegnante in palestra o comunque di un rappresentante della struttura scolastica in grado di far rispettare all’alunno il divieto che gli era stato imposto.

5.1. Il secondo, terzo e quinto motivo sono assorbiti dall’accoglimento del primo motivo.

5.2. Il quarto motivo, con cui il ricorrente censura la violazione dell’art. 345 c.p.c. perché sarebbe stata dedotta con l’appello la circostanza dell’accadimento dell’infortunio alla fine dell’ora scolastica, deve essere rigettato in quanto la questione rientra tra le eccezioni in senso lato e come tale liberamente proponibile e rilevabile anche in grado d’appello, non ampliando il contenuto del giudizio a condizione che non siano necessari accertamenti di fatto. 6. Pertanto, la Corte accoglie il primo motivo di ricorso, come in motivazione, dichiara assorbiti il secondo, terzo e quinto motivo, rigetta il quarto motivo, cassa in relazione la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese di questo giudizio, alla Corte d’Appello di Roma in diversa composizione.

P.Q.M.

la Corte accoglie il primo motivo di ricorso, come in motivazione, dichiara assorbiti il secondo, terzo e quinto motivo, rigetta il quarto motivo, cassa in relazione la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese di questo giudizio, alla Corte d’Appello di Roma in diversa composizione.


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