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Divorzio, ecco quando spetta l’assegno all’ex coniuge

8 Luglio 2022 | Autore:
Divorzio, ecco quando spetta l’assegno all’ex coniuge

Qual è la differenza tra mantenimento e assegno divorzile? In quali casi c’è diritto a percepire un contributo economico anche dopo la fine del matrimonio?

In un certo senso, il matrimonio è per sempre, o almeno lo sono alcune delle sue conseguenze. La separazione prima e il divorzio poi mettono formalmente la parola “fine” all’esperienza matrimoniale, restituendo ai coniugi la libertà di stato e, di conseguenza, la possibilità di contrarre un nuovo matrimonio. Ciononostante, la fine dell’unione, per quanto sancita formalmente da un giudice, non fa cessare alcuni effetti: si pensi, ad esempio, all’assegnazione della casa coniugale, all’affidamento dei figli e, soprattutto, all’obbligo di pagare il mantenimento. Proprio su quest’ultimo aspetto ci concentreremo, spiegando quando spetta l’assegno all’ex coniuge in caso di divorzio.

Come vedremo, la giurisprudenza sembra aver oramai archiviato il vecchio criterio della sproporzione dei redditi tra marito e moglie: ciò significa, ad esempio, che se il marito è milionario non significa che l’ex moglie abbia diritto a un assegno divorzile che le consente di avere lo stesso stile di vita. Ad oggi, la Cassazione preferisce seguire diversi criteri, che tengano conto non solo delle condizioni economiche del coniuge richiedente ma anche di altri aspetti, come ad esempio del contributo fornito alla famiglia durante la convivenza. Se l’argomento ti interessa, prosegui nella lettura: vedremo insieme quando spetta l’assegno all’ex coniuge in caso di divorzio.

Diritto al mantenimento: cos’è?

Quando marito e moglie si separano, il giudice può stabilire chi deve versare all’altro un importo periodico a titolo di mantenimento.

Per essere più precisi, il Codice civile [1] prevede che il giudice, pronunciando la separazione, stabilisce a vantaggio del coniuge il diritto di ricevere dall’altro quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri. L’entità di tale somministrazione è determinata in relazione alle circostanze e ai redditi dell’obbligato.

Insomma: il giudice può prevedere un mantenimento a favore del coniuge “economicamente debole”, in modo da evitare lo “shock economico” derivante dalla fine dell’unione.

In effetti, il mantenimento serve a compensare le diverse posizioni reddituali dei coniugi, garantendo a colui che è più povero un tenore di vita non dissimile da quello avuto in costanza di matrimonio.

Mantenimento: quando non è dovuto?

Non è dovuto alcun mantenimento se il coniuge possiede adeguati redditi propri, sostanzialmente equivalenti a quelli dell’altro, oppure quando la separazione gli è stata addebitata.

Il giudice pronuncia l’addebito della separazione quando ritiene che la fine dell’unione sia imputabile a uno dei coniugi, ad esempio al marito colpevole di infedeltà. In questo caso, l’addebito comporta automaticamente la perdita dell’eventuale diritto al mantenimento.

Permane invece il diritto a ricevere gli alimenti: trattasi di prestazione economica ridotta, appena necessaria per soddisfare i bisogni primari di vitto e alloggio.

Assegno divorzile: cos’è?

Quando marito e moglie divorziano, il giudice può obbligare un coniuge a somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno, quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive [2].

A voler essere più precisi, la legge stabilisce che il giudice, nel disporre l’obbligo dell’assegno divorzile, deve tener conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni del divorzio, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio.

Analizziamo questi aspetti, non prima però di aver spiegato la differenza tra mantenimento e assegno di divorzio.

Mantenimento e assegno divorzile: differenza

Assegno di mantenimento e assegno divorzile sembrano del tutto identici; in realtà, non lo sono: e infatti, lo scopo del mantenimento è quello di assicurare al coniuge meno abbiente un tenore di vita sostanzialmente analogo a quello goduto in costanza di matrimonio.

Al contrario, i criteri in base ai quali viene fissato l’assegno divorzile prescindono, invece, dal mantenimento del tenore di vita [3], in quanto detta circostanza confligge in modo evidente con la natura stessa del divorzio. Approfondiamo la questione nel prossimo paragrafo.

Assegno divorzile: quando spetta all’ex coniuge?

Siamo pronti per spiegare quando spetta l’assegno di divorzio all’ex coniuge.

Come anticipato, la giurisprudenza ritiene ormai del tutto superato il criterio della conservazione dello stesso tenore di vita avuto in costanza di matrimonio, presupposto che caratterizza piuttosto l’assegno di mantenimento. Né è sufficiente il semplice squilibrio tra i redditi.

Al contrario, l’assegno divorzile viene disposto quando gli effetti del matrimonio sono ufficialmente annullati in seguito al divorzio e, di conseguenza, viene meno la necessità di operare un bilanciamento economico tra i due ex coniugi: chi dei due gode di una condizione economica maggiormente favorevole dovrà garantire all’altro non più il passato tenore di vita, bensì soltanto l’autosufficienza economica, in virtù del ruolo e del contributo fornito dall’ex coniuge alla formazione del patrimonio (economico e personale) della famiglia.

Così, perché si possa considerare correttamente riconosciuto l’assegno divorzile, il giudice deve verificare se la differenza tra i redditi di marito e moglie abbia le sue radici «in scelte comuni di vita, in ragione delle quali le realistiche aspettative professionali e reddituali del coniuge più debole sono state sacrificate per la famiglia, nell’accertato suo decisivo contributo alla conduzione familiare, alla formazione del patrimonio di ognuno o di quello comune per la durata del matrimonio» [4].

Questa valutazione deve portare al riconoscimento di un assegno divorzile adeguato al contributo fornito nella realizzazione della vita familiare, in particolare tenendo conto delle aspettative professionali sacrificate.

Ad esempio, se l’ex moglie ha rinunciato alla carriera per crescere i figli d’accordo con il marito, questi dovrà poi versarle un assegno per compensarla dei sacrifici fatti a favore della famiglia.

In altre parole, l’assegno divorzile è giustificato se la sproporzione economico-patrimoniale tra i coniugi è stata causata dalla stessa vita matrimoniale. Se invece essa dovesse dipendere da altri fattori (ad esempio, dal fatto che la moglie, pur potendo, non ha mai cercato alcun impiego), allora il contributo non sarà dovuto.

La Corte di Cassazione ha poi imposto l’onere, a carico di chi chiede l’assegno divorzile, di dimostrare di aver cercato (invano) un lavoro, anche se non conforme al proprio titolo di studio [5].

Insomma: all’ex coniuge spetta l’assegno divorzile se dimostra che la propria inferiore condizione economica sia frutto delle scelte concordate durante la vita matrimoniale, tali da aver comportato un sacrificio rilevante che impedisce di inserirsi nel mondo del lavoro anche successivamente alla cessazione dell’unione familiare.


All’ex coniuge spetta l’assegno divorzile se dimostra che la propria inferiore condizione economica sia frutto delle scelte concordate durante la vita matrimoniale, tali da aver comportato un sacrificio rilevante che impedisce di inserirsi nel mondo del lavoro anche successivamente alla cessazione dell’unione familiare.

note

[1] Art. 156 cod. civ.

[2] Art. 5, l. n.  898/1970.

[3] Cass., sent. n. 11504/2017.

[4] Cass., ord. n. 1786 del 28 gennaio 2021.

[5] Cass., ord. n. 5932 del 4 marzo 2021.

Autore immagine: depositphotos.com


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