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Ecco cosa rischia da oggi il falso laureato

13 Luglio 2022 | Autore:
Ecco cosa rischia da oggi il falso laureato

Mentire sulla propria laurea può portare persino alla detenzione in carcere in alcune circostanze, come nel caso approdato di recente in Cassazione.

Può essere capitato a tutti di farsi aiutare da qualche amico nella stesura del primo curriculum vitae, e magari quell’amico ci ha invitati a arricchirlo un po’ con qualche esperienza non proprio vissuta in prima persona, forse con un livello più alto di inglese o con qualche lavoretto in realtà mai fatto. Qualcuno si è persino fatto convincere, nella speranza di rendersi più accattivante agli occhi del reclutatore. Ma mentire sul curriculum non è uno scherzo, specialmente se oggetto della menzogna è il conseguimento di una laurea che in realtà non si possiede: oltreché essere la peggior prima mossa da fare in un nuovo ambiente lavorativo, è anche un reato.

A spiegarlo bene è la Corte di Cassazione che in una recente sentenza ha confermato la condanna nei confronti di un imputato ritenuto responsabile di aver mentito in merito alle proprie qualità personali e professionali relativamente ai titoli di studi conseguiti, avendo più volte affermato in un processo penale di essersi laureato in ingegneria senza che in realtà avesse mai concluso tali studi.

Il fatto era stato qualificato come violazione dell’art. 496 del Codice penale relativo alle false dichiarazioni sulla identità o su qualità personali proprie o di altri, avendo l’imputato reso false dichiarazioni relativamente alla propria carriera lavorativa e scolastica. Per questo motivo la Corte d’appello di Brescia si era pronunciata con una condanna a otto mesi di carcere, escludendo l’assoluzione per la falsa testimonianza resa in aula.

Secondo la difesa del ricorrente, però, l’articolo del Codice penale si riferirebbe solo ai dati identificativi del soggetto durante un interrogatorio in senso tecnico, non avvenuto nel caso concreto trattandosi di un testimone. Inoltre, il comportamento del ricorrente sarebbe stato – sempre secondo la difesa – irrilevante nella semplice qualificazione di laureato, e privo di dolo per l’improprio utilizzo della parola «laurea» tra i riconoscimenti acquisiti.

I giudici di legittimità, ricostruendo quanto successo in aula, riconoscono come la dichiarazione resa dall’imputato fosse volutamente incompleta, volta a lasciare intendere che egli fosse a tutti gli effetti di legge laureato in una facoltà straniera di Ingegneria, essendosi inoltre più volte qualificato come laureato in ingegneria.

La Corte ricorda che la condotta di false dichiarazioni, ai sensi dell’articolo 496 del Cod. pen., è un reato a consumazione istantanea che si perfeziona nel momento stesso in cui le false dichiarazioni vengono rese, motivo per cui non è necessario aspettare il termine dell’esame del testimone per doversi valutare la falsità della dichiarazione. In merito all’assenza di dolo lamentata dalla difesa, la Cassazione rammenta anche il principio per cui, per il reato di cui è accusato il ricorrente non è necessario il dolo specifico ma è sufficiente quello generico, essendo sufficiente la coscienza e volontà della condotta delittuosa.

Relativamente alla sostenuta irrilevanza delle dichiarazioni rese dal ricorrente durante l’interrogatorio, invece, la Corte ricorda che la norma non parla di interrogatorio in senso tecnico, ma l’espressione utilizzata si riferisce al fatto che non si debba trattare di una dichiarazione spontanea, ma debba essere una risposta a una richiesta del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio.

Corretta è stata, secondo gli Ermellini, la valutazione dei giudici di secondo grado di qualificare la falsa dichiarazione relativa al conseguimento della laurea come una qualità personale passibile di falsità secondo l’art. 496 Cod.pen.. Per «qualità personali», infatti, la giurisprudenza ormai da tempo intende ogni attribuito che serva a distinguere un individuo nella sua personalità economica o professionale, che possa ricoprire un interesse per l’autorità interrogante.

Per questi motivi la Cassazione ha ritenuto logica e lineare la motivazione con la quale la Corte d’appello ha condannato il ricorrente responsabile di aver mentito sul proprio curriculum.



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