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Rapporto di lavoro: sottopagare i dipendenti può costituire estorsione

1 Febbraio 2012
Rapporto di lavoro: sottopagare i dipendenti può costituire estorsione

Sottopagare il dipendente, imponendogli – per esempio – di firmare una busta paga con indicato il pagamento di un importo superiore rispetto a quello effettivamente erogato costituisce reato e, in particolare, estorsione quando si accompagna alla minaccia del licenziamento; in tutti gli altri casi è sempre consentita l’azione civilistica, al tribunale del lavoro, per ottenere le differenze retributive.

Versare ai dipendenti un salario inferiore a quello indicato in busta paga e costringerli ad accettare la minor somma sotto pena di licenziamento costituisce reato di estorsione a carico del datore di lavoro.

Una pratica purtroppo conosciuta quella dell’imprenditore che paga il lavoratore in misura inferiore al contratto collettivo e, nello stesso tempo, fa firmare – a quietanza – una busta paga che riporta invece un importo superiore; oppure quella del datore che, dopo aver fatto il bonifico al lavoratore per l’importo previsto dalla legge, poi si fa materialmente restituire parte di questa somma.

Si tratta di illeciti che consentono al lavoratore di agire nei confronti del datore entro cinque anni dalla data di scioglimento del rapporto di lavoro per ottenere, in via civilistica, le cosiddette differenze retributive, ossia tutte le somme non pagate dal giorno dall’assunzione.

Ma se a queste condotte si accompagna anche la minaccia del licenziamento, ostentando una falsa situazione di crisi aziendale, il datore di lavoro può essere responsabile del reato di estorsione.

Secondo la Cassazione [1], in questi casi, si passa dal civile al penale. E questo perché sussistono, nella condotta dolosa del datore di lavoro, gli artifici e raggiri volti a far credere al dipendente che, non accettando queste condizioni, egli potrà perdere il posto di lavoro.

Nel caso deciso dalla sentenza riportata in nota, il datore di lavoro aveva inoltre aggravato la propria condotta fraudolenta resistendo, con difese pretestuose, nelle cause successivamente intentategli dai suoi dipendenti.


note

[1] Cass. sent. n. 4290 del 01 febbraio 2012.


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