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Fallimenti e ragionevole durata della procedura

23 Novembre 2015 | Autore:
Fallimenti e ragionevole durata della procedura

Legge pinto e risarcimento per la procedura fallimentare troppo lunga: i termini, l’equa riparazione e le condizioni.

 

La durata ragionevole della procedura fallimentare è stimata in cinque anni per le procedure di media complessità, elevabile fino a sette anni quando il procedimento si presenti notevolmente complesso, ipotesi, questa, ravvisabile in presenza di un numero elevato di creditori, di una particolare natura o situazione giuridica dei beni da liquidare (partecipazioni societarie, beni indivisi ecc.), della proliferazione di giudizi connessi alla procedura, ma autonomi e quindi a loro volta di durata condizionata dalla complessità del caso, oppure della pluralità delle procedure concorsuali interdipendenti.

In ordine al risarcimento il giudice nazionale deve, in linea di principio, uniformarsi ai criteri di liquidazione elaborati dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo, secondo cui, data l’esigenza di garantire che la liquidazione sia satisfattiva di un danno e non indebitamente lucrativa, la quantificazione del danno non patrimoniale deve essere, di regola, non inferiore a euro 750,00 per ogni anno di ritardo, in relazione ai primi tre anni eccedenti la durata ragionevole, e non inferiore a euro 1.000,00 per quelli successivi.

Permane, tuttavia, in capo al giudice, il potere di discostarsene in misura ragionevole qualora, avuto riguardo alle peculiarità della singola fattispecie, ravvisi elementi concreti di smentita di detti criteri, dei quali deve dar conto in motivazione.

In tema di risarcimento la Corte d’appello, pur potendo discostarsi dagli ordinari criteri di liquidazione, non può assumere come vincolante e come limite massimo il valore del credito ammesso al passivo, in quanto, secondo la costante giurisprudenza, la maggiore o minore entità della posta in gioco può incidere sulla misura dell’indennizzo, consentendo al giudice di scendere anche al di sotto della soglia minima, ma non anche di parificare la liquidazione al valore della causa in cui si è verificata la violazione.

Equa riparazione per la durata non ragionevole delle procedure fallimentari

Il termine semestrale di decadenza per la proponibilità della domanda di equa riparazione per la durata non ragionevole delle procedure fallimentari decorre dalla data in cui il decreto di chiusura del fallimento non è più reclamabile in appello, momento in cui la decisione può essere considerata definitiva (Cass. 1091/2015).

Nella giurisprudenza si è chiarito che in tema d’equa riparazione per la violazione del termine ragionevole di durata del processo ai sensi della L. 89/2001, per l’individuazione del momento iniziale e di quello conclusivo del procedimento presupposto occorre riferirsi ai criteri desumibili dalla disciplina del tipo di processo che si assume affetto da ritardo.

In particolare, la procedura fallimentare, con riguardo al concorso dei creditori sul patrimonio del fallito, può considerarsi conclusa soltanto nel momento in cui si verifica il soddisfacimento integrale del credito ammesso al passivo, oppure, nelle ipotesi di soddisfacimento parziale o di totale inadempimento, quando sia intervenuto il decreto di chiusura del fallimento o perché è stata compiuta la ripartizione dell’attivo o perché’ la procedura non può essere utilmente continuata per insufficienza d’attivo e tale decreto sia divenuto definitivo per essere scaduto il termine di quindici giorni dalla sua affissione senza che sia stato impugnato con reclamo alla corte d’appello (Cass. 9922/2005, 23271/ 2005).

Si è ulteriormente precisato che la decisione che conclude il procedimento nel cui ambito si assume verificata la violazione, la quale segna il dies a quo del termine semestrale di decadenza per la proponibilità della domanda, può essere considerata “definitiva” se insuscettibile di essere revocata, modificata o riformata dal medesimo giudice o da altro giudice, chiamato a provvedere in grado successivo; pertanto, nelle procedure fallimentari giunte a compimento, il predetto termine semestrale decorre dalla data in cui il decreto di chiusura del fallimento non è più reclamabile in appello; data che, per effetto della sentenza della Corte costituzionale n. 279/2010, per il fallito e gli altri soggetti interessati e già individuati sulla base degli atti processuali, coincide con il quindicesimo giorno dalla comunicazione dell’avvenuto deposito del decreto effettuata a mezzo lettera raccomandata con avviso di ricevimento ovvero a mezzo di altre modalità di comunicazione previste dalla legge.

Tale conclusione deve essere ribadito; invero, il procedimento fallimentare continua a prevedere l’istituto della chiusura, disciplinato dagli artt. 118-120, e, segnatamente, il decreto di chiusura cui si riferisce l’articolo 119, il quale cosi dispone: La chiusura del fallimento è dichiarata con decreto motivato del tribunale su istanza del curatore o del debitore ovvero di ufficio, pubblicato nelle forme prescritte nell’articolo 17 (comma 1). Quando la chiusura del fallimento è dichiarata ai sensi dell’art. 118, co. 1, n. 4), prima dell’approvazione del programma di liquidazione, il tribunale decide sentiti il comitato dei creditori ed il fallito (comma 2).

Contro il decreto che dichiara la chiusura o ne respinge la richiesta è ammesso reclamo a norma dell’art. 26.

Contro il decreto della corte d’appello il ricorso per cassazione è proposto nel termine perentorio di trenta giorni, decorrente dalla notificazione o comunicazione del provvedimento per il curatore, per il fallito, per il comitato dei creditori e per chi ha proposto il reclamo o è intervenuto nel procedimento; dal compimento della pubblicità di cui all’art. 17 per ogni altro interessato (comma 3).

Il decreto di chiusura acquista efficacia quando è decorso il termine per il reclamo, senza che questo sia stato proposto, ovvero quando il reclamo è definitivamente rigettato (comma 4); che, dunque, anche nella procedura fallimentare è identificabile un provvedimento dalla cui adozione può considerarsi definita la procedura stessa.

L’approvazione del conto finale, di cui all’art. 117 L. fall. e la materiale consegna della somma dovuta al creditore ammesso al passivo, se valgono, dal punto di vista sostanziale, a concludere il procedimento per il creditore, non valgono tuttavia a integrare il momento conclusivo della procedura ai fini della proposizione della domanda di equa riparazione.

Tale adempimento non fa venir meno, ai fini dell’individuazione della durata complessiva della procedura fallimentare e, in particolare, ai fini della individuazione del dies a quo per la decorrenza del termine semestrale di proposizione della domanda di equa riparazione, la necessità di fare riferimento al decreto di chiusura del fallimento, atteso che la L. 89/2001, art. 4, dispone che la domanda di riparazione può essere proposta, a pena di decadenza, entro sei mesi dal momento in cui la decisione che conclude il procedimento è divenuta definitiva.

Il concetto di definitività, nell’elaborazione giurisprudenziale, si identifica con il passaggio in giudicato della sentenza che lo definisce; ne consegue che se la decisione che conclude il processo presupposto è stata depositata ma non notificata, la sua definitività si identifica con il decorso del c.d. termine lungo previsto dall’art. 327 c.p.c.. e del periodo di sospensione feriale dei termini (Cass. 1775/2012) e, nella procedura fallimentare, come detto, con il decorso del termine di cui all’art. 26 L. fall.

Deve, inoltre, precisarsi che l’art. 5 quater L. 89/2001 attribuisce al giudice il potere di condannare il ricorrente al pagamento in favore della cassa delle ammende di una somma di denaro non inferiore a 1.000 euro e non superiore a 10.000 euro quando la domanda di equa riparazione debba esser dichiarata inammissibile o manifestamente infondata.

È del tutto evidente che l’articolo trovi applicazione nelle sole ipotesi tassativamente elencate, ovvero in presenza di difetti insanabili dell’atto introduttivo o nei casi in cui la domanda non abbia alcuna ragionevole probabilità di essere accolta.

Dal tenore letterale della norma emerge chiaramente che ciò a cui il legislatore ha attribuito rilievo decisivo è la proposizione di ricorsi per equa riparazione in difetto delle condizioni di proponibilità e ammissibilità, ovvero manifestamente infondati, rimettendo comunque al giudice l’apprezzamento della ricorrenza delle condizioni e della rilevanza dei detti vizi ai fini dell’applicazione della sanzione, che dunque non costituisce conseguenza automatica dell’accertamento del vizio.

Questa configurazione dell’istituto appare in linea con quanto affermato dalla Corte costituzionale, la quale, nel ricostruire la ratio legis di un altro meccanismo sanzionatorio e deflattivo predisposto dal legislatore, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 616 c.p.p. nella parte in cui non prevede che la Cassazione, in caso di inammissibilità del ricorso, possa non pronunciare la condanna in favore della cassa delle ammende, a carico della parte privata che abbia proposto il ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità (sent. n. 186/2000).

Il criterio di discrimine nella applicazione del meccanismo sanzionatorio va individuato nella colpa del ricorrente, desunta dall’apprezzamento della causa di inammissibilità o di rigetto della domanda riparatoria.

Inoltre, si rileva che non è certamente tale previsione a determinare il diniego di accesso alla tutela indennitaria, trattandosi di norma del tutto coerente con la finalità di disincentivare, senza alcun automatismo, pretese avanzate dalle parti benché temerarie o inosservanti, sul piano processuale, del dettato normativo.

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note

Autore immagine: 123rf com


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