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Quando non si può rinunciare all’eredità

15 Luglio 2022
Quando non si può rinunciare all’eredità

Si risponde dei debiti del defunto quando si compiono atti di accettazione tacita o quando non si fa l’inventario. 

Per non rispondere dei debiti di una persona deceduta è necessario rinunciare all’eredità. Ai sensi dell’articolo 521 del codice civile, infatti, «chi rinuncia all’eredità è considerato come se non vi fosse mai stato chiamato». La rinuncia ha effetto retroattivo. Dunque, il chiamato all’eredità, che abbia rinunciato ad essa, non risponde dei debiti del de cuius. 

La rinuncia, di norma, può essere espressa entro 10 anni dall’apertura della successione, ossia dal decesso. Esistono però dei casi – che è bene conoscere – in cui non si può rinunciare all’eredità. La conseguenza è dirompente: il soggetto in questione dovrà rispondere dei debiti lasciati dal parente defunto e quindi delle sanzioni amministrative, penali e tributarie, delle imposte, della cartelle esattoriali, delle bollette, fatture e di tutto il passivo legato all’eredità. 

Vediamo allora, più nel dettaglio, quando non si può rinunciare all’eredità. Come vedremo a breve si tratta di due casi:

  • quando l’erede è nel possesso dei beni ereditari e non ha provveduto, per tempo, a fare l’inventario;
  • quando l’erede ha compiuto almeno un atto inquadrabile come accettazione tacita dell’eredità. 

Ma procediamo con ordine. 

A cosa serve la rinuncia all’eredità?

Finché non accetta l’eredità, in forma espressa o tacita che sia, il chiamato all’eredità non può essere considerato erede. Quindi egli non risponde dei debiti lasciati dal defunto e ogni richiesta di pagamento inoltratagli dai creditori del defunto deve ritenersi illegittima e non dovuta. 

Con la rinuncia all’eredità, l’erede manifesta esplicitamente la volontà di non divenire erede, in tal modo evitando definitivamente qualsiasi azione dei creditori. 

Se l’accettazione dell’eredità è un atto irrevocabile, la rinuncia invece è revocabile. Si può revocare la rinuncia all’eredità entro 10 anni dall’apertura della successione a patto però che il patrimonio del defunto non sia già stato integralmente diviso.

Effettua la rinuncia all’eredità chi ritiene non conveniente accettarla, di solito per via della presenza di numerosi debiti, di un patrimonio minimo o privo di valore di mercato. Si pensi al caso di un erede che, insieme ad altri dieci, subentri nella titolarità di un terreno difficilmente divisibile e vendibile. 

Entro quando si può fare la rinuncia all’eredità?

La rinuncia all’eredità va fatta entro 10 anni dall’apertura della successione (ossia dal decesso). È fatta salva la possibilità, per eventuali terzi interessati (ad esempio coeredi e creditori), di rivolgersi al tribunale affinché, con provvedimento motivato, riduca tale termine. 

Se l’erede si trova nel possesso di uno o più beni del defunto (così come succede, di norma, a un figlio convivente con il genitore), il termine per la rinuncia è molto più breve. In particolare questi deve:

  • entro 3 mesi dal decesso effettuare l’inventario dei beni in suo possesso;
  • nei successivi 40 giorni, effettuare la dichiarazione di rinuncia all’eredità.

Se i suddetti termini non vengono rispettati, il soggetto in questione si considera erede puro e semplice.

La rinuncia all’eredità può, infine, avvenire anche con un comportamento tacito: è il caso di chi faccia decorrere 10 anni dall’apertura della successione senza manifestare alcuna volontà di accettare la stessa. Difatti se entro 10 anni dal decesso non si effettua né l’accettazione né la rinuncia all’eredità, si perde ogni diritto sul patrimonio del defunto e, di conseguenza, non si risponde neanche dei relativi debiti. 

Quando non si può fare la rinuncia all’eredità

Il primo caso in cui diviene impossibile effettuare la rinuncia all’eredità è quello di chi, pur possedendo uno o più beni del defunto: 

  • non provvede ad effettuare l’inventario nei 3 mesi successivi al decesso 
  • oppure, nei 40 giorni successivi all’inventario, non dichiara di voler rinunciare all’eredità. 

Lo prevede l’articolo 485 del codice civile. È tuttavia onere del creditore provare che l’erede si trovasse in possesso dei beni ereditati per poter agire contro di lui.

La seconda ipotesi in cui non è possibile più effettuare la rinuncia all’eredità si verifica quando l’erede pone in essere uno dei comportamenti che implicano l’accettazione tacita dell’eredità. Tali sono tutte quelle condotte incompatibili con la volontà di rinunciare all’eredità quali ad esempio:

  • la vendita di un bene del defunto;
  • il prelievo dal conto corrente del defunto;
  • la riscossione dei crediti del defunto (ad esempio il canone d’affitto);
  • il pagamento dei debiti del defunto con denaro di quest’ultimo;
  • l’accatastamento in proprio favore di un immobile del defunto;
  • la locazione di un immobile del defunto.

Per maggiori dettagli su questo argomento si rinvia alla guida Quando c’è accettazione tacita eredità.

In entrambi i casi, essendo avvenuta – seppur in forma tacita – l’accettazione dell’eredità, il chiamato si considera erede puro e semplice e non potrà più rinunciare alla successione. Il che significa che sarà responsabile dei debiti lasciati dal defunto. La responsabilità però è “pro quota”, ossia proporzionale alla percentuale di eredità ricevuta. 



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