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Come revocare assegno mantenimento figlio maggiorenne?

19 Luglio 2022
Come revocare assegno mantenimento figlio maggiorenne?

Alimenti: per smettere di pagare, il padre deve provare che il figlio ha raggiunto l’indipendenza economica.

Quando interrompere il mantenimento al figlio? Il genitore interessato alla cessazione dell’obbligo di mantenimento è tenuto a provare che il figlio ha raggiunto l’indipendenza economica oppure che il mancato svolgimento di un’attività produttiva di reddito (o il mancato compimento del corso di studi) dipende da un atteggiamento di inerzia o di rifiuto ingiustificato dello stesso. Sono questi i chiarimenti forniti più volte dalla giurisprudenza. Ma procediamo con ordine e vediamo come revocare l’assegno di mantenimento per il figlio maggiorenne.

Come vedremo a breve, la revoca spetta sempre al giudice: non può cioè il genitore (ad esempio, il padre), rilevando il venir meno dei presupposti che danno diritto agli alimenti, interrompere di propria iniziativa il versamento delle somme in questione.

Come si calcola il mantenimento al figlio?

L’obbligo di mantenimento dei figli maggiorenni è sancito dall’art. 337 septies del Codice civile, norma applicabile alle separazioni, ai divorzi e alle nascite fuori del matrimonio.

I parametri che il giudice deve considerare per quantificare l’assegno di mantenimento in capo al genitore sono: 

  • il tenore di vita dei genitori: tanto più è elevato, tanto maggiore sarà il mantenimento;
  • la proporzionalità, in rapporto all’età del beneficiario; 
  • la valutazione del percorso formativo prescelto dal figlio e della sua ultimazione; 
  • la verifica delle eventuali condotte non diligenti del figlio.

Fino a quando dura il mantenimento al figlio maggiorenne?

Il figlio minorenne ha sempre diritto al mantenimento. Il figlio maggiorenne invece solo finché non è in grado di mantenersi da solo. Ma questo non significa che un perdurante stato di disoccupazione consenta di ottenere gli alimenti “a vita”: il figlio deve comunque darsi da fare per completare la propria formazione scolastica o, in alternativa, cercare un’occupazione. Egli non può rifiutare, senza una valida ragione, occasioni lavorative, anche se non perfettamente in linea con le proprie ambizioni. Deve cioè sapersi accontentare.

Più avanza l’età, più si presume che lo stato di disoccupazione dipenda dall’inerzia del giovane e non dalla mancanza di occasioni. Sicché, secondo la giurisprudenza, raggiunti i 30 anni, il figlio maggiorenne perde per sempre il diritto al mantenimento. 

Il diritto al mantenimento viene meno anche in presenza di un lavoro a tempo determinato, rinnovato annualmente: ciò che conta, secondo la Cassazione, non è tanto la natura del contratto (se a tempo indeterminato o a termine) bensì l’adeguatezza dell’occupazione reperita alle aspirazioni e alla professionalità acquisita dal figlio maggiorenne.

Ad esempio, lo specializzando in medicina che, per sostenersi negli studi, faccia un lavoro di cameriere non perde il diritto al mantenimento non essendo tale occupazione in linea con il percorso intrapreso. Il praticante avvocato che, in attesa di prendere il titolo, lavora in un call center ha comunque diritto agli alimenti. Li perde però non appena raggiunge il titolo, anche se ha ancora pochi clienti: ha infatti raggiunto la capacità di produrre potenzialmente reddito ed è ciò che interessa alla legge, non tanto la misura del reddito stesso.

Doveri del figlio che riceve il mantenimento

La giurisprudenza più recente ha sottolineato l’importanza del concetto di autoresponsabilità del figlio, il quale, oltre al diritto al mantenimento, ha il dovere di attivarsi perché quest’ultimo non sia, per il genitore, ingiustamente gravoso. 

Il diritto del figlio al mantenimento, anche dopo il raggiungimento della maggiore età, non esclude il suo dovere di adoperarsi per rendersi quanto prima economicamente autonomo, impegnandosi con profitto negli studi o nella formazione professionale ed attivandosi, completati gli stessi, per il reperimento di un’occupazione adeguata alle proprie capacità ed alla propria specializzazione, nonché compatibile con le opportunità reali offerte dal mercato del lavoro. È anche vero, però, che è compito dei genitori assecondare, per quanto possibile, le inclinazioni naturali e le aspirazioni del figlio, consentendogli di orientare la sua istruzione in conformità dei suoi interessi e di cercare un’occupazione appropriata al suo livello sociale e culturale, anche mediante la somministrazione dei mezzi economici a tal fine necessari, senza forzarlo ad accettare soluzioni indesiderate. 

Quando cessa il diritto al mantenimento?

L’obbligo di mantenere i figli cessa innanzitutto quando questi raggiungono un reddito tale da potersi mantenere da soli, indipendentemente dal tenore di vita a cui erano abituati quando ancora vivevano con i genitori o erano da questi mantenuti. Così, il figlio di un ricco imprenditore perde il mantenimento se ottiene un lavoro part time di poco meno di mille euro mensili.

La successiva perdita del lavoro non fa rivivere il diritto al mantenimento che, una volta cessato, non resuscita più.

Il diritto al mantenimento cessa anche quando il figlio, raggiunta la maggiore età, non vuol studiare né si cura di cercare un’occupazione, rimanendo così disoccupato più per pigrizia che non per assenza di occasioni.

Un’altra causa di cessazione del diritto al mantenimento è l’ingiustificata rinuncia ad occasioni di lavoro seppur in linea con la formazione del giovane: non rilevano le superiori ambizioni di questi. 

Allo stesso modo, il diritto al mantenimento non riaffiora in caso di dimissioni dal lavoro.

Il mantenimento permane anche durante lo stato di disoccupazione a meno che non si dimostri che esso dipende dall’inerzia del giovane. Ma la disoccupazione che si protrae dopo i 30/35 anni è sintomo di un atteggiamento pigro: scatta quindi una presunzione assoluta che non consente più al giovane di chiedere gli alimenti ai genitori.

L’importanza dell’età è sottolineata da molteplici pronunce di legittimità, che affermano il principio di proporzionalità inversa, secondo il quale all’età progressivamente più elevata dell’avente diritto si accompagna, tendenzialmente e nel concorso degli altri presupposti, il venir meno del diritto al conseguimento del mantenimento. Un limite di età per il mantenimento non esiste, ma può essere nella realtà delle cose quando le situazioni si protraggano oltre ogni misura. Il maggiorenne cui non spetti più il mantenimento può, ricorrendone i presupposti, agire nei confronti del genitore per ottenere gli alimenti.

Come revocare l’assegno di mantenimento al figlio maggiorenne?

Come dicevamo in apertura, per sospendere il mantenimento al figlio è necessario un provvedimento del giudice che modifichi la precedente sentenza con cui veniva disposta la misura degli alimenti da versare mensilmente. 

L’onere di provare che il figlio può mantenersi da solo spetta al genitore obbligato.

La giurisprudenza ha svolto una differenziazione, ponendo a carico del genitore l’onere probatorio fino al momento in cui il figlio non abbia esaurito il ciclo di studi o formazione previsto e ponendo un’inversione dell’onere della prova nel momento in cui gli studi siano stati completati. In quest’ultimo caso, è il figlio a dover dimostrare di essersi effettivamente adoperato per rendersi autonomo, impegnandosi a trovare un’occupazione in base alle opportunità effettivamente offerte dal mercato del lavoro.



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