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Provvedimenti disciplinari sono mobbing?

20 Luglio 2022
Provvedimenti disciplinari sono mobbing?

I provvedimenti disciplinari ripetuti e persecutori contro lo stesso dipendente possono essere qualificati come mobbing?

Se un datore di lavoro è particolarmente rigoroso contro tutti i lavoratori, il suo accanimento non può essere classificato come mobbing. Il mobbing è invece un atteggiamento persecutorio rivolto nei confronti di uno specifico dipendente, costituito da una serie di svariati comportamenti che, singolarmente presi, possono anche non essere illeciti, ma nel loro complesso devono essere rivolti ad emarginare la sua vittima, a mortificarla, a procurarle un danno psicologico. 

Alla luce di ciò, ci si chiede spesso se i provvedimenti disciplinari sono mobbing, almeno allorquando risultino eccessivi, pretestuosi e comunque adottati senza gli obiettivi presupposti. 

La questione è finita sul banco della Cassazione [1]. La Cassazione ha cioè chiarito se i provvedimenti disciplinari che colpiscono la dignità del lavoratore possono o meno essere ricondotti all’ipotesi di mobbing.

Secondo la Corte, il dipendente che ha subito provvedimenti disciplinari rivolti solo a screditarlo ha diritto ad ottenere il risarcimento per il danno da mobbing.

Quando c’è mobbing?

Ai fini della configurabilità del mobbing lavorativo devono ricorrere: 

  • una serie di comportamenti di carattere persecutorio – illeciti o anche leciti se considerati singolarmente – che, con intento vessatorio, siano posti in essere contro la vittima in modo miratamente sistematico e prolungato nel tempo, direttamente da parte del datore di lavoro o di un suo preposto o anche da parte di altri dipendenti, sottoposti al potere direttivo dei primi;
  • il danno alla salute, della personalità o della dignità del dipendente; 
  • il rapporto di causa-effetto che lega le descritte condotte e il pregiudizio subito dalla vittima nella propria integrità psicofisica e/o nella propria dignità; 
  • l’elemento soggettivo, cioè l’intento persecutorio unificante di tutti i comportamenti lesivi.

Conseguenze del mobbing

Il mobbing può diventare reato di atti persecutori nei piccoli ambienti di lavoro, laddove il datore è a stretto contatto quotidiano con i dipendenti. Ma potrebbero anche ricorrere i presupposti per lo stalking quando i plurimi atteggiamenti del datore sono diretti ad esprimere ostilità verso il lavoratore dipendente e sono preordinati alla sua mortificazione ed isolamento nell’ambiente di lavoro: questi ben possono essere rappresentati dall’abuso del potere disciplinare culminante in licenziamenti ritorsivi, tali da realizzare uno stato di ansia o di timore nella vittima.  

In tutti gli altri casi, il mobbing è solo fonte di un risarcimento del danno alla salute psicofisica, sempre ammesso che la vittima riesca a dimostrare la lesione patita anche con una consulenza tecnica medico-legale.

Sanzioni disciplinari: quando è mobbing?

Per ottenere il risarcimento dei danni discendenti da sanzioni disciplinari che si ritiene ingiustamente inflitte queste ultime devono essere tempestivamente impugnate ed annullate dal tribunale ordinario, sezione lavoro e previdenza. E difatti il presupposto per poter riconoscere il mobbing dietro il potere disciplinare è l’abuso dello stesso ossia l’utilizzo in assenza dei relativi presupposti.

In pratica, non perché un dipendente viene sanzionato può questi aver diritto al risarcimento per mobbing. È necessario infatti prima accertare che tali sanzioni non erano dovute perché illegittime.

Il caso

Con l’ordinanza in esame, la Corte di Cassazione si è pronunciata su una vicenda riguardante una docente, vittima di mobbing. L’insegnante era riuscita, in primo e secondo grado, a ottenere la condanna del MIUR al risarcimento del danno per via di alcuni provvedimenti disciplinari ritenuti vessatori nei suoi confronti. Dette sanzioni infatti erano unicamente rivolte a colpire la docente nella sua dignità, «minandone gravemente l’autorevolezza ed il prestigio», piuttosto che a comporre il conflitto insorto nell’ambiente di lavoro e della sua riconducibilità ad una ipotesi di mobbing.

Il Ministero ha presentato ricorso in Cassazione, ritenendo erronea la riconducibilità all’ipotesi di mobbing dei suddetti provvedimenti assunti a carico della docente. La Cassazione ha però accolto il ricorso della docente. 

 


note

[1] Cass. sent. n. 22381/2022.

[2] Cass. sent. n. 17698/2014

Autore immagine: depositphotos.com

Cass. civ., sez. lav, ord., 15 luglio 2022, n. 22381

Presidente Manna – Relatore De Marinis

Rilevato

– che, con sentenza del 24 settembre 2015, la Corte d’Appello di Roma, in riforma della decisione resa dal Tribunale di Roma, sulla domanda proposta da F.R. nei confronti del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca nonché del Liceo (omissis) di Roma, avente ad oggetto la condanna dei convenuti al risarcimento dei danni patiti per effetto dell’illegittima condotta, integrante una ipotesi di mobbing, accertata con sentenza del TAR Lazio passata in giudicato ed emessa all’esito di vari giudizi riuniti proposti contro il MIUR e l’allora Provveditorato agli Studi di Roma per l’annullamento di diversi provvedimenti adottati a suo carico, accoglieva parzialmente la domanda stessa e dichiarato il difetto di legittimazione passiva dell’istituto scolastico, condannava il MIUR al risarcimento de danno non patrimoniale riferito, oltre che al danno biologico ed al danno biologico da invalidità assoluta temporanea, alle ulteriori specifiche fattispecie di sofferenza patite dalla persona quantificate in via equitativa procedendo ad adeguata personalizzazione;

– che la decisione della Corte territoriale discende dall’aver questa ritenuto di dover accogliere in base all’orientamento di questa Corte (cfr. Cass. n. 6372/2011) l’eccezione di difetto di legittimazione passiva del Liceo (omissis) di Roma e, nel merito, disconosciuta, diversamente dal primo giudice, la genericità del ricorso introduttivo e la rilevanza del riferimento alla pronunzia del TAR Lazio, coperta da giudicato, che accerta con ampia ed articolata motivazione come la F. fosse stata vittima di mobbing, sussistente la lamentata condotta persecutoria, l’intento vessatorio unificante tutti i comportamenti lesivi, risultando nella predetta decisione del TAR decisamente smentita la tesi per cui con i provvedimenti adottati non si fosse inteso colpire la F. quanto, piuttosto, cercare di rasserenare il clima, salvaguardando innanzitutto l’insegnante e poi gli alunni, la lesione della salute, della personalità e della dignità della dipendente, il nesso eziologico tra le condotte ed il pregiudizio subito dalla vittima, la risarcibilità del danno nella sola sua componente non patrimoniale liquidato come sopra precisato;

– che per la cassazione di tale decisione ricorre il MIUR, affidando l’impugnazione a quattro motivi, cui resiste, con controricorso, la F. .

Considerato

– che, con il primo motivo, il Ministero ricorrente, nel denunciare la violazione e falsa applicazione dell’art. 2099 c.c. anche in relazione alla L. n. 1034 del 1971, art. 5 e art. 7, comma 3, imputa alla Corte territoriale l’erroneità del presupposto da cui muove il pronunciamento circa la riconducibilità ad una ipotesi di mobbing dei provvedimenti assunti a carico della F. poi annullati dal TAR Lazio, ovvero l’essersi formato, in relazione al dictum di tale sentenza, poi divenuta definitiva, un giudicato sostanziale;

– che, con il secondo motivo, denunciando la violazione e falsa applicazione dell’art. 2909 c.c., il Ministero ricorrente, sul presupposto della fondatezza del motivo che precede, imputa alla Corte territoriale la totale omissione dell’accertamento della pretesa risarcitoria avanzata dalla F. nel presente giudizio, avendo erroneamente riconosciuto efficacia di giudicato all’accertamento compiuto dal giudice amministrativo;

– che con il terzo motivo, rubricato con riferimento alla violazione e falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c., si deduce la nullità dell’impugnata sentenza imputando alla Corte territoriale l’erronea valutazione di quanto allegato e offerto di provare dal Ministero medesimo, letto in termini di mancata contestazione dei fatti accertati nel giudizio amministrativo o di carenza di prova contraria;

– che nel quarto motivo la violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. è prospettata in relazione al vizio di extrapetizione implicante la nullità dell’impugnata sentenza per aver riconosciuto il diritto al risarcimento del danno in relazione ad un pregiudizio psicofisico diverso da quello in relazione al quale espressamente la F. aveva avanzato la pretesa risarcitoria;

– che i primi due motivi devono ritenersi infondati atteso che la Corte territoriale, lungi dal ritenere essersi formato con riferimento alla sentenza del TAR Lazio il giudicato sostanziale o formale sul diritto della F. al risarcimento del danno da mobbing, si è limitata a recepire la ricostruzione in fatto operata dal giudice amministrativo del rapporto di lavoro indubbiamente conflittuale intercorso tra le parti, derivandone, sulla base dell’analisi delle circostanze di fatto indicate dalla F. , non rileva se solo per relationem alla sentenza del TAR, il convincimento, già manifestato in quella sede, dell’illiceità della condotta complessiva posta in essere dall’amministrazione, volta a colpire la docente nella sua dignità, “minandone gravemente l’autorevolezza ed il prestigio”, piuttosto che a comporre il conflitto insorto nell’ambiente di lavoro e della sua riconducibilità ad una ipotesi di mobbing alla stregua dell’orientamento accolto da questa Corte (cfr. Cass. n. 17698/2014);

– che, di contro, inammissibile risulta il terzo motivo, risolvendosi la censura nell’opporre al libero apprezzamento delle dedotte allegazioni e prove operato dalla Corte territoriale e qui insindacabile una diversa lettura delle deduzioni in replica formulate in atti dal Ministero ricorrente; che nuovamente infondato deve dirsi il quarto motivo, non ravvisandosi il denunciato vizio di extrapetizione nell’aver la Corte territoriale riconosciuto la pretesa risarcitoria in relazione ad una qualificazione del lamentato pregiudizio psicofisico operata dal CTU con il ricondurre nella più generale sindrome ansioso-depressiva la specifica sintomatologia psicosomatica cui aveva fatto espresso riferimento la F. nel formulare la domanda giudiziale; che, pertanto, il ricorso va rigettato;

che le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità che liquida in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 5.000,00 per compensi, oltre spese generali al 15% ed altri accessori di legge.

 


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