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Quando c’è concorrenza sleale?

21 Luglio 2022 | Autore:
Quando c’è concorrenza sleale?

Quali sono e come vengono puniti gli atti di concorrenza illecita tra imprese; il caso dello storno di dipendenti.

Nel libero mercato, tutte le aziende si fanno continuamente concorrenza tra loro: con i prezzi, i sistemi di vendita, la pubblicità, i canali di approvvigionamento e i tentativi di accaparrarsi i dipendenti migliori. Insomma, ogni impresa, a tutti i livelli – dall’ortolano alla grande industria – cerca di dimostrare ai suoi clienti che il proprio prodotto è migliore di quello venduto dagli altri.

Ma quando la concorrenza diventa sleale? Anche nel commercio, e nel mondo imprenditoriale in genere, c’è un limite a tutto; le imprese sane e oneste vanno tutelate da chi usa stratagemmi scorretti per danneggiarle. Perciò la legge disciplina quali sono gli atti di concorrenza sleale, che come tali sono vietati e, se vengono compiuti integrano un illecito contro il quale si può reagire.

Concorrenza sleale: cos’è?

L’art. 2598 del Codice civile definisce come «atti di concorrenza sleale» le seguenti condotte:

  • usare «nomi o segni distintivi idonei a produrre confusione con i nomi o i segni distintivi legittimamente usati da altri»;
  • imitare «servilmente i prodotti di un concorrente», o compiere, con qualsiasi altro mezzo, «atti idonei a creare confusione con i prodotti e con l’attività di un concorrente»;
  • diffondere «notizie e apprezzamenti sui prodotti e sull’attività di un concorrente, idonei a determinarne il discredito»;
  • appropriarsi di «pregi dei prodotti o dell’impresa di un concorrente»;
  • avvalersi «direttamente o indirettamente di ogni altro mezzo non conforme ai principi della correttezza professionale e idoneo a danneggiare l’altrui azienda».

Oltre a questi atti tipici, può costituire concorrenza sleale anche la violazione dell’obbligo di fedeltà cui è tenuto il lavoratore dipendente: l’art. 2105 del Codice civile dispone che «il prestatore di lavoro non deve trattare affari, per conto proprio o di terzi, in concorrenza con l’imprenditore, né divulgare notizie attinenti all’organizzazione e ai metodi di produzione dell’impresa, o farne uso in modo da poter recare ad essa pregiudizio».

Concorrenza sleale: casistica

Come si vede, il novero di condotte che possono integrare l’illecita concorrenza è molto ampio. La casistica della concorrenza sleale comprende varie fattispecie, tra cui le più diffuse e ricorrenti nella pratica sono:

  • la concorrenza parassitaria, fatta da chi imita pedissequamente le iniziative imprenditoriali altrui, ingenerando nei consumatori confusione sulla provenienza dei prodotti dall’azienda di origine che li ha creati o da quella imitatrice;
  • il “dumping”, cioè la vendita sottocosto di prodotti operata in maniera sistematica ed effettuata senza una reale necessità economica, ma solo al fine di eliminare i concorrenti;
  • la pubblicità ingannevole o menzognera, con la quale si attribuiscono falsamente ai propri prodotti qualità uniche, non reperibili in prodotti similari, o si screditano con notizie tendenziose le aziende concorrenti;
  • lo spionaggio industriale, per carpire i segreti di produzione o di organizzazione aziendale dei competitor nel settore;
  • lo storno di dipendenti altrui, mediante il quale si può realizzare anche lo sviamento della clientela (ad esempio, quando un’azienda assume un agente o un manager che porta con sé il proprio portafoglio clienti e lo mette a disposizione del nuovo datore di lavoro).

Concorrenza sleale per storno di dipendenti

Una recente sentenza della Cassazione [1] ha trattato un interessante caso di concorrenza sleale avvenuta mediante lo storno di dipendenti. Un’azienda aveva “soffiato” i dipendenti ad un’altra soltanto per sottrarle il know-how necessario alla produzione, così evitando di dover compiere costosi investimenti in ricerca scientifica e tecnologica. La Suprema Corte ha ravvisato in questo comportamento un atto di concorrenza sleale, precisando che lo storno di dipendenti sarebbe stato escluso se i lavoratori passati in blocco da un’azienda all’altra non avessero avuto conoscenze e professionalità tali da renderli essenziali.

Il Collegio ha sottolineato che «costituisce concorrenza sleale a norma dell’art. 2598, n. 3, Cod. civ. l’assunzione di dipendenti altrui o la ricerca della loro collaborazione non tanto per la capacità dei medesimi, ma per utilizzazione, altrimenti impossibile o vietata, delle conoscenze tecniche usate presso altra impresa, compiuta con animus nocendi, ossia con un atto direttamente ed immediatamente rivolto ad impedire al concorrente di continuare a competere, attesa l’esclusività di quelle nozioni tecniche e delle relative professionalità che le rendono praticabili, così da saltare il costo dell’investimento in ricerca ed in esperienza, da privare il concorrente della sua ricerca e della sua esperienza, e da alterare significativamente la correttezza della competizione».

Concorrenza sleale: rimedi e sanzioni

La concorrenza sleale può essere compiuta da qualsiasi tipo di imprenditore, compresi i professionisti, tant’è che nella causa sono legittimati ad intervenire anche gli enti e le associazioni che rappresentano la categoria professionale di riferimento [1].

Per reagire contro gli atti di concorrenza sleale di cui si è vittima occorre instaurare una causa civile presso il tribunale competente, a norma dell’art. 2599 del Codice civile, chiedendo la cessazione del comportamento lesivo e i provvedimenti necessari per eliminarne gli effetti. È anche possibile chiedere al giudice l’inibitoria, in via d’urgenza, degli atti di concorrenza sleale, in attesa della sentenza di merito [2], e il sequestro dei beni messi in commercio in modo illecito.

A seguito della sentenza di accertamento della concorrenza sleale, l’imprenditore che ne è rimasto vittima può chiedere il risarcimento dei danni patrimoniali che ha subito a causa dell’illecita condotta; l’art. 2600 del Codice civile dispone che la colpa dell’illecita concorrenza si presume sussistente in capo a chi l’ha compiuta.

Approfondimenti


note

[1] Art. 2601 Cod. civ.

[2] Art. 700 Cod. proc. civ.


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