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Si può registrare di nascosto il datore di lavoro?

21 Luglio 2022 | Autore:
Si può registrare di nascosto il datore di lavoro?

Quando, come e perché è lecito memorizzare il file audio di una conversazione con il capo a sua insaputa e utilizzarla in una causa instaurata contro di lui.

«Vieni qui, vai là, portami questo, metti a posto quella roba». Tutti i giorni nelle aziende italiane di qualsiasi tipo e livello, dalle piccole alle grandi, si sentono pronunciare queste frasi dal titolare, o da un superiore, nei confronti di un lavoratore, che però spesso non è inquadrato come dipendente, bensì è stato assunto con altre formule, come quella della collaborazione occasionale, che gli danno molti meno diritti, poche tutele e nessuna garanzia di conservazione del posto.

Così molti lavoratori sfruttati – come anche le vittime di mobbing o altre vessazioni – si chiedono se si può registrare di nascosto il datore di lavoro, per fargli causa e vincerla esibendo come prova le conversazioni così acquisite.

La risposta è positiva: in linea generale, registrare una conversazione senza il preventivo consenso dell’interlocutore è vietato, perché lede la sua riservatezza, ma diventa lecito farlo, anche di nascosto, quando è necessario per esercitare un proprio diritto davanti all’autorità giudiziaria. Così lo smartphone utilizzato come registratore diventa un’arma in favore del lavoratore. Attenzione, però: le registrazioni devono servire solo per la causa da instaurare contro il datore di lavoro, e non possono essere diffuse o divulgate in altri ambiti, ad esempio sui social network o in un gruppo WhatsApp.

Registrare una conversazione di nascosto è legale?

Si può registrare una persona a sua insaputa se si è costantemente presenti al dialogo e dunque se si partecipa a quella conversazione per tutto il tempo: non è consentito, invece, farlo mentre si è assenti, ad esempio lasciando un registratore acceso nella sala riunioni dell’ufficio. È anche vietato registrare in un luogo di privata dimora, come il domicilio del capo dell’azienda o l’autovettura di un manager della società.

Quando si può registrare sul luogo di lavoro?

Le registrazioni sul luogo di lavoro sono lecite se chi le compie prende parte alla conversazione che si svolge in un luogo aziendale aperto al pubblico o riservato al personale (un retrobottega, un magazzino, uno stabilimento di produzione, ecc.). Così è possibile registrare non solo le conversazioni con il capo, ma anche quelle con i propri colleghi, sempre che anch’esse servano a tutelare i propri diritti in giudizio (ad esempio, per difendersi da un fenomeno di mobbing orizzontale, che è quello compiuto con vessazioni, mortificazioni e umiliazioni che provengono proprio dai colleghi): in questi casi, la vittima si trova nella necessità di precostituirsi un valido mezzo di prova.

Come si utilizza la conversazione registrata con il datore di lavoro?

La giurisprudenza ha affermato in numerose occasioni [1] che la registrazione di conversazioni di un lavoratore con il datore di lavoro, o anche con i superiori gerarchici ed i colleghi, se è stata compiuta di nascosto e senza il consenso degli interessati, lede il diritto alla riservatezza personale e può legittimare il licenziamento disciplinare per giusta causa, a meno che non sia stata necessaria per far valere o difendere un diritto in via giudiziaria (ciò che può avvenire, a seconda dei casi, in sede civile, penale o amministrativa): questa facoltà di tutela giurisdizionale è riconosciuta espressamente dalla normativa sulla privacy [2]. Pertanto, i files audio, o audiovisivi, che contengono le conversazioni memorizzate dovranno essere prodotti nel processo come prova per sostenere le proprie tesi e non potranno essere utilizzati in altri modi.

Come provare di essere lavoratori dipendenti con una registrazione nascosta?

Una nuova sentenza del tribunale di Roma [1] ha spiegato come si può provare il rapporto di lavoro dipendente di tipo subordinato grazie ad una registrazione delle conversazioni intercorse con il titolare dell’azienda: tre dipendenti le avevano memorizzate sui loro smartphone e le avevano prodotte come elemento di prova nella causa instaurata davanti al giudice del lavoro, perché i numerosi dialoghi dimostravano la sussistenza della loro piena sottoposizione alle direttive datoriali, e dunque evidenziavano l’esistenza della subordinazione lavorativa (mentre l’azienda li aveva inquadrati fittiziamente come manodopera interposta).

I giudici hanno ritenuto perfettamente valide e pienamente utilizzabili nella causa di lavoro le registrazioni audio, anche se erano state compiute all’insaputa dell’interlocutore, perché esse costituiscono una prova documentale e il datore di lavoro che era controparte in causa non le aveva disconosciute. La sentenza richiama l’art. 2712 del Codice civile, intitolato «riproduzioni meccaniche», secondo cui le conversazioni memorizzate su files audio «formano piena prova dei fatti e delle cose rappresentate, se colui contro il quale sono prodotte non ne disconosce la conformità ai fatti e alle cose medesime», ad esempio dimostrando una manomissione o falsificazione dei contenuti registrati. Pertanto, i dipendenti hanno vinto la causa ed hanno ottenuto l’inquadramento in pianta stabile nell’organico dell’azienda ed il pagamento delle differenze retributive loro spettanti.


note

[1] Cass. sent. n. 31204/2021, n. 12347/2021, n. 11999/2018, n. 16629/2016 e n. 26143/2013.

[2] Art. 24 D.Lgs. n.196/2003, modif. dal D.Lgs. n. 101/2018.

[3] Trib. Roma sent. n. 6698 del 14.07.2022.

Autore immagine: canva.com/


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