HOME Articoli

Editoriali Figlio adulterino: il marito può chiedere all’amante i danni e il cambio di cognome?

Editoriali Pubblicato il 4 novembre 2014

Articolo di




> Editoriali Pubblicato il 4 novembre 2014

Ho avuto una relazione extraconiugale con una donna sposata, rimasta incinta dopo la nostra relazione, pur continuando ad avere rapporti anche col marito; con la nascita del bambino, il marito di lei è venuto a sapere della nostra relazione; oggi lui mi dice di voler fare la prova del DNA a tutti gli interessati al fine di un eventuale disconoscimento del figlio, perdita del cognome con acquisizione del mio, e richiesta di risarcimento dei danni subiti. Può farlo? A me questo sembra un ricatto.

Prima di entrare nel merito del quesito, è opportuno fare una precisazione circa l’affermazione di sentirsi davanti a “un ricatto”.

In realtà, la dichiarazione con la quale un soggetto manifesta la volontà di esercitare un’azione di natura civile (di tipo risarcitorio o meno) non integra di per sé un illecito penale e, in particolar modo, non configura né il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con minaccia, né l’estorsione [1]. Ciò indipendentemente dal fatto che poi la domanda alla base dell’azione civile (nel caso di specie, disconoscimento di paternità e richiesta di risarcimento danni) sia accolta o meno.

Prospettare, infatti, l’esercizio di un’azione civile, di per sé lecita, può ricondursi al reato di “minaccia” solo quando tale rimedio giuridico sia adoperato al fine di ottenere risultati contro la legge [2].

Ciò detto, la questione è semmai quella di comprendere se le prospettazioni di azioni giudiziarie fatte dal marito dell’amante, abbiano un fondamento giuridico e via sia, perciò, il “rischio” che vengano accolte dal giudice. Per far questo, analizzeremo l’esame delle azioni giudiziarie secondo l’ordine prospettato nel quesito.

Richiesta della prova del Dna a tutti gli interessati

Si tratta di una prova che, di norma, costituisce un’alternativa alla possibilità di accertare preventivamente la non paternità in modo differente. Ad esempio: se già dalla cartella clinica redatta alla nascita del piccolo risultasse un gruppo sanguigno di quest’ultimo non compatibile né con quello materno né con quello paterno, ciò sarebbe già di per sé motivo di disconoscimento (atteso che il figlio deve necessariamente avere il gruppo sanguigno di uno dei due genitori). Ciò, tuttavia, non proverebbe che sia Lei il padre del bambino.

Tra l’altro, nell’ambito dell’azione di disconoscimento, possono essere chiamati in giudizio (si dice che sono legittimati passivi) – a seconda di chi propone la domanda – solo il presunto padre per legge (cioè il marito), la madre e il figlio medesimo.

Pertanto, nell’ambito di questo giudizio, non potrebbe essere richiesto a Lei il prelievo di un campione biologico che, invece, andrebbe prelevato solo dal figlio, dalla madre e dal marito di quest’ultima. E d’altronde sarebbe assurdo ipotizzare che in un’azione di disconoscimento promossa da un marito possa essere richiesto l’esame del Dna a tutti gli uomini con i quali la moglie abbia (o possa aver) avuto dei rapporti sessuali!

In parole semplici, con l’azione di disconoscimento può solo accertarsi eventualmente l’assenza di un legame biologico tra genitore e figlio ma non quale sia il diverso legame.

Disconoscimento di paternità

L’azione per il disconoscimento di paternità [3] ha come scopo l’accertamento e, la conseguente, dichiarazione di assenza del rapporto biologico tra un padre e un figlio nato durante il matrimonio.

In questa ipotesi, la legge presume che il marito della madre sia anche il padre del bambino (si parla, a riguardo di “presunzione“ di paternità). Ciò accade quando non sono ancora decorsi trecento giorni dall’annullamento o dal divorzio.

Tale presunzione termina se sono decorsi trecento giorni dalla separazione o dal provvedimento con cui il giudice autorizza i coniugi a vivere separatamente.

La madre, però, può sempre, al momento della nascita, dichiarare il figlio come naturale (cosa che nel Suo caso non è avvenuta); in tale ipotesi resta esclusa la suddetta presunzione. Al di fuori di questa casistica, invece, occorrerà promuovere la relativa azione di disconoscimento.

L’azione si può proporre solo in presenza di circostanze ben precise, tra cui quella in cui la moglie ha avuto una relazione extraconiugale.

In particolare, oltre alla moglie (che può richiederla entro 6 mesi dalla nascita del figlio), l’azione può essere proposta dal marito entro un anno:

a) dal giorno della nascita, se egli si trovava nel luogo in cui è nato il figlio e prova di aver ignorato la propria impotenza a generare, o dal giorno in cui ha avuto conoscenza dell’adulterio della moglie;

b) dal giorno del suo ritorno nella residenza familiare, se non si trovava nel luogo in cui è nato il figlio. Se, però, egli riesce a provare di non aver saputo della nascita in tali giorni, il termine decorre dal giorno in cui ne ha avuto notizia.

In ogni caso, decorsi 5 anni dalla nascita del figlio, l’azione non può più essere proposta.

L’azione non può, invece, essere proposta dal padre naturale o da soggetti diversi da quelli elencati, nonostante siano venuti a conoscenza dell’inesistenza del rapporto biologico tra padre e figlio (ciò significa che Lei non potrebbe, neppure volendo, farsi promotore di questa azione).

Occorre pertanto verificare quanto tempo è decorso dal momento in cui il marito della signora ha appreso della relazione extraconiugale perché, se fosse decorso più di un anno dalla conoscenza dell’adulterio, l’azione di disconoscimento non sarebbe più proponibile.

Cambio del cognome

La perdita del cognome non è automatica al disconoscimento perché il tribunale può autorizzare la conservazione del cognome attribuito al figlio alla nascita, se questo sia già divenuto “elemento connotativo e distintivo della sua identità personale[4]. In ogni caso, anche ipotizzando che un cambio di cognome sia autorizzato [5] (una volta accertata la non paternità del presunto padre), il bambino potrebbe semmai assumere il solo cognome della madre.

Ad ogni buon conto, i provvedimenti di cambiamento o modifica del cognome (o del nome) hanno carattere eccezionale e possono essere ammessi solo ed esclusivamente in presenza di situazioni oggettivamente rilevanti, supportate da adeguata documentazione e da solide e significative motivazioni .

Pagamento dei danni morali e materiali

Venendo all’ultima delle richieste del padre del bambino, quella cioè di proporre una domanda di risarcimento danni nel caso in cui sia accertata la non paternità, anche questa azione ritengo non possa essere accolta, quantomeno nei Suoi confronti.

Se da un lato, infatti, è vero che “l’adulterio della moglie, concretizzato nella nascita di un bambino concepito con un altro uomo costituisce condotta illecita, fonte di un danno non patrimoniale di cui il marito può esigere il risarcimento una volta che sia stata accolta la domanda di disconoscimento di paternità, atteso che sono ormai risarcibili i c.d. danni endofamiliari, derivanti dalla violazione dei diritti e dei doveri nascenti dal matrimonio, sempre che ne sia derivato la lesione di beni costituzionalmente rilevanti”, come quello alla dignità e all’onore [6], di contro, “la violazione dell’obbligo di fedeltà da parte di un coniuge, non fa sorgere nell’altro coniuge il diritto al risarcimento dei danni nei confronti del terzo partecipe del rapporto adulterino; non sussiste, infatti, nei terzi un dovere di astensione da ogni interferenza nella vita familiare dei coniugi” [7].

 

In altre parole, Lei non aveva alcun obbligo giuridico, né contrattuale né extracontrattuale, di riferire al marito della donna della vostra relazione e dei dubbi sul fatto di essere il padre del bambino.

E non solo. Anche qualora fosse accolta la domanda di disconoscimento da parte del marito, non sarebbe “risarcibile il danno patrimoniale e non patrimoniale in conseguenza della nascita di un figlio, allorché l’istante proponga la domanda senza allegare alcun pregiudizio concreto effettivamente subito e meritevole di ristoro, limitandosi ad affermazioni di stile svuotate di effettivo contenuto, oltre che non corroborate da alcun elemento probatorio a sostegno del complessivo assunto” [8].

In pratica, la domanda risarcitoria – ove fosse provata la non paternità dell’uomo – potrebbe essere promossa da quest’ultimo solo nei confronti della moglie (attesa la sussistenza degli obblighi nascenti dal matrimonio), sempre che egli fornisca la prova del danno patrimoniale e morale subito (ad esempio, il subentro di uno stato depressivo conseguente alla scoperta del fatto di non essere il padre del bambino).

In conclusione, qualora subisse delle azioni giudiziarie da parte del marito della signora, il consiglio è quello di eccepire (sia in caso di azione di disconoscimento, sia di risarcimento danni) tramite il suo legale, il cosiddetto difetto di legittimazione passiva, ossia la circostanza per cui non vi è nessun titolo in base al quale Lei possa essere destinatario di una delle azioni descritte.

note

[1] Ai sensi rispettivamente degli artt.  393 e 629 cod. pen.

[2] Cfr. Cass. 06.2.2008; Cass. 16.1.2003; Cass. 10.12.1990.

[3] Art. 243 bis cod. civ.

[4] C. Cost., sent. n. 13 del 3.02.1994 e n. 297 del 23.07.1996.

[5] D.P.R. n. 396 del 3.11.2000, artt. 84 e segg.

[6] C. App. di Napoli sent. del 19.10.11.

[7] Trib. di Milano, sent. del 22.11.02 e Trib. di Monza sent. del 15.3.97.

[8] Trib. Sant’Angelo dei Lombardi, sent. del 26.01.11.


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:
Informativa sulla privacy

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI