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Il passo indietro del Senato sulla parità di genere

27 Luglio 2022 | Autore:
Il passo indietro del Senato sulla parità di genere

Oggi, il Senato non ha approvato un provvedimento che chiedeva di utilizzare in Aula un linguaggio inclusivo che rispettasse la distinzione di genere.

Che piaccia o meno, viviamo in un’epoca in cui è chiesta la massima attenzione alle parole utilizzate, perché a queste viene attribuito un peso e un’importanza specifica. Viviamo un’era di cambiamenti che richiede accortezze necessarie per ricomprendere le diversità che caratterizzano l’attuale società e che, fino a una manciata di anni fa, venivano trascurate e nascoste. Attenzioni che, paradossalmente, mancano proprio ai vertici, che proprio i rappresentanti del popolo non hanno, nonostante quel popolo lo rappresentino tutto. Oggi, al Senato non è stato votato un provvedimento che semplicemente chiedeva, anche in quella sede così istituzionale e – teoricamente – rappresentativa, di declinare al femminile le parole utilizzate riferendosi alle donne.

E così, con un voto segreto, è stato detto no alla parità di genere e al linguaggio inclusivo nel Regolamento del Senato. In aula a palazzo Madama, dove si sta discutendo la Riforma del Regolamento del Senato a seguito della revisione costituzionale concernente la riduzione del numero dei parlamentari, l’emendamento presentato dalla senatrice Alessandra Maiorino non ha raggiunto la maggioranza richiesta per essere approvato. Nello scrutinio segreto, hanno votato a favore 152 senatori, non sufficienti per raggiungere la maggioranza assoluta richiesta.

L’emendamento, intitolato «Disposizioni per l’utilizzo di un linguaggio inclusivo», prevedeva, all’articolo 1, che il Consiglio di presidenza stabilisse «i criteri generali affinché nella comunicazione istituzionale e nell’attività dell’Amministrazione sia assicurato il rispetto della distinzione di genere nel linguaggio attraverso l’adozione di formule e terminologie che prevedano la presenza di ambedue i generi attraverso le relative distinzioni morfologiche, ovvero evitando l’utilizzo di un unico genere nell’identificazione di funzioni e ruoli, nel rispetto del principio della parità tra uomini e donne». E il Senato ha deciso di non adottarlo.

«Perché la destra ha paura di declinare al femminile i ruoli istituzionali delle donne? Perché al Senato Fratelli d’Italia ha chiesto il voto segreto sull’emendamento che prevedeva la possibilità di introdurre la differenza di genere nella comunicazione istituzionale scritta? Perché vuole cancellare i traguardi delle donne, usando anche il linguaggio». Ad affermarlo in una nota Laura Boldrini, deputata Pd e presidente del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nel mondo, che quando ricopriva la carica di presidente della Camera aveva chiesto di essere chiamata signora Presidente, e non signor. «C’è chi ha provato a contestare la proposta – prosegue – appellandosi all’uso del genere neutro, che sarebbe sufficiente a garantire la parità di genere nella comunicazione istituzionale. Peccato che in italiano il neutro non esista. Basta consultare il sito dell’Accademia della Crusca per veder confermato che la nostra lingua contempla solo due generi grammaticali: il maschile e il femminile».

«La destra conferma quindi, ancora una volta, di avere una visione della società retrograda e oscurantista. Frenare l’evoluzione della lingua è un’operazione antistorica. Le donne hanno il diritto di veder declinate le proprie professioni perché è il giusto e legittimo riconoscimento delle tante conquiste sociali di cui sono state protagoniste. Dal partito di Giorgia Meloni, oggi, un altro colpo basso inferto alle donne: mettere al bando l’uso del genere femminile quando si tratta di ruoli apicali, vuol dire fare una ulteriore discriminazione ai danni delle donne», conclude Boldrini.

Sulla stessa lunghezza d’onda della Boldrini è Donatella Conzatti, di Italia Viva, segretaria della commissione Femminicidio, che in una nota ha dichiarato come «Il linguaggio è identità. Quello che puoi pensare e chiamare diventa prima possibile e poi reale. Per questo chiamare il ruolo delle donne fa sì che le donne possano immaginarsi in quel ruolo. Il linguaggio di genere deve entrare anche nelle Istituzioni ed è grave che oggi in parlamento sia stata stoppata la parità di genere nel linguaggio, è un’occasione persa».



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