Diritto e Fisco | Articoli

False dichiarazioni reddito di cittadinanza

2 Agosto 2022 | Autore:
False dichiarazioni reddito di cittadinanza

Cosa rischia chi attesta falsamente la propria situazione patrimoniale solo per ottenere il beneficio economico?

Il reddito di cittadinanza è quella misura economica adottata dal governo per sostenere le famiglie in difficoltà. Si tratta di un sussidio mensile, calibrato in base ai redditi e al numero dei componenti del nucleo familiare. Lo scopo dichiarato del reddito di cittadinanza non è solo di offrire un sostegno di tipo economico, ma anche di favorire l’inserimento dei beneficiari all’interno del mercato del lavoro. Con questo articolo ci occuperemo di uno specifico argomento: vedremo cioè cosa succede in caso di false dichiarazioni per ottenere il reddito di cittadinanza.

Sul punto è recentemente intervenuta la Corte di Cassazione la quale, rifacendosi al suo precedente orientamento, ha stabilito che non sempre scatta il reato nel caso in cui il percettore del reddito abbia mentito allorquando ha dichiarato allo Stato la propria situazione patrimoniale. Insomma, secondo la Suprema Corte c’è falso e falso. Se l’argomento t’interessa, prosegui nella lettura: vedremo insieme cosa succede in presenza di false dichiarazioni nel reddito di cittadinanza.

Reddito di cittadinanza: cosa si deve dichiarare?

Chi intende ottenere il reddito di cittadinanza deve dimostrare di possedere alcuni requisiti, legati essenzialmente alla propria condizione patrimoniale.

Trattandosi di una misura di sostegno delle famiglie meno abbienti, possono chiedere il reddito di cittadinanza solamente coloro che si trovano in condizioni critiche, con un reddito al di sotto della soglia di povertà.

Pertanto, chi intende fare domanda per ottenere il reddito di cittadinanza deve provare, mediante modelli Isee e autocertificazioni, che possiede un patrimonio mobiliare e immobiliare non superiore a un certo limite. Vediamo quale.

Reddito di cittadinanza: quali sono i requisiti?

La legge stabilisce precisi requisiti per poter ottenere il reddito di cittadinanza:

  • essere cittadino italiano o europeo e risiedere in Italia da almeno 10 anni, di cui gli ultimi 2 in via continuativa;
  • avere un Isee inferiore a 9.360 euro annui;
  • possedere un patrimonio immobiliare, diverso dalla prima casa di abitazione, non superiore a 30mila euro;
  • avere un patrimonio mobiliare non superiore a 6mila euro che può essere incrementato in funzione del numero dei componenti del nucleo familiare e delle eventuali disabilità presenti nello stesso;
  • avere un reddito familiare inferiore a 6mila euro annui. La soglia del reddito è elevata a 9.360 euro nei casi in cui il nucleo familiare risieda in un’abitazione in affitto.

Reddito di cittadinanza: cosa rischia chi dichiara il falso?

Chi dichiara il falso per ottenere il reddito di cittadinanza commette reato; la pena è la reclusione da due a sei anni [1].

Il delitto scatta a prescindere dalle modalità con cui si è mentito: si possono usare documenti falsi, attestare condizioni non possedute, ecc.

Ma non solo: per la legge c’è reato anche se il percettore del reddito non denuncia le variazioni della propria situazione patrimoniale; in questo caso, la pena è la reclusione da uno a tre anni.

Ad esempio, chi trova lavoro, vince una determinata somma di denaro al lotto oppure eredita un immobile, deve immediatamente darne comunicazione allo Stato; in caso contrario, scatta il reato appena visto.

Inoltre, ciò che è stato indebitamente percepito deve essere restituito.

False dichiarazioni reddito di cittadinanza: è sempre reato?

Secondo la Corte di Cassazione [2], chi dichiara il falso ma ha comunque diritto a percepire il reddito non commette reato.

In altre parole, non è punibile con la reclusione la dichiarazione attraverso la quale il soggetto percepisce il reddito in misura maggiore rispetto a quanto effettivamente dovuto.

La legge, infatti, punisce solamente il falso volto a ottenere indebitamente la misura economica, senza il quale non si avrebbe diritto ad alcunché. Al contrario, la dichiarazione falsa che muta solamente l’entità del beneficio non costituisce reato. È il caso, ad esempio, di chi mente nel dichiarare il numero dei membri del proprio nucleo familiare.

Ancor più recentemente, la Corte di Cassazione [3] ha stabilito che non è possibile sanzionare una condotta che non ha effetti sul diritto al beneficio.

In altre parole, se la dichiarazione non veritiera non incide né sul diritto alla percezione del reddito né sulla sua entità, allora non c’è motivo di sanzionare penalmente il cittadino, il quale avrebbe comunque avuto diritto al sostegno economico, anche senza falso.

Ma c’è di più: in quest’ultima circostanza, nemmeno deve essere restituito ciò che è stato percepito, in quanto non si è trattato di un indebito.

Insomma: il falso innocuo, privo di conseguenze, non va sanzionato. Ciò significa che il reato di false dichiarazioni per percepire il reddito di cittadinanza non scatta in automatico in virtù delle notizie non veritiere sulla condizione economica di chi chiede l’accesso al sostegno.


Il reato di false dichiarazioni per percepire il reddito di cittadinanza non scatta in automatico in virtù delle notizie non veritiere sulla condizione economica di chi chiede l’accesso al sostegno.

note

[1] Art. 7 d.l. n. 4 del 28 gennaio 2019.

[2] Cass., sent. 44366 del 30 novembre 2021.

[2] Cass., n. 29910 del 27 luglio 2022.

Autore immagine: depositphotos.com

Cass. pen., sez. II, ud. 8 giugno 2022 (dep. 27 luglio 2022), n. 29910

Presidente Mantovano –  Relatore Di Paola

Ritenuto in fatto

  1. Il Tribunale del riesame di Ragusa, con il provvedimento impugnato in questa sede, ha rigettato l’istanza di riesame proposta nell’interesse di P.G. avverso il decreto di sequestro preventivo emesso dal G.i.p del Tribunale di Ragusa e avente ad oggetto la carta di pagamento per l’accredito del reddito di cittadinanza e le disponibilità liquide corrispondenti all’importo di Euro 10.732,47, quale profitto del reato di cui alla L. n. 26 del 2019, art. 7, contestato all’indagata.
  2. Ha proposto ricorso la difesa dell’indagata deducendo, con il primo motivo, violazione di legge, in relazione alla L. n. 26 del 2019, art. 7, poiché all’indagata era stato contestato di aver reso informazioni incomplete e non corrispondenti al vero sulla propria situazione economica, senza che tali omissioni avessero rilevanza poiché, anche a prescindere da tali informazioni, la ricorrente avrebbe avuto diritto alla percezione del reddito di cittadinanza.

2.1. Con il secondo motivo si deduce vizio della motivazione, per manifesta illogicità, nella parte in cui ha ravvisato il fumus delicti anche in relazione alla violazione del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 125.

2.2. Con il terzo motivo si deduce violazione di legge, atteso che il sequestro aveva avuto ad oggetto somme riconducibili all’erogazione in favore dell’indagata di trattamenti previdenziali (pensione d’invalidità), come tali non suscettibili di essere sottoposti a vincolo cautelare.

Considerato in diritto

  1. Il ricorso è fondato per le ragioni di seguito esposte.

1.1. Il secondo motivo è formulato per motivi non consentiti, censurando il vizio di manifesta illogicità che non trova cittadinanza nel giudizio di legittimità avverso i provvedimenti del Tribunale del riesame in materia cautelare reale (Sez. 2, n. 5807 del 18/01/2017, Zaharia, Rv. 269119; Sez. 6, n. 7472 del 21/01/2009, Vespoli, Rv. 242916), atteso che il ricorso per cassazione avverso le ordinanze emesse in materia di sequestro preventivo (o probatorio) è ammesso solo per violazione di legge, nozione in cui è ricompresa esclusivamente l’ipotesi della motivazione del tutto assente o meramente apparente (Sez. 6, n. 6589 del 10/01/2013, Gabriele, Rv. 254893); inoltre la censura è diretta a contestare la fondatezza dell’ipotesi di accusa per il reato di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 95, norma che non è stata posta a base del decreto di sequestro preventivo fondato esclusivamente sulla violazione del D.L. n. 4 del 2019, art. 7.

1.2. La violazione denunciata dalla ricorrente con il primo motivo di ricorso è, invece, fondata.

Il collegio non ignora la giurisprudenza della Corte, sinora prevalente, ad avviso della quale deve ritenersi eccentrica e fuorviante la richiesta verifica dell’eventuale incidenza della falsa informazione, fornita dal richiedente il riconoscimento della titolarità del trattamento all’ente pubblico, rispetto ai presupposti che legittimano, dal punto di vista reddituale e della composizione del nucleo familiare, la percezione della misura di sostegno del reddito introdotta con la L. n. 26 del 2019.

Come è stato già affermato in più occasioni, secondo tale prospettiva ermeneutica il delitto di cui il D.L. 28 gennaio 2019, n. 4, art. 7, convertito con modificazioni dalla L. 28 marzo 2019, n. 26, è integrato per il solo fatto che il richiedente la misura di sostegno fornisca false indicazioni od ometta di rendere informazioni dovute, anche parziali, dei dati di fatto riportati nell’autodichiarazione finalizzata all’ottenimento del c.d. “reddito di cittadinanza” (RdC), e ciò indipendentemente dall’effettiva sussistenza delle condizioni di reddito per l’ammissione al beneficio (Sez. 3, n. 5289 del 25/10/2019, dep. 2020, Sacco, Rv. 278573 – 01, cui hanno fatto seguito altre decisioni non massimate: Sez. 2, n. 2402 del 5/11/2020, dep. 2021, Giudice; Sez. 3, n. 33808 del 21/4/2021, Casà; Sez. 3, n. 5309 del 24/9/2021, dep. 2021, Iuorio). Si è messo in rilievo come, nell’ambito della risposta sanzionatoria dello Stato rispetto a condotte lato sensu fraudolente poste in essere nella formulazione delle richieste di acceso a misure di sostegno, ovvero a benefici (quale quello del patrocinio a spese dello Stato) riconosciuti alle categorie di cittadini in condizioni economiche svantaggiate, il dato caratterizzante la tipicità del fatto penalmente rilevante è rappresentato dalla violazione del patto di leale collaborazione tra cittadini e Stato, in funzione antielusiva delle regole e dei limiti entro i quali si ritengono meritevoli di sostegno e aiuto specifiche categorie di appartenenti alla comunità. In questa prospettiva, già il dato della consapevole omissione di comunicazioni inerenti al profilo reddituale del richiedente, al pari dell’invio di dati e notizie non rispondenti al vero, costituisce di per sé condotta che espone a pericolo il bene giuridico tutelato dalla norma.

1.3. Ritiene, invece, il collegio che la struttura del fatto tipico, come delineata dalla norma incriminatrice con particolare riguardo alla specificazione dell’elemento soggettivo, in uno con la lettura sistematica delle norme che disciplinano il sistema dei controlli – sul contenuto delle dichiarazioni presentate e sul rispetto dei requisiti che legittimano l’erogazione del RdC – conducono ad escludere rilevanza penale alle condotte commissive o omissive poste in essere dal richiedente l’accesso alla misura di sostegno del reddito quando manchi il collegamento funzionale tra quelle condotte e il risultato dell’indebita percezione della misura.

Il dato letterale contenuto nella norma che sanziona il rilascio e l’utilizzazione di false dichiarazioni o documenti in sede di richiesta per il riconoscimento del Rdc (L. n. 26 del 2019, art. 7, comma 1, cit.) descrive l’elemento soggettivo della fattispecie secondo lo standard proprio del dolo specifico, in ragione della finalità richiesta perché assuma rilevanza la condotta decettiva (“al fine di ottenere indebitamente il beneficio di cui all’art. 3”). La finalizzazione della condotta non può ridursi alla verifica dell’atteggiamento psicologico tenuto dal soggetto agente, indipendentemente dall’idoneità della condotta nel perseguire l’obiettivo descritto dalla norma (id est, l’indebito ottenimento della prestazione), risultando più aderente ad una concezione del principio di offensività coerente con i canoni costituzionali (Corte Cost. n. 360 del 24/7/1995; n. 263 dell’11/7/2000; n. 519 del 21/11/2000) la lettura della fattispecie incriminatrice in termini di reato di pericolo concreto, dovendosi apprezzare la capacità della condotta nell’incidere sulla rappresentazione, falsata e astrattamente idonea ad attribuire all’agente il possesso di requisiti mancanti per fruire della misura in esame (come già affermato da Sez. 3, n. 44366 del 15/09/2021, Gulino, Rv. 282336 – 01, secondo la quale le false indicazioni dei dati di fatto riportati nell’autodichiarazione finalizzata all’ottenimento del “reddito di cittadinanza” o le omissioni, anche parziali, di informazioni dovute, rilevano solo ove strumentali al conseguimento del beneficio, cui altrimenti non si avrebbe diritto). La lettura descritta risulta, inoltre, coerente con una delle funzioni tipiche del ricorso da parte del legislatore alla configurazione dell’elemento soggettivo in termini di dolo specifico, ossia quella di restringere l’ambito della punibilità rispetto a categorie di fatti che l’ordinamento già sanziona penalmente (come per la violazione dell’art. 483 c.p., o del D.P.R. n. 445 del 2000, art. 76).

La rilevanza del nesso funzionale tra le condotte lato sensu fraudolente e l’effettiva indebita percezione del contributo economico trova conferma anche nel sistema dei controlli e delle verifiche delle istanze di accesso alla misura, atteso che l’obbligo di trasmissione all’autorità giudiziaria della documentazione amministrativa contenente i risultati delle verifiche condotte, posto a carico dei soggetti pubblici cui è affidata tale attività di vigilanza (Comuni, INPS, Agenzia delle Entrate, Ispettorato nazionale del lavoro), è previsto per le ipotesi in cui dalle dichiarazioni mendaci accertate sia derivato il “conseguente accertato illegittimo godimento del Rdc” (L. n. 26 del 2019, art. 7, comma 14, cit.); il che porta ad escludere che le condotte con cui si rappresenti una situazione difforme da quella reale, senza però incidere sul possesso effettivo dei requisiti richiesti per accedere alla misura di sostegno economico, siano considerate dal legislatore passibili di sanzione penale.

  1. L’accoglimento del primo motivo, che comporta evidentemente l’assorbimento dell’esame del terzo motivo, impone dunque l’annullamento senza rinvio dell’ordinanza impugnata, con il conseguente ordine di restituzione di quanto in sequestro all’avente diritto.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio l’ordinanza impugnata e ordina la restituzione di quanto in sequestro all’avente diritto.


Sostieni laleggepertutti.it

"La Legge per Tutti" è una testata giornalistica indipendente che da oltre 10 anni informa gratuitamente milioni di persone ogni mese senza il supporto di finanziamenti pubblici. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale.Diventa sostenitore clicca qui

1 Commento

  1. Io sono stato denunciato dalla guardia di finanza perchè non ho dichiarato il TFR nell’ISEE, ma lo sanno anche i somari a 4 zampe (ma, evidentemente, non quelli a 2) che i redditi a tassazione separata (quale arretrati, TFR etc) non vanno indicati nell’ISEE. Inoltre ho criminosamente omesso di dichiarare vincite al lotto per € 123,86!!! Adesso, quando ci sarà il processo, spero di incontrare un giudice che capisca qualcosa.

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube