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Elezioni 2022: ombre, sospetti e retroscena

30 Luglio 2022 | Autore:
Elezioni 2022: ombre, sospetti e retroscena

Sinistra, destra e centro: i nuovi schieramenti e i leader di partito si contendono la più grande posta in gioco dai tempi della nascita della Repubblica: la coalizione Meloni, Salvini e Berlusconi si scontra contro una sinistra disorganizzata, un Letta che cerca di stringere alleanze, un Renzi troppo odiato, un Conte superbo. 

Carlo De Benedetti le ha definite le elezioni più importanti che la storia d’Italia abbia mai conosciuto dal 1948. Che sia un’iperbole o una paura fondata, il risultato che uscirà dalle urne dopo il 25 settembre è destinato a influenzare non solo la politica italiana interna ma anche quella estera. E soprattutto l’Unione Europea. Ecco perché, così com’era stato prima per la Brexit e poi per le elezioni francesi che, più di recente, hanno riportato Macron all’Eliseo, tanto l’Europa quanto gli Stati Uniti stanno osservando l’attuale situazione politica italiana con molta attenzione se non, addirittura, preoccupazione. Ma cosa c’è sui due piatti della bilancia? Cosa succederà se vincerà la destra e cosa invece se vincerà la sinistra? Ma soprattutto, nascerà quell’area di centro di cui tanto si parla e che, dalla morte della Democrazia Cristiana, non ha paradossalmente trovato più sostenitori nel nostro Paese, per quanto tutte le leggi economico-sociali non faccian che ripetere che chi si posiziona al centro ha più possibilità di intercettare l’interesse dell’elettore-utente?

Fare previsioni è impossibile. E questo non tanto perché la situazione sia complessa quanto perché i politici non mantengono mai ciò che promettono. E dunque, una cosa è la campagna elettorale, un’altra ciò che effettivamente avverrà. E quand’anche un partito abbia le idee ben chiare, ci sono poi sempre le opposizioni, le coalizioni, i cambi di casacca e, soprattutto, i giudici a mettergli i bastoni tra le ruote. Ecco perché oggi, pur non potendo fare previsioni certe, possiamo giudicare i candidati da ciò che hanno fatto, prima ancora che da quanto promesso.

Vediamo allora chi potremo portare al governo. Da un lato abbiamo una destra, che non è la destra liberal liberista che Berlusconi, all’alba della sua discesa in campo, aveva promesso di realizzare, ma una destra fortemente influenzata dalla sua ala più estrema: Fratelli d’Italia e Lega. Una destra quindi che, se anche non vogliamo definire fascista, è comunque decisamente corporativa. Che significa corporativa? Che intende proteggere gli interessi di gruppi ben definiti di cittadini, come la Lega ha più volte dimostrato di fare tutelando  le aziende del centro-nord, da sempre il suo zoccolo d’uro di elettori.

La destra ha fatto, in alcune sue componenti, passi indietro, ad esempio, sulla scena internazionale: flirtando con veri avversari degli interessi italiani come l’ungherese Viktor Orban, uno dei maggiori ostacoli alla riforma di quel trattato di Dublino che tanto ci penalizza in materia di immigrazione.

La Meloni è sicuramente più coerente di Salvini che, oltre ad essere dipinto dagli avversari come un personaggio da bar, in questi ultimi anni ha già fatto più di un governo con i suoi nemici. In quei frangenti la Meloni ha scelto di collocarsi all’opposizione. E si sa che chi sta all’opposizione ha gioco molto facile: perché chi governa si sporca le mani, chi lo critica invece si accattiva la simpatia della gente. La Meloni non si è messa tra le mani il rosario né è stata ai lidi per fare campagna elettorale. E, c’è da ammetterlo, sa parlare bene, sa essere molto decisa. E gli italiani amano i leader forti, quelli che sanno promettere, che non mostrano il loro lato più diplomatico. «Diplomatico» come quello di Letta, una persona colta ma che rappresenta ancora un PD troppo borghese, che non piace più ai suoi tradizionali elettori, già delusi da Renzi.

Eppure di Letta si sa ben poco. Non si ricorda ad esempio che fu già primo ministro nel 2013 e che, nel suo Governo – durato meno di un anno – la politica economico-fiscale fu tra le più benevole degli ultimi anni. Altro che pace fiscale: a lui si deve il decreto del fare che pose molti divieti, tutt’ora in vigore, ai pignoramenti sulla prima casa, sulle auto, sui conti correnti bancari. Letta è quello che, per troppo buonismo, fu fregato da Renzi e dal suo stesso partito (è rimasta storica la battura “Enrico, stai sereno” pronunciata dal suo compagno di partito). E si sa che il più grosso nemico del Pd è da sempre il Pd. Le sue guerre intestine lo hanno più volte portato a sfiduciare se stesso.

Ma perché la destra non piace all’Europa? Innanzitutto per quello che si è detto sopra: non si tratta di una destra liberista ed europeista, ma di una destra politicamente chiusa. Poi ci sono i sospetti legami tra Salvini e la Russia. Il primo scandalo è di qualche anno fa: la Lega dovette difendersi dall’accusa di aver ottenuto fondi dal Cremlino per la propria campagna elettorale. E oggi lo scandalo che investe il Carroccio è ancora più inquietante: si sospetta che una delegazione russa avrebbe invitato i ministri della Lega a dimettersi per far cadere Draghi, acerrimo rivale di Putin. Non dimentichiamo che “casualmente” non tante settimane prima della caduta di Draghi, Salvini aveva un biglietto a Mosca pagato dall’ambasciata russa, ufficialmente (come miss Italia) per la pace nel mondo. Ma a questo punto e con il senno di poi, viene il sospetto che lo scopo del viaggio fosse ben diverso.

Una vittoria della destra – sostengono gli europeisti e lo stesso De Benedetti – comporterebbe il rischio di uscire dalla nostra collocazione internazionale, di rompere le nostre alleanze storiche. Neppure nel 1948 avevamo avuto un rischio tanto alto. Ed è per questo che la Meloni è subito corsa ai ripari rassicurando in conferenza stampa che l’alleanza con l’Ucraina non si tocca. Senonché, non appena caduto il governo Draghi, proprio la LePen si è complimentata con la Meloni per la sua vittoria alle prossime elezioni, già data per scontata dall’estrema destra europea.

L’immagine che la Meloni si è costruita sino ad oggi, lontano dai social e dalle polemiche, l’ha resa – secondo gli attuali sondaggi – il candidato più favorito alla carica di Presidente del Consiglio, il primo premier donna. Ma non dimentichiamo che la Meloni si è anche sporcata le mani con una riforma costituzionale assai discutibile e, per certi versi, anche preoccupante: quella che vorrebbe trasformare l’Italia in una Repubblica Presidenziale, come la Francia o la Turchia, dove il capo dello Stato viene eletto direttamente dai cittadini e ha pieni poteri (è di Fratelli d’Italia un disegno di legge, bocciato poi dal Parlamento).

Insomma, la Meloni, nei fatti, vuole ciò che aveva chiesto Salvini: «pieni poteri». Non voglio ora scomodare alla vostra memoria il Duce, anche perché quest’ultimo ha potuto acquisire quei poteri proprio perché all’epoca non c’era la Costituzione. Ma se lasciamo la Costituzione alla mercé di un governo sovranista, come ne uscirà il nostro testo più importante? Sarebbe uno stravolgimento della nostra struttura democratica, molto più di quanto non avrebbe voluto essere la tanto discussa riforma delle Camere propugnata da Renzi (che fu la causa della caduta del suo governo a seguito del noto referendum). Gli italiani si scandalizzarono all’epoca: “Nessuno tocchi la Costituzione” si gridava da ogni angolo. Ed è bene ricordare quei giorni proprio per confrontarli con il modello che vollero i nostri Padri e Madri costituenti.

La Meloni ha detto anche «Abbasso Bruxelles, viva le nazioni». Il suo modello è Orbán. Con lei alla guida, l’Italia potrebbe diventare come l’Ungheria. Bisogna prestare molta attenzione a tenere distinti i concetti di «patriottismo» e «nazionalismo». Il nazionalismo predica la superiorità di una nazione rispetto alle altre, come fece Trump (“America first”); è la corrente di pensiero che, tra l’800 e il 900 portò a ben due guerre mondiali. Il patriottismo è invece il rispetto per la terra, l’attaccamento, la fedeltà ai valori dei padri che, nel caso dell’Italia, erano valori di apertura, universalità, pace.

È chiaro che una situazione del genere porrebbe a serio rischio i fondi del PNRR che Draghi aveva sbloccato. E l’Europa farebbe di tutto per ostacolarci nel caso in cui non dovessimo più dare garanzie di adesione ai precetti dell’Unione.

De Benedetti ha detto esplicitamente: «So per certo, dalle mie fonti nel Dipartimento di Stato, che l’amministrazione americana considera orripilante la prospettiva che questa destra vada al governo in Italia».

Poi abbiamo la sinistra. Che, come dicevo, non è più la sinistra di una volta. Impelagata in troppi scandali, afflitta dalle divisioni interne, incapace di trovare un leader, in passato si è dimostrata più attenta alle esigenze delle banche che dei cittadini. Fu proprio un partito di sinistra, quello di Renzi, a cancellare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e a destinare fondi al salvataggio di alcune banche.

Letta è sicuramente fuori dalla “sinistra non-sinistra” ma ne paga ugualmente le colpe.

Poi c’è un centro repubblicano che oggi fa capo a Calenda, ancora però troppo piccolo per avere un effettivo peso. Certo, la sua parabola crescente desta interesse ma non è ancora determinante. Le sue fila potrebbero essere rimpinguate dai secessionisti di Forza Italia e dagli esclusi del M5S che, per via del divieto del doppio mandato, non potranno più ricandidarsi con il partito di Conte.

Infine, ci sono proprio i 5 Stelle. “Infine” perché oggi non sono più quelli di un tempo. Anzi, tra un po’ “non sono più” e basta. Molti dei loro membri hanno dimostrato più interesse per la poltrona che non per gli ideali ispiratori. E proprio in ragione dell’attaccamento al posto hanno accettato di fare un governo con quelli che avevano sempre criticato, la Lega prima e il Pd dopo. Come dicevo: è troppo facile gridare, ma quando si tratta di costruire si perde sempre qualcosa lungo la strada. Del resto, in Italia, se vuoi liberarti di un partito fallo governare per almeno due anni e vedrai che gli italiani lo odieranno. Così come hanno odiato gli stessi parlamentari che hanno loro regalato il reddito di cittadinanza.

Conte si era attirato le simpatie di alcuni italiani nel periodo di lockdown, ma è stato odiato da altri proprio per le stesse ragioni, per i suoi DPCM assertivamente incostituzionali. E poi ha dimostrato di essere poco malizioso: si è fatto incastrare dalla destra che lo ha usato come testa d’ariete per far cadere Draghi. Apparentemente il M5S ha fatto da apripista alla caduta dell’esecutivo, ma se non ci fosse stata la Lega dietro, Draghi era ancora al suo posto. Conte ha fatto la figura dell’ingenuo: su di lui cade la colpa di aver fatto cadere un presidente apprezzato a livello internazionale e molto forte sulla scena europea. Di certo, quello che l’Europa voleva per darci i soldi. Soldi che oggi non sono più così scontati. E infatti sono già scattate le condizioni di Bruxelles per garantire i nostri titoli di Stato.

Oggi, rileggendo la storia di quelle concitate giornate in cui Draghi perse l’appoggio delle Camere, sappiamo che l’artefice di tutto non fu Conte, colpevole solo di aver tirato troppo la corda. Dietro c’era Salvini – che guardò di sbieco i suoi membri quando stavano accennando a un applauso dopo la conferenza stampa dell’ex premier. Salvini, con la collaborazione tecnica di Silvio. Dei leader della destra del ’94, cioè dell’epoca in cui scese in campo, resta solo lui: via Fini, via Bossi, via Maroni. Lui, pochi o tanti voti che prenda, è sempre lì. Ha la possibilità di presentarsi al Senato e, quindi, di recuperare l’immunità prima che esca la sentenza del Ruby-ter. Se le voci fossero vere, potrebbe addirittura ricoprire la seconda carica dello Stato. Difficile non pensare che Salvini gli abbia chiesto: «Dacci una mano a buttare giù Draghi e ti prendi il posto della Casellati». È  l’unico posto di prestigio che resta a un narcisista. Insomma, alla fine l’occasione era troppo ghiotta anche per lui.

Dobbiamo comunque escludere sin d’ora che chiunque vinca possa restituire a Draghi la presidenza del Consiglio. Super Mario ha chiaramente detto che i suoi programmi per il futuro sono diversi. Sembra che possa diventare il prossimo presidente del Consiglio europeo nel 2024 o aspirare a prendere il posto di Mattarella.

Una cosa è certa: nell’attuale campagna elettorale italiana c’è già un vincitore, Vladimir Putin. Sicuramente grato a coloro che hanno tolto di mezzo quello che considerava un suo inflessibile nemico (Draghi), il quale, per giunta, in virtù del proprio prestigio personale, era molto influente nello schieramento occidentale. Putin, presumibilmente, si aspetta dalle elezioni italiane l’uno o l’altro di due esiti: o un’Italia resa instabile dal voto o la vittoria di uno schieramento nel quale abbiano peso e responsabilità partiti che gli sono amici o, comunque, non ostili.

In condizioni completamente mutate stiamo per assistere (anzi, per partecipare) a una nuova edizione delle elezioni del 18 aprile 1948. Anche oggi, come allora, l’Italia è chiamata a fare una scelta di campo. Ma con la fondamentale differenza che allora il campo occidentale era dotato di una fortissima leadership in grado di dare compattezza al suo sistema di alleanze nel confronto con l’Unione Sovietica mentre oggi il campo è pieno di buche, malmesso, diviso.



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