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Estorsione contrattuale: cos’è e com’è punita?

2 Agosto 2022 | Autore:
Estorsione contrattuale: cos’è e com’è punita?

Quando c’è ricatto? Quali sono i presupposti del reato di estorsione? Cosa succede se si impongono condizioni contrattuali non volute?

Costringere una persona a fare ciò che non vuole è un reato che prende il nome di estorsione. L’esempio tipico è il pizzo, quella “tassa” che la malavita impone ai commercianti per esercitare la loro attività senza timore di rappresaglie. L’estorsione, però, può integrarsi anche in altro modo, ad esempio costringendo una persona ad accettare un accordo che, senza le intimidazioni, non avrebbe mai firmato. Cos’è e com’è punita l’estorsione contrattuale?

Secondo una recente sentenza della Cassazione, l’estorsione scatta non solo se si costringe una persona ad accettare condizioni contrattuali diverse da quelle volute, ma anche quando la vittima sia obbligata a stipulare un accordo completamente non voluto, a prescindere dal fatto che le condizioni siano inique. Se l’argomento t’interessa, prosegui nella lettura: vedremo insieme cos’è e com’è punita l’estorsione contrattuale.

Cos’è l’estorsione?

L’estorsione non è altro che un ricatto. In termini un po’ più tecnici, l’estorsione è la condotta di chi, per ottenere qualcosa, ricorrere alle minacce o alla violenza per costringere un’altra persona a piegarsi alla propria volontà.

Come detto in apertura, è il classico caso del pizzo chiesto dalle associazioni criminali e, più in generale, di chiunque costringa qualcun altro a fare qualcosa che non vuole dietro la prospettazione di un male ingiusto.

Ad esempio, per la Cassazione è estorsione anche quella del datore di lavoro che minaccia i dipendenti di licenziamento al fine di indurli ad accettare condizioni di lavoro diverse rispetto a quelle previste dai contratti [1].

È estorsione anche quella dell’hacker che, dietro minaccia di pubblicare i dati rubati in internet, chiede il pagamento di una certa somma di denaro.

Estorsione: quando c’è reato?

Il Codice penale [2] individua i requisiti fondamentali dell’estorsione. Per la precisione, il reato scatta quando, usando violenza o minaccia, si costringe la vittima a fare o ad omettere di fare qualche cosa, procurando a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno.

Come già ricordato, il ricattatore deve ricorrere alle minacce o alla violenza:

  • le minacce consistono nella prospettazione di un male ingiusto. Classica minaccia è quella di attentare all’incolumità fisica della vittima o dei suoi familiari («Ti ammazzo»; «La farò pagare a te e a tua moglie»; ecc.). In realtà, ogni tipo di conseguenza contraria alla legge è una minaccia: anche la prospettazione di un ingiusto licenziamento, come visto, può integrare un fatto penalmente rilevante;
  • la violenza può essere fisica o morale. La violenza morale coincide con la minaccia, mentre la violenza fisica comporta l’uso della forza bruta. È il caso di chi viene costretto a pagare dopo essere stato pestato.

Perché si abbia un’estorsione è necessario che la minaccia o la violenza siano fatte per ottenere un vantaggio ingiusto a danno della vittima.

Il vantaggio ingiusto può consistere tanto in un beneficio di tipo economico (il classico “pizzo” chiesto ai commercianti) quanto in qualsiasi altra specie di illecito privilegio (si pensi a chi è costretto a rinunciare al proprio posto di lavoro per cederlo a colui che l’ha minacciato).

Di conseguenza, la persona ricattata può essere costretta tanto a cedere dei beni (denaro o beni mobili o immobili), quanto a concedere altri tipi di vantaggio (come detto, è il caso di chi non accetta un’offerta di lavoro per favorire il ricattatore).

In pratica, il vantaggio che persegue l’estorsore non deve necessariamente essere di tipo patrimoniale; l’importante è che al vantaggio del ricattatore segua il contestuale svantaggio (danno) del ricattato.

Minaccia di far valere un proprio diritto: è reato?

Abbiamo detto che l’estorsione consiste nel minacciare o fare violenza a qualcuno per ottenere un ingiusto profitto a danno altrui.

Mettiamo il caso di chi minacci un’altra persona non per raggiungere un vantaggio ingiusto ma per ottenere qualcosa che gli spetta di diritto. Ebbene, in un caso del genere l’estorsione non ricorre, in quanto la minaccia di far valere un proprio diritto non è un ricatto. Ciò è sempre vero? Facciamo alcuni esempi.

Matteo presta a Marco una somma di denaro. Dopo molto tempo, nonostante le numerose richieste, Marco non restituisce il prestito; Matteo allora minaccia di condurlo in tribunale.

Luca vanta un credito nei confronti di Giovanni; forte della sua posizione, Luca minaccia Giovanni di adire il tribunale per far valere il suo diritto di credito se, oltre ad estinguere il debito, non gli cede anche la sua auto.

Nella prima ipotesi non ricorre il reato di estorsione, visto che il creditore minaccia il debitore di citarlo in tribunale, cosa ovviamente ammessa dalla legge; nel secondo caso, invece, è evidente la condotta estorsiva del creditore, il quale approfitta del proprio credito per ottenere un vantaggio ingiusto.

Dunque, anche la minaccia di esercitare un proprio diritto (come, ad esempio, il ricorso al tribunale) può costituire un’illegittima intimidazione idonea a integrare il reato di estorsione, quando la minaccia sia finalizzata al conseguimento di un profitto ulteriore, non giuridicamente tutelato.

Estorsione contrattuale: che cos’è?

L’estorsione contrattuale non è altro che il ricatto che si consuma mediante un accordo imposto alla vittima. Si pensi al negoziante all’ingrosso costretto, dietro minaccia, a stipulare un contratto a condizioni svantaggiose con un rivenditore al dettaglio, oppure alla persona costretta a cedere la propria casa agli strozzini a un prezzo irrisorio.

L’estorsione contrattuale può quindi manifestarsi in due modi:

  • mediante la sottoscrizione di un accordo a condizioni svantaggiose;
  • mediante la sottoscrizione di un accordo che, pur non presentando condizioni svantaggiose, non era voluto da una delle parti (cioè, dalla vittima).

In questo senso anche la sentenza della Corte di Cassazione citata in apertura [3], secondo cui il reato di estorsione contrattuale si realizza quando alla vittima sia imposto di porsi in rapporto negoziale di natura patrimoniale con l’agente o con altri soggetti, l’elemento dell’ingiusto profitto con altrui danno è implicito nel fatto stesso che il contraente-vittima sia costretto al rapporto in violazione della propria autonomia negoziale, essendogli impedito di perseguire i propri interessi economici nel modo da lui ritenuto più opportuno.

Ad esempio, se al proprietario di casa viene imposto di dare in affitto il proprio immobile, l’estorsione scatta anche se la locazione prevede un canone equo: in questo caso, infatti, il danno per la vittima sta nel fatto di non aver potuto scegliere liberamente, ad esempio di dare in affitto la casa a un’altra persona oppure di non locarla affatto.

Estorsione contrattuale: com’è punita?

L’estorsione contrattuale, trattandosi di un ricatto a tutti gli effetti, è punita come qualsiasi altra condotta estorsiva, e cioè con la pena della reclusione da cinque a dieci anni e con la multa da 1.000 a 4.000 euro.

Ma non solo. Sotto il profilo civilistico, il contratto sottoscritto dietro minaccia o violenza può essere impugnato per farne dichiarare la nullità dal giudice [4], così da poter ottenere la restituzione di quanto pagato.


L’estorsione contrattuale non è altro che il ricatto che si consuma mediante un accordo imposto alla vittima.

note

[1] Cass., sent. n. 36642 del 05 ottobre 2007.

[2] Art. 629 cod. pen.

[3] Cass., sent. n. 30026 del 28 luglio 2022.

[4] Cass., sent. n. 17568 del 31 maggio 2022.

Autore immagine: depositphotos.com


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