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Perché Letta e Calenda non vanno d’accordo?

1 Agosto 2022 | Autore:
Perché Letta e Calenda non vanno d’accordo?

Per potersi alleare col Pd per le prossime elezioni, il leader di Azione ha posto una serie di condizioni imprescindibili: ecco quali.

Ci sarà o no una coalizione di centro sinistra allargata in cui anche Azione ha il suo posto? Difficile trovare già una risposta nonostante il tempo scorra, le elezioni del 25 settembre siano sempre più vicine e i giochi di Palazzo abbiano già stancato buona parte degli elettori, che per ora hanno sentito parlare di programmi troppo poco.

Il nodo, però, resta: Carlo Calenda ed Enrico Letta una scelta non l’hanno ancora fatta. E il motivo sembra essere che il segretario dem non ha ancora dato le risposte richieste al leader di Azione, che avrebbe posto una serie di condizioni per stringere un accordo.

La preoccupazione principale di Calenda è che la coalizione proposta da Letta possa avere un perimetro troppo largo, che va da Nicola Fratoianni alle ex forziste, neo-membri di Azione, Mariastella Gelmini e Mara Carfagna, mai convinte completamente della scelta di stringere un  accordo col Pd per il timore di perdere voti.

In ogni caso, l’ex ministro dello Sviluppo ha posto dei veti imprescindibili per un’eventuale corsa congiunta. Il primo riguarda il rigassificatore di Piombino, cavallo di battaglia del leader, che vede la posizione dei dem – che le scorse settimane avevano manifestato contro la sua costruzione – estremamente distante dalla propria. Calenda, infatti, più volte ha dichiarato di essere pronto a militarizzare il porto pur di costruire la struttura, indispensabile per poter utilizzare il gas di cui necessitiamo. Una visione, quella di Azione, lontana anni luce dal leader dei Verdi Angelo Bonelli e da Fratoianni, che farebbero a loro volta parte della coalizione. Ed è proprio a quest’ultimo che Calenda dice no, così come dice no a chiunque in questi mesi abbia scelto di non stare al fianco del Governo Draghi. E così spetta a Letta la scelta di decidere con chi stare.

Ma i paletti non sono finiti: il leader di Azione non ha dubbi sulla necessaria costruzione del termovalorizzatore di Roma, oggetto di grande dibattito politico grazie al Movimento 5 Stelle.  Un altro no arriva poi per Luigi Di Maio in un collegio nominale, così come l’ipotesi di candidare Federico d’Inca – grillino doc che, in assenza della deroga al doppio mandato, rischia di stare fuori dalla lista dei candidati pentastellati, a meno che non cambi casacca – accusato di essere stato uno dei Ministri che non ha votato la fiducia al Governo Draghi. Infine, il leader di Azione non vuole che in campagna elettorale si parli di nuova imposta di successione e voti ai diciottenni in un momento in cui si rischia il razionamento del gas.

Al segretario dem la parola.



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