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Così i tassisti hanno commesso reato durante gli scioperi

3 Agosto 2022 | Autore:
Così i tassisti hanno commesso reato durante gli scioperi

La Corte di Cassazione ha confermato che bloccare l’auto Uber durante una manifestazione di tassisti costituisce reato di violenza privata.

Di taxi e tassisti se n’è parlato tanto recentemente: le ultime proteste del settore, sceso in piazza a muso solo una manciata di settimane fa, hanno fatto discutere per le modalità, alle volte illecite, con cui si è svolto lo sciopero, che ha comunque raggiunto lo scopo desiderato di escludere la possibilità di liberalizzare la concorrenza. In ogni caso, anche esercitare un proprio diritto garantito per legge, come quello di scioperare, può tramutarsi in un’azione illecita se si superano i limiti. È quanto successo durante una precedente protesta del settore, quando alcuni tassisti hanno bloccato la strada a un autista di Uber, commettendo così il reato di violenza privata.

È questo quanto affermato da una recente sentenza della Corte di Cassazione [1], che ha dichiarato inammissibile il ricorso di tre tassisti condannati nel 2021 in secondo grado, per aver commesso il fatto durante una protesta contro le liberalizzazioni, sbarrando la strada alla concorrenza e impedendole di compiere il proprio mestiere.

Secondo i giudici di legittimità il concorso nel reato di violenza privata è dimostrato dalla deposizione della cliente (portata dall’autista Uber) costretta a lasciare la macchina prima del luogo di destinazione, perché la strada era bloccata dai taxisti imputati, così come confermato anche dall’agente.

Inoltre, il fatto che una volta intervenuta sul posto un’auto della Polizia – arrivata circa otto/dieci minuti dopo la richiesta – i taxi degli imputati fossero a distanza rispetto al luogo indicato, non smentisce in alcun modo la ricostruzione effettuata durante il processo e confermata da numerose testimonianze. Diverse persone, infatti, hanno anche testimoniato come autisti sconosciuti avevano cercato di impedire all’autista Uber di chiudere la portiera della propria auto «asserendo che i clienti avrebbero dovuto prendere un taxi e non un veicolo Uber» aggiungendo anche che «erano stati seguiti durante il percorso da alcuni tassisti che avevano cercato di tagliare la strada all’auto sulla quale viaggiavano». E non solo: la Corte specifica che «in considerazione della posizione dei due taxi posti indietro sulla strada, se anche il conducente di Uber fosse riuscito a fare retromarcia non sarebbe potuto andare da nessuna parte», con la conseguenza che «non è la distanza alla quale si trovano parcheggiati i taxi ad assumere rilievo dirimente».

Per la Corte «il reato di pubblico servizio non include concettualmente il comportamento intimidatorio dell’agente, che può rappresentare perciò elemento costitutivo del reato autonomo e concorrente di violenza privata».


note

 [1] Cort. Cass. n. 30558/2022


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