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Taiwan: perché la ripicca cinese danneggia l’ambiente

5 Agosto 2022 | Autore:
Taiwan: perché la ripicca cinese danneggia l’ambiente

La Cina ha deciso di sospendere i colloqui sui cambiamenti climatici in programma con gli Stati Uniti: una decisione che potrebbe portare gravi conseguenze.

Che la visita della speaker americana Nancy Pelosi a Taiwan non sia piaciuta alla Cina è ormai un dato assodato. Anche a distanza di giorni, però, Pechino continua con attacchi e ripicche che non colpiscono solo «l’isola ribelle», ma che rischiano di danneggiare il mondo intero.

Oggi, la Cina ha annunciato «otto contromisure in risposta alla visita di Pelosi a Taiwan». Lo scrive il Global Times, elencando tra le misure la scelta di sospendere i colloqui sui cambiamenti climatici tra Cina e Usa e la decisione di annullare l’organizzazione di colloqui tra i vertici militari, di riunioni di lavoro dei ministeri della Difesa dei due Paesi e di riunioni del meccanismo di consultazione di sicurezza marittima. Si tratta di una decisione che potrebbe comportare gravi conseguenze sotto il punto di vista ambientale, considerato che la Cina è uno dei Paesi più inquinanti al mondo proprio in vista della sua produzione massiccia, seppure negli ultimi anni abbia notevolmente ridotto l’inquinamento prodotto.

Tra le altre contromisure, secondo il Global Times, c’è anche la cooperazione sui rimpatri riguardo l’immigrazione illegale, sull’assistenza giudiziaria in materia penale, nella lotta alla criminalità transnazionale e per le politiche antidroga. Ma la reazione della Cina, che si sta concretizzando in differenti modi solo nelle ultime 48 ore (dalle esercitazioni militari agli stop di approvvigionamenti), agli occhi degli esperti risulta essere estremamente scomposta, oltreché volutamente esagerata.

«Da parte americana, diversi errori – molti di questi tattici e legati alla politica interna – hanno prodotto una realtà pericolosa: non ci sono serie relazioni bilaterali tra i due attori più influenti del 21esimo secolo». Fareed Zakaria, in un’opinione pubblicata online sul Washington Post, inquadra la visita a Taiwan della presidente della Camera dei rappresentati americana, Nancy Pelosi, all’interno dei pessimi rapporti tra Stati Uniti e Cina, aggiungendo che la speaker «avrebbe voluto fare la sua visita già mesi fa», rimandata a causa del Covid.

Si può partire da qui per raccontare la tensione di queste ore, che nasce da lontano. È stata una visita utile o una visita controproducente? La prima a rispondere è stata la stessa Pelosi. A chi le ha chiesto in conferenza stampa se ritenesse che la sua visita abbia portato o meno benefici all’isola, la presidente ha risposto che si tratta di una disputa ridicola, aggiungendo che il Paese asiatico è uno dei più liberi del mondo. Una cosa è certa, ha aggiunto durante la sua ultima tappa del tour asiatico in Giappone, gli Usa «non permetteranno» alla Cina di isolare Taiwan.

Alla stessa domanda iniziale arrivano risposte profondamente diverse dalla Cina e dalla Russia. Pechino ha deciso di imporre sanzioni non meglio specificate contro la speaker della Camera dei Rappresentanti e i suoi familiari più prossimi, ha annunciato il ministero degli esteri. La spiegazione è sufficientemente scomposta. «In spregio alle gravi preoccupazioni e alla ferma opposizione della Cina. Pelosi ha insistito, recandosi a visitare la regione cinese di Taiwan. Ciò costituisce una grossolana interferenza negli affari interni cinesi. Mina gravemente la sovranità e l’integrità territoriale della Cina, interferisce seriamente con il principio di una sola Cina e minaccia gravemente la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan». Le sanzioni, quindi, secondo la Cina, arrivano in risposta alla provocazione smaccata di Pelosi.

Pechino, ovviamente, ha il pieno sostegno dell’alleato russo. «La Cina sta agendo in modo legittimo per difendere la sua sovranità», insiste il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. «Queste provocazioni non restano senza ripercussioni», ha detto Peskov nelle dichiarazioni riportate dalla Tass, convinto che «le tensioni non si placano così rapidamente».

Prima ancora c’è stata la reazione americana all’escalation delle esercitazioni militari di Pechino. L’ambasciatore cinese negli Usa è stato convocato alla Casa Bianca per «condannare l’escalation di azioni di Pechino contro Taiwan» e ribadire che gli Usa «non vogliono una crisi nella regione», dopo la visita di Nancy Pelosi sull’isola e il crescendo di tensioni, scrive il Washington Post. «Dopo le azioni della Cina nella notte – afferma il funzionario della Casa Bianca John Kirby in una dichiarazione fornita al Post – abbiamo convocato l’ambasciatore Qin Gang alla Casa Bianca per protestare per le azioni provocatorie della Cina. Abbiamo condannato le azioni militari della Cina, che sono irresponsabili e in contrasto con il nostro obiettivo di lunga data di mantenere pace e stabilità nello Stretto di Taiwan».

Il Post evidenzia come la Casa Bianca abbia cercato di smorzare le tensioni con la Cina prima e durante la visita della Pelosi a Taiwan, che Pechino considera una provincia ribelle e su cui non tollera interferenze. Il Segretario di Stato americano Antony Blinken durante una conferenza stampa a margine del vertice dell’Asean a Phnom Penh, in Cambogia, chiude il cerchio: «La Cina ha scelto di reagire in modo esagerato e di usare la visita della presidente Pelosi come pretesto per aumentare l’attività militare provocatoria dentro e intorno allo stretto di Taiwan». Il Segretario di Stato americano ha ribadito che gli Stati Uniti «non sostengono l’indipendenza di Taiwan». Perché, evidentemente, è necessario ribadirlo anche ufficialmente.



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