Diritto e Fisco | Editoriale

Tfr più bassi con la nuova legge di stabilità

9 novembre 2014 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 9 novembre 2014



Super tassazione del trattamento di fine rapporto qualunque sia la scelta del lavoratore.

Se il Governo approverà l’attuale ddl di Stabilità, i lavoratori, al momento di andare in pensione, avranno più di una triste sorpresa. Perché quell’effetto di ammortizzatore sociale per il quale è nato il Tfr potrebbe subire una forte compressione dalle nuove misure fiscali e legislative del Governo. Una situazione, peraltro, in cui il lavoratore è perfettamente “braccato”, perché comunque si muova non potrà evitare la forbice dell’erario.

La prima misura che viene in evidenza è il forte innalzamento della tassazione sulla rivalutazione delle somme accantonate nel Tfr. Si passa da una aliquota dell’11% ad una del 17%. Per chi non ama le percentuali, basterà pensare che l’imposizione fiscale aumenta, in un solo colpo, di oltre il 50%.

Il problema non si aggira, però, accedendo alla nuova possibilità di chiedere, per un triennio, di incassare subito il Tfr con la busta paga mensile. In questo caso, addirittura, le cose potrebbero peggiorare: infatti, qui il trattamento di fine rapporto sarà tassato con l’aliquota ordinaria dell’Irpef, che potrebbe essere più elevata. Peraltro si non potrà neanche godere di alcuna agevolazione fiscale.

Qualunque sia la sua scelta, il cittadino è con le spalle al muro:

1. se, infatti, sceglierà quest’ultima soluzione (Tfr in busta paga) subirà un doppio effetto negativo: a fine carriera lavorativa avrà un trattamento di fine rapporto inferiore rispetto a quello che avrebbe accumulato senza incassarlo (in un periodo, peraltro, in cui la disponibilità di liquidi è spesso fondamentale, posta l’assenza di un reddito), e nei prossimi tre anni pagherà più tasse;

2. chi invece opterà per la prima soluzione, lasciando maturare il Tfr in azienda fino alla pensione, avrà un rendimento minore per effetto dell’incremento dell’aliquota.

Il tutto a fronte delle prospettive di pensioni particolarmente “magre” per i più giovani: difatti il periodo di versamento dei contributi è sempre minore posto l’innalzamento dell’età in cui si trova la prima occupazione e, spesso, l’alternanza di periodi di attività con altri di disoccupazione. Con questi due interventi il quadro peggiorerà ulteriormente.

Chi sta già pensando, allora, di farsi il “fondo pensione” con la previdenza complementare, per superare i problemi appena elencati, troverà anche qui una brutta sorpresa in corso di approvazione. In questo caso, infatti, i fondi subiranno un aumento di tassazione di quasi il 100%, passando da un’aliquota dell’11% ad una del 20%. E ciò si applicherà tanto ai lavoratori che decideranno di portare il Tfr fuori dall’azienda (appunto nei fondi pensioni dedicati), tanto alle Casse dei professionisti. Con la conseguenza che, a fine carriera, il lavoratore che ha deciso di investire nella previdenza complementare riceverà un rendimento ancora più basso.

Insomma, una strada senza uscita. Non resta che sperare nell’assegno mensile della pensione? Peggio del peggio. Perché, se non interverranno interventi correttivi del governo, già quest’anno avremo un effetto mai verificatosi prima: per la prima volta i contributi versati dai lavoratori saranno rivalutati in negativo, a causa della variazione in diminuzione del Pil che ha determinato per il 2014 un tasso di rivalutazione di -0,1927%. In pratica, con l’introduzione, nel 1995, del nuovo “sistema contributivo” per il calcolo delle pensioni, la rivalutazione annuale del montante accumulato da ogni lavoratore viene determinata in base alla media della variazione del Pil del Paese nei precedenti 5 anni. Per cui, se cala il Pil (come attualmente in Italia), calano anche le pensioni (leggi l’approfondimento in “Taglio alle pensioni: svalutati dalla crisi assegni Inps e Casse di previdenza”).

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Autore immagine: 123rf com

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