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Responsabilità dell’amministratore di Snc: prescrizione lunga

12 Dicembre 2015
Responsabilità dell’amministratore di Snc: prescrizione lunga

Azione di responsabilità: più tempo per fare causa agli amministratori delle Società in nome collettivo per via della sospensione della prescrizione.

La Snc e i suoi soci avranno molto più tempo per fare causa ai propri amministratori in caso di mala gestio, ossia di loro condotte colpevoli o dolose: infatti, da oggi, la prescrizione dell’azione di responsabilità (che è di cinque anni) resta sospesa per tutto il periodo in cui l’amministratore è in carica. Con la conseguenza che l’inizio della prescrizione inizierà a decorrere non dal fatto illecito, bensì dal momento della cessazione della carica. È quanto chiarito dalla Corte Costituzionale con una sentenza pubblicata ieri [1].

La pronuncia è il frutto dell’estensione, anche alle Società in nome collettivo, delle norme sulle S.r.l.: la legge, infatti, disponeva solo per queste ultime la sospensione della prescrizione durante il periodo di vigenza del mandato dell’amministratore, mentre per le Snc – in assenza di una esplicita previsione – doveva ritenersi non operante detta regola. La Consulta ha invece eliminato la disparità di trattamento tra le due situazioni sostanzialmente identiche.

Il risultato è che, in caso di responsabilità dell’amministratore di una Snc, si applicheranno le stesse norme della Srl e, quindi, la prescrizione dell’azione di responsabilità tra la Snc e i suoi soci sarà sospesa finché questi ultimi sono in carica. I cinque anni inizieranno a decorrere una volta che l’amministratore sarà stato “licenziato”.

Più tecnicamente la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 2941, numero 7), del codice civile, nella parte in cui non prevede che la prescrizione sia sospesa tra la società in nome collettivo e i suoi amministratori, finché sono in carica, per le azioni di responsabilità contro di essi. L’articolo 2941 citato prevedeva la sospensione della prescrizione dell’azione di responsabilità contro gli amministratori, finché sono in carica, solo a favore delle persone giuridiche, e, quindi, ad esempio per le società per azioni o per una società a responsabilità limitata.

La Corte aveva già esteso la regola della sospensione del conteggio della prescrizione tra la società in accomandita semplice (SAS) e i suoi amministratori, finché sono in carica, per le azioni di responsabilità contro di essi. Ora la stessa cosa è stata ora fatta per le Snc che non appartengono al gruppo delle persone giuridiche.

Il dubbio posto all’attenzione dei giudici è se le società di persone, per l’azione di responsabilità contro gli amministratori, debbano essere trattate allo stesso modo o diversamente dalle società di capitali. E secondo i giudici costituzionali è più giusta la prima tesi, diversamente ponendosi un contrasto con il principio di uguaglianza. La personalità giuridica non rappresenta una peculiarità, tale da giustificare un diverso trattamento.

I cinque anni della prescrizione dell’azione di responsabilità, dunque, non si contano per tutto il periodo in cui l’amministratore incolpato della Snc ricopre la sua carica. Infatti, durante la permanenza in carica degli amministratori – si legge nella sentenza – è più difficile per la società acquisire compiuta conoscenza degli illeciti, che gli stessi hanno commesso e determinarsi a promuovere le azioni di responsabilità.

La Corte ha rilevato che “il contrasto con il principio di eguaglianza appare stridente, in particolare, nella comparazione tra la società in nome collettivo e la società in accomandita semplice, assoggettata alle disposizioni della società in nome collettivo compatibili con il tipo sociale. Pur accomunate da una disciplina omogenea nei suoi tratti salienti, tali società differiscono nel regime di sospensione della prescrizione delle azioni di responsabilità. Si tratta di una disparità di trattamento priva di una giustificazione plausibile”. A giudizio della Consulta “durante la carica degli amministratori è più difficile per la società acquisire compiuta conoscenza degli illeciti che essi hanno commesso e determinarsi a promuovere le azioni di responsabilità” e in questo contesto “la personalità giuridica non configura un elemento qualificante e idoneo a tracciare un discrimine ragionevole tra le diverse società”. Anche perché “un criterio distintivo calibrato sulla personalità giuridica si palesa irragionevole in un contesto normativo che registra, tra i molteplici tipi sociali, confini sempre più fluidi e ricorrenti occasioni di osmosi”.


note

[1] C. Cost. sent. n. 262 dell’11.12.2015.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 11 novembre – 14 dicembre 2015, n. 25178
Presidente Ceccherini – Relatore Ferro

Il processo

P.L., R. N. e C.L. impugnano la sentenza App. Ancona 29.3.2008 che, nell’accogliere l’appello della curatela del Fallimento società C.a.s.d.a. s.a.s. di F.G. & C. avverso la sentenza Trib. Ancona 26.8.2002, dichiarava la responsabilità degli stessi appellati, in solido tra loro, al pagamento nei confronti dell’appellante procedura di euro 155.453,53, nonché alle spese di lite di entrambi i gradi compensate della metà, nonché tenuta Fondiaria Assicurazioni s.p.a. a rilevare indenne i condannati e per quanto obbligati al risarcimento del danno in esecuzione della stessa pronuncia, detratto lo scoperto contrattuale del 10% e a titolo di spese di lite verso la curatela, nonché alla rifusione verso P.L. delle spese dei due gradi.
Ritenne la corte d’appello, per quanto qui di interesse, che tra le contestazioni mosse ai ricorrenti, già sindaci della s.r.l. C.A.S.D.A. (poi trasformata in s.a.s. ed in tale veste dichiarata fallita dal Trib. Ancona) e nell’ambito dell’azione di responsabilità esercitata ex art.146 l.f. dalla curatela, fosse selezionabile, perché rilevante ai fini della ricostruzione del pregiudizio conseguente alla violazione dei rispettivi doveri, in particolare l’omessa vigilanza sull’operato degli amministratori relativamente alla riduzione del capitale sociale, disposta con delibera assembleare del 17.12.1991 per `esuberanza’ da 400 milioni Lit a 99 milioni Lit, con restituzione il medesimo giorno della differenza ai soci, nonostante le passività sociali ed in violazione del limite all’esecuzione, possibile nei tre mesi e purché nessun creditore sociale anteriore all’iscrizione abbia fatto opposizione. N Superando la assorbente ragione reiettiva della domanda di cui alla sentenza del Trib. Ancona (che aveva dichiarato inammissibile l’azione, per violazione dell’obbligo di chiamare in causa, in siffatta vicenda, anche gli amministratori), la pronuncia qui impugnata convenne con la censura dell’appellante per cui la responsabilità dei sindaci ha carattere solidale tanto verso gli amministratori che verso i sindaci, senza perciò che sia predicabile il litisconsorzio necessario fra tutti, con chiamata cumulativa in giudizio ai sensi dell’art.2055 cod.civ. anche degli amministratori, il cui illecito ben può essere accertato in via incidentale. Venne altresì escluso il fondamento dell’eccezione di prescrizione dell’azione, dichiarata soggetta a tale limite a seguito del quinquennio ma decorrente esso non dalla commissione dei fatti integrativi bensì dal momento di manifestazione dell’insufficienza del patrimonio sociale al soddisfacimento dei crediti, la cui eventuale anteriorità rispetto alla pronuncia di fallimento va dimostrata dal convenuto. Né sarebbe sufficiente in sé la delibera di riduzione del capitale sociale a fare decorrere detto termine, occorrendo una esteriorizzazione della menzionata insufficienza e quindi una valutazione percepibile dai creditori, come possibile dal bilancio e a decorrere dal deposito di tale atto, nella specie riferito al 1991, approvato il 31.5.1992 e solo dopo depositato, mentre la citazione risulta notificata nei 5 anni, in quanto avvenuta in date 3-5.5.1997. Parimenti irrilevante, per la corte d’appello, era lo stato di dimissionario dei sindaci, vigendo anche per essi la prorogano applicabile agli amministratori, fino alla loro sostituzione, tra l’altro non essendo stato dimostrato l’avvicendamento nella carica dei supplenti.
La corte d’appello dorica così escluse il danno connesso all’omesso pagamento dei contributi SCAU, con il titolo di debito da sanzioni amministrative (trattandosi di inadempimento collegato ad oggettiva situazione di crisi finanziaria della società), nonché quello relativo al mancato incasso del credito verso S J.CAR s.n.c. (progressivamente azzerato nelle poste contabili, ma spiegabile con l’inesigibilità sopravvenuta, non contraddetta dalla curatela), mentre accertò il pregiudizio da mancato intervento sulla delibera di riduzione del capitale sociale per esuberanza, attuata mediante rimborso ai soci per 126 milioni Lit ed estinzione di un credito della società verso di essi per 175 milioni Lit. La conseguente diminuzione del capitale sociale, pur implicando la venuta meno dell’organo sindacale, cionondimeno non avrebbe impedito – secondo la sentenza – di impugnare la delibera, posto che essa acquisiva efficacia solo decorsi tre mesi dalla sua iscrizione nel registro delle imprese senza opposizione dei creditori sociali anteriori e comunque i sindaci, benché non provatamente convocati all’assemblea del 17.12.1991, ben avrebbero potuto rilevarla “in occasione delle obbligatorie riunioni trimestrali, finalizzate alla verifica della consistenza di cassa”, dato che essa era sostanzialmente immotivata e contraddittoria con l’evidenziazione di perdite alla chiusura dell’esercizio 1991.
Il ricorso è affidato a tre motivi, ad esso resiste con controricorso la curatela fallimentare, mentre l’assicurazione si è costituita resistendo con mero deposito di procura. I ricorrenti hanno depositato memoria.

I fatti rilevanti della causa e le ragioni della decisione

Con il primo motivo i ricorrenti deducono la violazione di legge ai sensi dell’art.2407 cod.civ., avendo la corte erroneamente trascurato che la responsabilità dei sindaci presuppone l’accertamento previo di quella degli amministratori, rilevando allora il tema del litisconsorzio degli uni con gli altri.
Con il secondo motivo i ricorrenti deducono la violazione di legge ai sensi dell’art.2935 cod.civ., poichè il momento in cui si è rivelato lo stato d’insufficienza patrimoniale è stato erratamente differito all’approvazione del bilancio dell’anno nel corso del quale la riduzione di capitale era avvenuta, mentre tale circostanza di per sé, frutto di delibera del 17.12.1991, già segnava la decorrenza iniziale della prescrizione, da quell’epoca potendo il diritto (azione di responsabilità) essere fatto valere dai creditori sociali.
Con il terso motivo la ricorrente deduce la violazione di legge ai sensi degli arti. 2401 e 2377 cod.civ., avendo la corte erroneamente trascurato che all’epoca della delibera di riduzione del capitale sociale i sindaci in realtà non erano in alcun regime di prorogatio, avendo rinunziato alla carica e per essi essendo subentrati i supplenti in via automatica, conseguendone il difetto di legittimazione passiva all’azione dei convenuti, cessati da ogni incarico comunque con la chiusura dell’esercizio 1990.
1. Rileva il Collegio che il primo motivo è infondato, alla luce del principio, che qui si ribadisce, per cui la responsabilità dei sindaci di una società (di capitali), prevista dall’art. 2407, co.2, cod. civ. radon temporis vigente, per omessa vigilanza sull’operato degli amministratori, ha carattere solidale tanto nei rapporti con gli amministratori, quanto nei rapporti fra i sindaci stessi (Cass. 5444/1991) e ciò indica, in coerenza con le discrezionali plurime facoltà di azione conferite al danneggiato dal più generale art.2055 cod.civ., che l’iniziativa rivolta a far valere detta responsabilità non va proposta necessariamente contro tutti i componenti del collegio sindacale, ma può essere proposta contro uno solo od alcuni di essi, senza che insorga l’esigenza di integrare il contraddittorio nei confronti degli altri, in considerazione dell’autonomia e scindibilità dei rapporti con ciascuno dei coobbligati in solido (Cass. 1281/1977). Si tratta di una regola di ripartizione della legittimazione passiva valevole anche nei confronti degli amministratori, ciò che assume significatività, come illecito sindacale, essendo l’accertamento, anche incidentale, della responsabilità dell’organo gestorio, in punto di condotta illecita (per violazione dei doveri statutari o di legge), nesso causale con il pregiudizio, omissione di vigilanza dei sindaci e finale nesso eziologico con il danno stesso. Né peraltro il motivo centra in modo del tutto esatto la ratio decidendi della sentenza impugnata che, sul punto, ha manifestamente indicato quale fosse l’illecito degli amministratori produttivo di danno, non riuscendo la censura ora riproposta ad armonizzarsi, rispetto al principio appena ricordato, con l’invocata regressione logica alla statuizione del giudice di primo grado, molto più sbrigativamente escludente la responsabilità dei sindaci per omessa chiamata originaria nel processo di litisconsorti necessari, individuati negli amministratone trasformandosi allora la mancata prova dell’illecito di costoro nel mero frutto della loro non partecipazione al processo più che in un accertamento mancato.
2. Il secondo motivo è fondato, conseguendone l’assorbimento del terzo. La sentenza ha individuato il dies a quo per il computo della prescrizione – pacificamente quinquennale ai sensi degli artt. 2407, 2935, 2394 cod.civ. – nella esteriorizzazione dell’insufficienza patrimoniale della società, ma percepibile solo a far data dal bilancio del 1991, l’anno in cui era stata assunta la delibera di riduzione del capitale sociale e la immediata restituzione ai soci del supero, così divenendo la relativa approvazione ed il conseguente deposito gli strumenti funzionali alla conoscibilità per i terzi (i creditori sociali) di quel disvalore da illecito gestorio e delle funzioni di controllo. Tali adempimenti, svoltisi a cavallo e dopo il 31 maggio 1992, avrebbero così permesso di rilevare la tempestività della notifica dell’atto di citazione curatoriale, perfezionato nelle date del 3-5 maggio del 1997 (dopo che il fallimento era stato dichiarato nel 1994). L’assunto tuttavia contravviene al principio per cui, in tema di decorrenza del termine di prescrizione per l’esercizio dell’azione di responsabilità verso amministratori e sindaci ai sensi dell’art. 2394 cod. civ., l’azione di responsabilità relativa può essere proposta dai creditori sociali (e per essa dal curatore del fallimento) dal momento in cui l’insufficienza del patrimonio sociale al soddisfacimento dei crediti risulti da qualsiasi fatto che possa essere conosciuto, anche senza verifica diretta della contabilità della società, non richiedendosi a tal fine che essa risulti da un bilancio approvato dall’assemblea dei soci (Cass. 20637/2004). E se la citata insufficienza patrimoniale può anche essere anteriore alla data dell’apertura della procedura concorsuale, l’onere di provare che essa si è manifestata ed è divenuta conoscibile prima della dichiarazione di fallimento grava sull’amministratore o sul sindaco che eccepisca la prescrizione (Cass. 941/2005). Occorre così – come deciso in una vicenda di liquidazione coatta amministrativa – che la soggezione allo stesso termine di prescrizione quinquennale entro cui avrebbero potuto esperirla i creditori, individui una decorrenza anteriore alla dichiarazione dello stato di insolvenza ove preesistano elementi oggettivi – la cui allegazione e prova incombe sulla parte che eccepisca la prescrizione – che siano conoscibili dal ceto creditorio e dai quali emerga il deficit patrimoniale (Cass. 8426/2013). Le descritte prescrizioni, pertanto, escludendo la stretta indispensabilità della rappresentazione in bilancio delle conseguenze dell’avvenuta riduzione del capitale sociale in corso d’anno, permettono di inquadrare piuttosto e già la delibera straordinaria di riduzione del capitale sociale esuberante, assunta il 17.12.1991 e per come immediatamente seguita dalla restituzione ai soci del supero, come il complessivo evento idoneo a rendere noto ai terzi, perché percepibile in ragione delle modalità di sua esteriorizzazione contabile e a livello di registro delle imprese, lo stato di insufficienza patrimoniale al soddisfacimento dei crediti sociali (essendo pacifico che proprio quell’atto segnò una rottura dell’equilibrio patrimoniale della società). Ritiene invero il Collegio che così come ai fini dell’impugnativa condizionante l’esecuzione della delibera di riduzione (ai sensi dell’art.2445 cod.civ.) i creditori sociali anteriori hanno facoltà di opporsi entro novanta giorni dall’iscrizione, perseguendo una tutela reale e specifica volta ad immunizzare l’efficacia giuridica della delibera stessa, eguale dies a quo non possa non operare nell’inquadramento della più generale azione risarcitoria di cui all’art.2394 cod.civ. volta ad affermare la responsabilità depauperativa dei soggetti autori di quella scelta amministrativa ovvero, come nella specie, di coloro che, contravvenendo ad uno statuto di controllo, non hanno agito ex art.2407 co.2. cod.civ. per evitare che quella decisione fosse assunta o eseguita o portata a conseguenze di pregiudizio permanente, operando anche nel secondo caso le identiche modalità oggettive dell’atto quali condizioni di esterna percepibilità. Sembrando allora paradossale che occorra attendere in assoluto l’approvazione del bilancio (che potrebbe anche in tesi mancare) e dunque solo con essa una valutazione societaria che dia rilievo alla vicenda della riduzione del capitale sociale rispetto alla concomitante debolezza della situazione economica e finanziaria, da cui desumere la non giustificabilità della delibera, nel frattempo già presa e resa conoscibile ai terzi – e tanto più nella fattispecie, ove ne venne data attuazione anche prima dei 90 giorni di cui all’art.2445 cod.civ. -, ne deriva che è per vero idoneo già quell’atto deliberativo, ed il conseguente omesso controllo dei sindaci ex art.2407 co.2. cod.civ., a far apprezzare in modo riprovevole, esercitando il diritto di azione ai sensi dell’art.2395 cod.civ., una condotta non reattiva rispetto all’operazione degli amministratori. Nella vicenda, il confronto di date, pertanto ed in accoglimento del motivo, impone di rilevare l’erroneità della regola applicata e, giudicando il merito della domanda sul punto, la sua infondatezza, per intervenuta prescrizione dell’azione esercitata dal curatore (nel 1997, dopo che la citata delibera era stata assunta ed attuata nel 1991).
Ne consegue la dichiarazione di fondatezza del ricorso, quanto al secondo motivo, la reiezione del primo, l’assorbimento del terzo e, unitamente alla cassazione della sentenza impugnata, non essendo necessari altri accertamenti, la decisione nel merito della domanda del curatore, che va dichiarata prescritta e dunque rigettata. La condanna alle spese a favore della parte ricorrente costituita, secondo le regole della soccombenza e liquidazione come meglio da dispositivo, è così pronunciata quanto alla presente fase e alle fasi di merito.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso quanto al secondo motivo, rigetta il primo, dichiara assorbito il terzo; cassa e, decidendo nel merito, dichiara non fondata la domanda di responsabilità per come proposta; condanna il Fallimento controricorrente al pagamento nei confronti dei ricorrenti, quanto al giudizio di primo grado, di euro 8.000 complessivi (di cui 300 per esborsi, 1.200 per diritti e 6.500 per onorari), quanto al giudizio di secondo grado di curo 6.000 complessivi (di cui 500 per esborsi, 1.000 per diritti e 4.500 per onorari); condanna il medesimo controricorrente al pagamento delle spese del procedimento della fase di legittimità, in favore dei ricorrenti, liquidate in euro 9.200 quanto ai compensi, di cui euro 200 per esborsi, oltre agli accessori di legge per tutte e tre le liquidazioni.


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