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Dopo la riforma il creditore può pignorare il conto corrente condominiale

11 novembre 2014 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 11 novembre 2014



L’amara conseguenza per chi ha già pagato: dover soddisfare i creditori oppure versare nuove rate all’amministratore per ripristinare la liquidità e proseguire la gestione del condominio.

Arrivano i primi chiarimenti post-riforma del condominio. La questione prospettatasi all’alba dell’entrata in vigore della nuova normativa riguardava la possibilità, per i creditori del condominio, di pignorare il conto corrente condominiale. In particolare, si era ritenuto che ciò non fosse possibile. E ciò perché le nuove norme impongono ai creditori insoddisfatti di aggredire prima chi non è in regola coi pagamenti (ricevendo l’elenco dall’amministratore) e solo dopo, in caso di insuccesso, gli altri condomini “virtuosi”. Invece, pignorando il conto tale regola viene capovolta: poiché, in banca, sono depositati solo i soldi dei condomini virtuosi, si finisce per aggredire prima chi paga gli oneri condominiali e dopo (o meglio, “mai”) chi non li paga.

Eppure, negare la possibilità di pignorare il conto significa privare i creditori di un mezzo di esecuzione forzata che, forse, è l’unico che garantisce la soddisfazione dei crediti non riscossi. E pertanto, proprio per tale ragione, i giudici di diversi tribunali stanno precisando che il conto corrente condominiale può essere pignorato.

Da ultimo la sentenza del Tribunale di Milano [1]. Secondo il giudice meneghino, il creditore ben può pignorare il saldo del conto corrente condominiale. E ciò perché tutti i versamenti dei singoli proprietari esclusivi, una volta confluiti in banca, si confondono nella provvista gestita dall’amministratore: e, una volta depositato, non è più possibile distinguere la provenienza delle rimesse dall’uno o dall’altro condomino. In pratica, nessuno riuscirebbe a dire quale parte dei soldi riguarda versamenti effettuati, in passato, dai condomini morosi e quali, invece, da quelli virtuosi. Ciò che si pignora, invece, è il saldo, a prescindere dalla causale e dalla titolarità delle singole rimesse.

Peraltro, dopo la riforma del condominio è obbligatoria l’apertura di un conto corrente del condominio: le somme che vi confluiscono costituiscono patrimonio autonomo dell’ente di gestione e non dei singoli condomini. Infatti, secondo il codice civile [2],l’amministratore è tenuto a far transitare le somme ricevute a qualunque titolo dai condomini o da terzi, oltre a quelle a qualsiasi titolo erogate per conto del condominio, su uno specifico conto corrente, postale o bancario, intestato al condominio. E il patrimonio del condominio deve essere tenuto separato da quello dell’amministratore e dei singoli condomini. Insomma: i contributi versati dai singoli partecipanti si confondono con le altre somme già presenti sulla provvista e vanno a integrare quel saldo che è a immediata disposizione del correntista “condominio”.

Non contano più le ragioni per le quali le singole rimesse sono state effettuate, come la provenienza delle stesse dall’uno o dall’altro condomino.

L’amara conseguenza

Dura, sed lex, dicevano i latini. Anche se è dura, è comunque la legge. E difatti, benché il principio in punto di diritto sia ineccepibile, ciò comporta un’amara conseguenza: in caso di pignoramento del conto corrente, causato dall’inadempimento di alcuni condomini, gli altri virtuosi si troveranno o a dover pagare i creditori insoddisfatti, per conto dei morosi, oppure a dover versare nuove rate condominiali per consegnare all’amministratore la liquidità necessaria per mandare avanti la gestione.

note

[1] Trib. Milano, sent. del 27.05.2014.

[2] Art. 1129, comma settimo, cod. civ.

Autore immagine: 123rf com

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