HOME Articoli

Lo sai che? Avvocati: come comportarsi nei rapporti con praticanti e collaboratori

Lo sai che? Pubblicato il 13 novembre 2014

Articolo di




> Lo sai che? Pubblicato il 13 novembre 2014

Codice deontologico: doveri di collaborazione, compenso, formazione.

Il nuovo codice deontologico forense, in vigore dal 15 dicembre 2014, torna a regolare i rapporti (spesso problematici) tra avvocato – titolare dello studio – e collaboratori interni, compresi i praticanti. Rapporti che, innanzitutto, pongono una serie di obblighi di carattere civilistico e, in alcuni casi, lavoristico. Si pensi alla responsabilità oggettiva del dominus, per il caso di infortunio all’interno dello studio, che pone quest’ultimo in una condizione di responsabilità oggettiva. Oppure si pensi ai casi in cui dietro un finto rapporto di collaborazione professionale si nasconda, invece, un vero e proprio rapporto di lavoro subordinato (leggi, ad esempio, “Avvocato dipendente di uno studio legale: può andare dal giudice del lavoro?”).

Ma la circostanza che anche lo stesso codice deontologico si occupi della materia lascia chiaramente intendere come la legge intenda tutelare la moralità e il decorso del professionista anche nei rapporti con le persone che gravitano all’interno dello studio. E, dall’eventuale violazione dei seguenti obblighi, potrebbe discenderne anche un procedimento disciplinare.

Vediamo dunque i singoli aspetti di tali doveri di carattere deontologico.

1 | Rapporti coi praticanti

Innanzitutto lo scopo primario dell’avvocato deve essere quello di assicurare al praticante l’effettività e la proficuità della pratica forense, al fine di consentirgli un’adeguata formazione. Nei limiti di quelle che, ovviamente, sono le capacità e le materie trattate dallo studio, il dominus deve sempre garantire la massima partecipazione a tutte le problematiche giuridiche trattate.

Il codice deontologico non si ferma solo a prescrivere il tipo di attività intellettuale da prestare in favore del praticanti, ma impone altresì un idoneo ambiente di lavoro, inteso anche in senso di strumenti e di postazione fisica.

Per quanto riguarda il compenso da elargire per il supporto lavorativo prestato – e sempre nei limiti dell’utilità dello stesso per lo studio -, l’avvocato è obbligato a riconoscere al praticante, dopo i primi sei mesi di pratica, un compenso adeguato, tenuto conto dell’utilizzo dei servizi e delle strutture dello studio. L’ “adeguatezza” va quindi rapportata al numero di pratiche gestite e potrebbe essere determinata in misura percentuale ai compensi riscossi.

Veniamo al libretto di pratica. Di norma viene compilato dal praticante stesso, ma il dominus è tenuto a controllare e attestare la veridicità delle annotazioni ivi contenute, senza indulgere a motivi di favore o amicizia. Insomma: non bisogna chiudere un occhio (o, peggio, entrambi). Se il praticante è stato assente e non ha svolto il proprio periodo di pratica, il titolare di studio non deve dichiarare il falso.

Come noto, il praticante ha dei limiti di patrocinio che l’avvocato non può valicare. Quest’ultimo pertanto non può incaricare il praticante di svolgere attività difensiva non consentita dalla legge. Per conoscere quali cause proprie e quali sostituzioni può svolgere in udienza il praticante rinviamo all’articolo: “Praticanti avvocati: sostituzioni e cause proprie”.

Ricordiamo che il praticante avvocato, dopo aver conseguito l’abilitazione al patrocinio, può comparire personalmente come difensore nei seguenti casi:

giudizi civili: a) cause, anche se relative a immobili, di valore non superiore a 50 milioni di lire; b) cause per le azioni possessorie e per le denunce di nuova opera e di danno temuto; c) cause relative a rapporti di locazione, di comodato di immobili urbani e di affitto di azienda, qualora non siano di competenza delle sezioni specializzate agrarie;

giudizi penali: a) cause relative a reati per i quali la legge prevede la reclusione fino a 4 anni; b) cause per i seguenti reati: violenza o minaccia a un pubblico ufficiale; resistenza a  pubblico  ufficiale; oltraggio a un magistrato in udienza aggravato; violazione di sigilli aggravata; favoreggiamento; maltrattamenti in famiglia o verso i fanciulli, salvo nel caso in cui ricorra l’aggravante delle lesioni gravi, gravissime o la morte; rissa aggravata, con esclusione delle ipotesi in cui nella rissa taluno sia rimasto ucciso o abbia riportato lesioni  gravi o gravissime; omicidio colposo; violazione di domicilio aggravata; furto aggravato; truffa aggravata; ricettazione.

 

2 | Rapporti coi collaboratori dello studio

Per quanto riguarda i rapporti coi collaboratori (già avvocati o altre figure professionali) il codice deontologico è più stringato. Le nuove norme si limitano a imporre all’avvocato di consentire ai propri collaboratori di migliorare la loro preparazione professionale e non impedire od ostacolare la loro crescita formativa, compensandone in maniera adeguata la collaborazione, tenuto conto dell’utilizzo dei servizi e delle strutture dello studio. In altre parole, sembrerebbe di leggere, nelle pieghe del codice, che il segreto sul “know how” della preparazione giuridica è strettamente vietato!

note

[1] Approvato dal Consiglio nazionale forense nella seduta del 31 gennaio 2014 (in Gazz. Uff. Serie Generale n. 241 del 16-10-2014).

Autore immagine: 123rf com


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:
Informativa sulla privacy

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI