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Sezioni Unite della Cassazione: condannato l’avvocato per un post-it

16 novembre 2014


Sezioni Unite della Cassazione: condannato l’avvocato per un post-it

> Diritto e Fisco Pubblicato il 16 novembre 2014



Deontologia e obbligo di regolarizzazione fiscale: stop di un anno all’avvocato con la cifra dell’acconto in nero versato dal cliente senza emissione di fattura.

L’obbligo di emettere la fattura non è solo di carattere fiscale, ma anche deontologico [1]. Il codice della “moralità” forense, infatti, impone all’avvocato di regolarizzare fiscalmente ogni pagamento o acconto ricevuto dal cliente. In difetto scatta la sanzione che può arrivare anche alla sospensione dall’esercizio della professione. E, in questo, la Cassazione ha dimostrato di preferire la linea dura.

In una sentenza di oggi [2], le stesse Sezioni Unite hanno ribadito che va punito, con la sanzione della sospensione, l’avvocato che abbia omesso l’adempimento fiscale, anche se incastrato da un semplice post-it su cui è indicata la cifra dell’acconto di un pagamento da parte di un cliente.

Peraltro, nel caso di specie, l’avvocato era accusato anche di aver richiesto un compenso manifestamente sproporzionato all’attività svolta, circostanza vietata sempre dal codice deontologico [3].

Inutile difendersi sostenendo che il post-it sulla scrivania è un semplice appunto su foglio volante, privo di efficacia probatoria: secondo i giudici anche un “memo” può essere liberamente valutato dal magistrato come fonte di prova dell’avvenuto pagamento di una somma di denaro in contanti da parte del cliente. In tema di valutazione delle prove, nel nostro ordinamento, fondato sul principio del libero convincimento del giudice, non esiste una gerarchia di efficacia dei mezzi probatori, che ponga la prova per presunzioni in una posizione inferiore rispetto alle altre prove.

Va, infine, ricordato, conclude la Corte a sezioni unite, il principio secondo cui, in tema di procedimento disciplinare a carico degli avvocati, il potere di applicare la sanzione adeguata alla gravità e alla natura dell’offesa arrecata al prestigio dell’ordine professionale è riservato agli organi disciplinari; pertanto, la determinazione della sanzione inflitta all’incolpato dal Consiglio nazionale forense non è censurabile in sede di legittimità, salvo il caso di assenza di motivazione.

note

[1] Art. 15 cod. deont. forense.

[2] Cass. S.U. sent. n. 24282/14 del 14.11.14.

[3] Art. 43 cod. deont. forense.

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