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Effetto inflazione: ecco di quanto siamo più poveri

2 Settembre 2022
Effetto inflazione: ecco di quanto siamo più poveri

Come tutelare i risparmi in banca: strumenti alternativi al conto corrente. 

L’inflazione ci ha reso tutti più poveri. Ce ne siamo accorti in modo cosciente quando ci è stato imposto l’aumento delle spese condominiali o l’adeguamento dell’affitto all’Istat, quando ci sono arrivate le bollette della luce e del gas, quando abbiamo pagato il carrello della spesa o semplicemente il conto del ristorante. Ma siamo diventati incoscientemente più poveri anche solo lasciando i nostri soldi sul conto corrente: se anche il denaro non viene speso, il suo valore reale è notevolmente ridotto rispetto all’inizio della guerra in Ucraina e alla pandemia.

Di quanto siamo più poveri? Ci sono alcune analisi che ce lo illustrano in modo impietoso. L’inflazione in Italia ha raggiunto l’8,4% nel mese di agosto. In tutta Europa si attesta addirittura al 9,1%: non avevamo dati così alti dal 1985. In un solo mese, da agosto a settembre, l’inflazione è aumentata quasi di un punto percentuale. E se è vero che, di solito, il potere di acquisto cambia da città a città, per cui vivere al sud è sicuramente più conveniente rispetto al nord dove i prezzi sono più alti (dagli affitti agli aperitivi), quando invece si parla di inflazione il fenomeno coinvolge tutta l’Italia, nessuna zona esclusa. Anche chi vive in campagna, ad esempio, deve fare i conti con l’aumento dei prezzi, perché i carburanti dei motori agricoli sono più cari, perché costa di più trasportare il pane e la pasta e costano di più le materie prime con cui questi vengono preparati.

Insomma, parafrasando le parole di Totò, possiamo dire che «l’inflazione è una livella»: ci rende tutti uguali. E se anche al ricco importa poco che la pasta aumenti di qualche centesimo, gli importerà di certo che il suo conto corrente si restringa come i tessuti di fibra scadente in lavatrice. 

Cerchiamo meglio di capire in che situazione siamo. Partiamo dal fenomeno “bollette”. Molti di noi hanno visto i rincari già da qualche mese. Ma il peggio deve ancora venire. E ciò sia perché le aziende non riescono più a sopportare l’aumento dei costi energetici e pertanto dovranno chiudere o mettere in cassa integrazione il personale, con conseguente aumento della disoccupazione. Sia perché numerose famiglie hanno tratto giovamento dai contratti della luce e del gas a prezzi bloccati per un anno, ma questi stanno per scadere; sicché, tra pochi mesi, si troveranno aumenti inaspettati. Secondo le stime, il prezzo del gas passerà da 461 a 588 euro, con una crescita di 127 euro a famiglia. 

Non vanno meglio le cose per quanto riguarda la luce: per i clienti del mercato tutelato la bolletta arriverà a 280 euro contro i 200 dello scorso anno. 

Allo stesso modo, il costo per i carburanti rischia di crescere di nuovo e, se non verrà prorogato il taglio delle accise, tornerà a superare i 2 euro al litro.

Poi, c’è il problema della spesa per vivere. Per i prodotti alimentari, tra settembre e novembre, la spesa potrebbe aumentare di circa 155 euro rispetto all’anno precedente.

I libri di scuola aumenteranno del 7% e così anche zaini, quaderni e astucci.

Non c’è bisogno di spendere per capire che siamo molto più poveri rispetto a un anno fa. Anche i nostri risparmi in banca si sono contratti. I depositi sul conto infatti non offrono rendimenti e quindi non si adeguano all’inflazione. In due anni, i nostri conti correnti si sono ridotti di quasi il 10%, più precisamente del 9,8%. Abbiamo cioè bruciato i nostri capitali: i risparmi per mandare i figli all’università, per avviare la nostra attività professionale o imprenditoriale, per comprare l’auto o anche solo il cellulare. La chiamano la tassa silenziosa. Non si vede, ma fa male. Ragionando in termini pratici, chi ha su un conto corrente 1.500 euro ora ne ha 1.350: 150 euro in meno.

Ora il paradosso: i conti correnti, in termini assoluti, invece di diminuire sono aumentati. Nel senso che la gente ha iniziato a risparmiare, a non spendere nel timore di dover fare i conti con un futuro ancora più incerto. E così i depositi bancari sono aumentati del 12%. Un comportamento incoerente perché i conti non sono un investimento e non mettono al riparo dall’inflazione, ma la gente non si fida più degli investimenti. Ed anche i titoli di Stato ora vengono visti con sfiducia. Irrazionale, ma comprensibile. 

Nei prossimi anni, dovremmo abituarci a convivere con un’inflazione alta, superiore a quel 2% che avevamo solo un anno fa. E chi non seguirà una strategia mirata di investimenti dovrà rassegnarsi a perdere potere d’acquisto, oltre a rinunciare, per non aver investito correttamente, ai rendimenti offerti dai mercati azionari.

Per esempio, 10.000 euro tra 10 anni avranno un valore di 7.035 euro, ovvero il 30% circa in meno, mentre 50.000 euro diventeranno 35.173 euro. E aggiungendo anche gli oneri sostenuti per la gestione del conto corrente, il bilancio diventa ancora più pesante.

Per tutelare, almeno in parte, i propri risparmi bisogna uscire dalla logica del «materasso» e trovare una valida alternativa al conto corrente. Ad esempio possiamo versare i soldi su un conto deposito. 

Contro l’inflazione c’è il Btp Italia con una cedola annua minima garantita dell’1,60%, che sarà corrisposta semestralmente insieme alla eventuale rivalutazione e un premio fedeltà dell’1% (una parte dopo 4 anni e il resto a scadenza). Ma solo chi ha acquistato il Btp Italia in fase di emissione potrà godere di questo doppio premio, ammesso che conservi il titolo fino a scadenza.  

C’è poi chi suggerisce i Pac (Piano di accumulo del capitale): strumento semplice per gli investitori alle prime armi che non richiede grandi capitali iniziali. Un piano di accumulo in un fondo azionario globale avviato a luglio del 2017 ha offerto a distanza di 5 anni una performance del 20,17%.

In ogni caso, ciascuna forma di investimento richiede competenza, cautela, diversificazione e soprattutto un onesto e preparato consulente. 



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