Diritto e Fisco | Articoli

TFR: il Fondo di Garanzia dell’Inps non può contestare quanto accertato dal tribunale

16 novembre 2014


TFR: il Fondo di Garanzia dell’Inps non può contestare quanto accertato dal tribunale

> Diritto e Fisco Pubblicato il 16 novembre 2014



Fallimento: l’istituto di previdenza deve pagare il credito riconosciuto dal giudice nell’udienza con cui dichiara esecutivo lo stato passivo.

 

Fallisce il datore di lavoro: ai dipendenti non resta altra arma che “insinuarsi al passivo fallimentare”: locuzione tecnica per indicare l’onere di presentare una domanda con la richiesta di pagamento al giudice delegato del fallimento, allegando il contratto di lavoro e le buste paga non corrisposte. In questo modo essi possono ottenere (in tempi relativamente brevi) il pagamento del TFR e delle ultime tre mensilità non corrisposte. A provvedere alla liquidazione non sarà il fallimento, bensì il Fondo di Garanzia dell’Inps.

Invece, per i residui crediti non resta loro che attendere la liquidazione delle attività dell’azienda, da parte del curatore, che poi provvederà e a pagarli di volta in volta (i dipendenti, peraltro, sono creditori privilegiati e, quindi, vengono soddisfatti prima di tutti gli altri).

Attenzione: una volta che il giudice del fallimento abbia emesso il provvedimento con cui dichiara “esecutivo” lo stato passivo del fallimento (in pratica, rende definitivo l’accertamento dei crediti insinuati alla procedura), e quindi ai lavoratori sia stato riconosciuto il diritto al pagamento dei crediti non riscossi, l’Inps non potrà più negare loro il versamento del TFR o delle ultime tre mensilità, non potendo contestare l’accertamento del credito fatto dal tribunale.

L’importante chiarimento viene da una recente sentenza della Cassazione [1]. In pratica, il Fondo di Garanzia presso l’Istituto di Previdenza è obbligato a pagare ai dipendenti l’importo nell’esatta misura dichiarata dal giudice all’interno del decreto di esecutività dello stato passivo. Una garanzia per i lavoratori che, in questo modo, una volta superata lo scoglio della cosiddetta “udienza di verifica dello stato passivo” (quella, appunto, in cui viene verificato il loro credito) possono contare su un sicuro pagamento, senza ulteriori possibilità di contestazioni o ripensamenti. Sarà poi solo una “questione di tempo” (non oltre pochi mesi) prima che arrivi il bonifico con le somme.

È, in definitiva, incontestabile il diritto del lavoratore al proprio credito. Una volta accertato, nell’udienza fallimentare, l’esistenza e l’ammontare del credito per il TFR di un lavoratore già alle dipendenze di un imprenditore dichiarato fallito, non potranno più essere messi in discussione tali crediti. Così, per esempio, l’Inps non potrebbe criticare il fatto che l’imprenditore (per via della sua qualità di impresa agricola) non poteva fallire; né potrà decurtare l’ammontare del credito ammesso al passivo fallimentare.

L’esecutività dello stato passivo fallimentare è presupposto sufficiente a giustificare la pretesa di pagamento da parte del lavoratore verso il Fondo di garanzia.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 16 ottobre – 13 novembre 2014, n. 24231

Presidente Macioce – Relatore Manna

Motivi della decisione

1- Con il primo motivo si lamenta violazione e falsa applicazione dell’art. 2 legge n. 297/82, nonché vizio di motivazione, per avere la Corte territoriale escluso l’intervento del Fondo di garanzia nel caso di un lavoratore agricolo a tempo determinato come il L. , non essendo in tale ipotesi previsto alcun obbligo contributivo a carico del datore di lavoro; obietta, invece, il ricorso che l’INPS non ha alcun potere di contestare un credito già definitivamente ammesso al passivo in sede fallimentare (sicché il riferimento alla voce “terzo elemento” come quota di TFR pagata mensilmente è smentito da tale ammissione al passivo a titolo, appunto, di trattamento di fine rapporto) e che l’art. 2 cit. non distingue fra datori di lavoro agricoli e non, così come non distingue fra rapporti a tempo determinato od indeterminato, stabilendo – anzi – che il Fondo è alimentato da contributi a carico, indistintamente, di tutti i datori di lavoro; sotto altro profilo, in via gradata, nega che la Fiorefrutta S.r.l. possa essere qualificata come impresa agricola, avendo – invece – esercitato attività di natura commerciale, tanto da essere stata dichiarata fallita.

Quest’ultimo rilievo viene ripreso e sviluppato nel secondo motivo, con cui si deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 2697 e 2909 c.c. e dell’art. 2 legge n. 297/82, nonché vizio di motivazione, per avere l’impugnata sentenza apoditticamente qualificato il rapporto di lavoro del ricorrente come agricolo e a termine sulla base della mera posizione in archivio presso l’INPS, non avente all’esterno alcuna efficacia probatoria; né la circostanza può dirsi non contestata sol perché nella domanda amministrativa il L. si è definito come “bracciante agricolo” o perché la natura agricola del suo rapporto di lavoro non sia stata oggetto di contestazione nel corso del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo; da ultimo, l’affermazione della Corte territoriale è smentita dall’essere stata la Fiorefrutta S.r.l. assoggettata a procedura concorsuale, il cui accertamento giurisdizionale, avente natura di giudicato, non può essere rimesso in discussione.

2- Il secondo motivo di censura – da esaminarsi dapprima perché logicamente pregiudiziale – è fondato nei sensi qui di seguito chiariti.

La mera posizione in archivio presso l’INPS, non avendo all’esterno alcuna efficacia probatoria, non può smentire la natura di impresa commerciale (e non agricola) della Fiorefrutta S.r.l., attestata dal suo stesso fallimento.

D’altronde, il dipendente di un’impresa commerciale, anche se adibito ad un’attività avente di per sé natura non commerciale, è soggetto, ai fini previdenziali, al medesimo inquadramento del proprio datore di lavoro (cfr. Cass. n. 8292/97).

Ciò vuoi dire che il rapporto di lavoro dell’odierno ricorrente non può definirsi di natura agricola e, in quanto tale, privo di copertura assicurativa presso l’INPS.

Né a differente conclusione può giungersi in forza di un’inesatta applicazione del principio di non contestazione (come sembra evincersi dalla motivazione della sentenza impugnata), perché la contestazione da parte del convenuto dei fatti affermati o negati da chi agisca in via monitoria non ribalta su costui l’onere di contestare l’altrui contestazione, dal momento che con l’atto introduttivo di lite (vale a dire con il ricorso ex art. 633 c.p.c.) egli ha già esposto la propria posizione a riguardo.

Nel controricorso l’INPS nega l’esistenza del diritto al TFR in capo all’odierno ricorrente, ma si tratta di credito per il quale L.V. è stato ammesso al passivo in sede fallimentare e tale ammissione l’istituto non può mettere in discussione, proprio perché subentra ex lege nel debito del datore di lavoro insolvente, previo accertamento del credito del lavoratore e dei relativi accessori mediante insinuazione nello stato passivo del fallimento divenuto definitivo e nella misura in cui esso risulta in quella sede accertato (cfr. Cass. n. 7604/03).

Ciò è confermato dallo stesso tenore letterale dell’art. 2 co. 2 legge n. 297/82, là dove si prevede che, trascorsi quindici giorni dal deposito dello stato passivo, reso esecutivo ai sensi dell’art. 97 L.F., il lavoratore o i suoi aventi diritto possono ottenere “a domanda” il pagamento, a carico del Fondo di garanzia all’uopo istituto presso l’INPS, del trattamento di fine rapporto e dei relativi crediti accessori.

In breve, l’esecutività dello stato passivo basta a sorreggere la pretesa del lavoratore nei confronti del Fondo, senza neppure la necessità di una preventiva informazione all’istituto previdenziale riguardo alla misura del credito e ai suoi presupposti (cfr. Cass. n. 9231/10).

2- L’accoglimento del secondo motivo assorbe la questione – oggetto del primo motivo di ricorso – relativa alla riconoscibilità del diritto di cui all’art. 2 legge n. 297/82 solo in presenza d’un corrispondente obbligo contributivo.

3- In conclusione, va accolto il secondo motivo e dichiarato assorbito il primo, con conseguente cassazione della sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvio, anche per le spese, alla Corte d’appello di Bari in diversa composizione, che si atterrà al seguente principio di diritto:

“L’esecutività dello stato passivo che abbia accertato in sede fallimentare l’esistenza e l’ammontare d’un credito per TFR in favore del dipendente dell’imprenditore dichiarato fallito importa, ai sensi dell’art. 2 legge n. 297/82, il subentro dell’INPS nel debito del datore di lavoro insolvente, senza che l’istituto previdenziale possa in alcun modo contestarne l’assoggettabilità alla procedura concorsuale e l’accertamento ivi operato, al quale resta vincolato sotto il profilo dell’an e del quantum debeatur”.

P.Q.M.

La Corte accoglie il secondo motivo, dichiara assorbito il primo, cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per le spese, alla Corte d’appello di Bari in diversa composizione.

note

[1] Cass. Sent. n. 24231/14 del 13.11.2014.

Autore immagine: 123rf com


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

2 Commenti

  1. Buonasera, a me invece è successo l’esatto opposto.
    Ammessa allo stato passivo per i crediti di lavoro pari ad Euro 2.900 c.ca e 10 giorni fa mi arriva la lettera dell’Inps che mi riconoscono 970 euro di crediti di lavoro. Come è possibile ? Mi potete aiutare ?
    Il mio avvocato dopo essere stato pagato profumatamente (prima di ricevere l’importo dall’inps) non mi da spiegazioni in merito.Grazie

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI