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Ingiuria: la frase offensiva è giustificata dalla provocazione?

16 novembre 2014


Ingiuria: la frase offensiva è giustificata dalla provocazione?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 16 novembre 2014



Ai fini dell’applicazione dell’esimente dal reato è sufficiente che l’offesa sia stata determinata anche dall’inosservanza di norme sociali o di costume regolanti l’ordinaria, civile convivenza: vi rientrano, quindi, oltre ai comportamenti sprezzanti anche quelli sconvenienti o inappropriati.

Una parolaccia o un’offesa possono essere, spesso, solo la risposta a una provocazione o a un torto subìto. Ma è legittimo applicare la regola dell’ “occhio per occhio, dente per dente” anche per il diritto? Di questo se n’è occupata una recente sentenza della Cassazione di cui parleremo di seguito, in modo sintetico [1].

Il codice penale [2], come noto, punisce con il reato di ingiuria chiunque offenda l’onore o il decoro di una persona lì presente. L’offesa può essere realizzata in qualsiasi modo: con una frase, un gesto o anche l’utilizzo di una parola in sé lecita, ma inappropriata all’occorrenza (di qualche giorno fa, le sentenze che hanno confermato la condanna per aver detto “moroso” e “sta esaurita”).

Tuttavia – specifica la legge [3] – se le offese sono state reciproche, il giudice può dichiarare non punibili uno o entrambi gli offensori. Allo stesso modo, non scatta alcuna pena se l’offesa sia stata pronunciata in uno stato d’ira determinato da un comportamento ingiusto della persona poi offesa, e subito dopo di esso (il concetto di “tempo” però è decisamente relativo; a riguardo, leggi “Legittima la vendetta dopo tanto tempo”). È quella che viene detta, in diritto penale, “esimente”.

Ebbene, secondo la Suprema Corte, in caso di offesa determinata da una ritorsione o provocazione altrui, per poter evitare la condanna ), è sufficiente che la reazione sia determinata dal fatto ingiusto altrui e l’ingiustizia non deve essere valutata con criteri restrittivi. Essa può dipendere anche dall’inosservanza di norme sociali o di costume regolanti l’ordinaria, civile convivenza, oppure dall’inosservanza di provvedimenti del Giudice.

La vicenda

Il convivente di una donna aveva accompagnato la figlia di quest’ultima dai nonni, nonostante il divieto impostogli dal giudice di qualsiasi contatto con la minore. Il nonno della bambina aveva inveito contro di lui dicendogli: “Poi a te ci penso io… sei una cosa inutile”. Per tale frase, l’uomo, però, è stato assolto dal reato di ingiuria.

La motivazione

Se lo stato d’ira, a causa del quale viene proferita la frase offensiva, è stato determinato dal mancato rispetto di una norma, di una regola sociale o di un provvedimento del giudice (come nel caso di specie) non si può applicare alcuna condanna a chi usa espressioni verbali “forti”. È chiaro il messaggio dei giudici: quando il comportamento della persona offesa è qualificato dalla nostra legge come “fatto ingiusto”, perché totalmente irrispettoso di una prescrizione del giudice o contrario alle regole di convivenza civile [4], esso si merita un bel “vaffa…”. È pacifico, infatti, che per poter applicare l’esimente dalla pena per l’ingiuria [3], è sufficiente che la reazione sia determinata dal fatto ingiusto altrui e l’ingiustizia non deve essere valutata con criteri restrittivi, cioè solo con riferimento a quei comportamenti che violino una disposizione di legge, ma con criteri più ampi [5]. In pratica, l’ingiustizia potrebbe anche essere considerata l’inosservanza di norme sociali o di costume regolanti l’ordinaria, civile convivenza, per cui possono rientrarvi, oltre ai comportamenti sprezzanti anche quelli sconvenienti o, nelle particolari circostanze, inappropriati [6].

note

[1] Cass. Sent. n. 47043/14 del 13.11.2014.

[2] Art. 594 cod. pen.

[3] Art. 599 cod. pen.

[4] Cass. sent. n. 9907/2011.

[5] Cass. sent. n. 21455/2009.

[6] Cass. sent. n. 5056/2011.

Autore immagine: 123rf com


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