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La ditta dell’azienda: cos’è e come funziona il trasferimento

27 Dicembre 2015
La ditta dell’azienda: cos’è e come funziona il trasferimento

Il nome da scegliere per la ditta, il caso della società e dell’imprenditore individuale, il trasferimento con o senza l’azienda, la registrazione.

 

 

Quando si inizia un’attività produttiva una delle cose più interessanti è la scelta della ditta cioè il nome con il quale si vuole essere identificati. La ditta è infatti il nome sotto il quale l’imprenditore esercita la propria impresa. Può essere formata in qualsiasi modo e può contenere una denominazione di fantasia o termini che indicano l’attività svolta. Tuttavia al fine di evitare operazioni ingannevoli il codice civile dispone che, nella ditta, debba essere presente almeno il cognome o la sigla dell’imprenditore se si tratta di ditta individuale; al contrario se l’imprenditore è una società, la ditta deve contenere la ragione sociale o la denominazione sociale.

Più in particolare, nel caso delle società, l’esigenza della ditta risulta solo quando l’azienda eserciti più attività in modo separato. In tal caso, si può dotare di più ditte allo scopo di diversificare anche i prodotti: a tal fine, la ditta deve contenere, nella dicitura, la denominazione o ragione sociale della società (per esempio, denominazione sociale: “Labocos s.p.a.”; ditta della stessa società: “Wella Italiana Labocos s.p.a.”). Dunque, la ditta è il segno che contraddistingue un’attività d’impresa, svolta con un determinato complesso aziendale.

Non è necessario che la società (sia essa di persona o di capitali) abbia, oltre al proprio nome, quello di una ditta: ciò risulterà conveniente solo nel caso in cui l’azienda sia impegnata in diverse attività e voglia contraddistinguerle, individuandole con un nome separato.

Quanto alle caratteristiche del nome della ditta, valgono le stesse regole viste per il nome dell’azienda.

Al contrario, per l’imprenditore individuale, come detto, la ditta rappresenta il nome con cui esso esercita la sua attività.

La ditta si dice:

originaria: quando è utilizzata direttamente dall’imprenditore che l’ha creata;

derivata: quando chi la utilizza la acquistata da altri insieme al resto dell’azienda.

La questione non è di poco conto perché si sovrappongono interessi diversi. Chi vende l’azienda è spesso interessato a vendere anche la ditta, il cui valore è dovuto al suo impegno di imprenditore. Chi acquista l’azienda è spesso interessato ad acquistare anche la ditta se questa, per la sua acquisita capacità di attrarre clienti, offre la prospettiva di sicuri profitti.

Il consumatore, per contro, sarebbe in ogni caso interessato a conoscere l’avvenuta sostituzione perché da quel momento il prodotto offerto potrebbe anche presentare caratteristiche diverse.

Pertanto il codice civile dispone che l’acquirente dell’azienda possa acquistare anche la ditta e utilizzarla senza apportare delle modifiche che denuncino l’avvenuta successione alla guida dell’impresa; con ciò il legislatore si è preoccupato di soddisfare le esigenze degli imprenditori cedente e del cessionario.

A tutela del consumatore viene previsto solo che è:

– la ditta non può essere ceduta separatamente dal resto dell’azienda;

– l’azienda, invece, può essere ceduta anche senza la ditta.

Stabilisce infatti il codice civile che, nel trasferimento dell’azienda, la ditta non passa all’acquirente senza il consenso dell’alienante. Ciò vuol dire sostanzialmente che, se non è stato diversamente concordato, la ditta rimane al venditore, il quale potrà impiegarla per svolgere una diversa attività imprenditoriale.

 

La società può avere, oltre alla ditta o alle ditte che ha originariamente costituito, una o più ditte derivate, ottenute cioè in seguito a trasferimenti compiuti da un imprenditore individuale o da un’altra società, come avviene, ad esempio, nelle ipotesi di acquisto di azienda, di fusione o di scissione. In questo solo caso la società non è obbligata ad inserire nel nome della ditta la propria ragione o denominazione sociale.

La società incorporante può usare il nome della società incorporata come ditta per l’esercizio della nuova impresa acquisita (Cass. 19 maggio 1957 n. 1972).

La società deve iscrivere ogni ditta utilizzata nel registro delle imprese: l’iscrizione vale come momento determinante per l’individuazione dell’uso anteriore (cosiddetto preuso) ai fini della tutela.

La società che ha iscritto la propria ditta nel registro delle imprese può tutelarla da un uso illegittimo o abusivo di altri successivo alla registrazione. Può pertanto agire in giudizio, per imporre a chi usi illegittimamente la ditta di integrarla o modificarla, differenziandola da quella legittimamente usata.

Se però la ditta non è stata iscritta ma viene effettivamente utilizzata come segno distintivo, tale uso prevale sulla successiva iscrizione di ditta uguale o simile effettuata in male fede (cioè chi ha iscritto successivamente era a conoscenza del preuso).

La tutela della ditta può procedere autonomamente rispetto a quella del nome, poiché, anche se la prima deve contenere il secondo, i due segni possono non coincidere per l’inserimento nella ditta di altri elementi (ad esempio, parole di fantasia).



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