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Editoriali Oblio e cancellazione link da Google: il problema del “.it” e “.com”

Editoriali Pubblicato il 18 novembre 2014

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> Editoriali Pubblicato il 18 novembre 2014

Notizie vecchie di fatti di cronaca e indicizzazione: solo la cancellazione del contenuto originale, sul sito “fonte”, garantisce il definitivo oblio.

Non è mai piacevole dire “ve l’avevamo detto”, ma qualche volta viene proprio spontaneo. Cancellare i link indicizzati sulle pagine di Google, contenenti notizie ormai vecchie, non è un gioco da ragazzi. Specie se ci si rivolge al modulino messo a disposizione “on line” dal motore di ricerca americano a seguito della famosa condanna della Corte di Giustizia della Comunità Europea (leggi “Rivoluzione nel diritto all’oblio: Google responsabile dei link che violano la privacy”). “Non è facile” perché lo stesso Google ha posto tutta una serie di condizioni alla de-indicizzazione dei contenuti presenti sul web, tra cui proprio i fatti di rilevanza penale: come dire che l’80% delle richieste vengono rigettate. I numeri, del resto, lo confermano. Non arrivano al 40% i casi di accoglimento delle istanze presentate direttamente a Google dagli interessati. Circostanza, questa, di cui già avevamo messo in guardia in nostri lettori nell’articolo: “Oblio su internet: 7 motivi per non fidarsi di BigG”.

Ma oggi un’altra conferma della condotta “poco affidabile” del motore di ricerca viene dal Tribunal de Grande Instance di Parigi. I giudici transalpini hanno condannato Google per il fatto che, nonostante questi avesse cancellato i link dalle proprie pagine della versione francese (google.fr), gli stessi erano ancora presenti nella versione “globale” (google.com). Una pronuncia che, di certo, avvalora quanto avevamo sospettato tempo fa e che, nello stesso tempo, evidenzia il problema anche per il nostro Paese.

Ricorderete che la sentenza firmata dalla Corte di Giustizia Europea aveva condannato Google sulla base del seguente ragionamento: poiché, nel momento in cui indicizza i link con i nomi delle persone, il motore di ricerca ne “tratta” e conserva i relativi dati, esso è anche tenuto al rispetto delle norme europee sulla privacy e, quindi, alla cancellazione dei dati medesimi su semplice richiesta degli interessati.

Ma tale pronuncia – che, a prima vista, sembra sopprimere, in un solo colpo, tutti i principi della direttiva comunitaria sul commercio elettronico e sulla neutralità del Provider [1] – è peraltro poco efficace per il fatto che, applicandosi solo in Europa e non nel resto del mondo (come, del resto, qualsiasi pronuncia dei giudici dell’U.E.), rende sanzionabile la condotta di Google solo laddove posta nel nostro continente. Per cui, nella versione americana del motore di ricerca, Google potrebbe continuare a rendere indicizzato il contenuto lesivo dell’altrui privacy, senza subire alcuna sanzione.

Così, chi comunque faccia la ricerca su Google.com anziché su Google.it o su Google.fr troverà ugualmente la “pagina incriminata”. È anche questa l’ennesima (negativa) conseguenza del fatto che il contenuto incriminato non viene “cancellato” da Google, ma solo de-indicizzato ossia rimosso dai risultati delle ricerche.

La sentenza del Tribunal de Grande Instance vuole trovare una soluzione a questo problema, avendo ordinato alla società americana la cancellazione delle pagine anche dalla versione “.com”: questione sulla quale, di certo, si aprirà un forte dibattito, non potendo il giudice francese invadere un territorio che non gli è proprio. Ma è anche vero che, quando si parla di internet, le vecchie linee di confine tra le nazioni vengono annullate e sbaglia chi ragiona in questi termini.

Un’ultima particolarità della sentenza francese: la condanna è nei confronti di un singolo ramo d’azienda (la divisione francese) per il comportamento posto dalla società principale, quando invece, di norma, è la seconda che risponde delle condotte illecite della prima.

note

[1] Direttiva 2000/31/CE.

Autore immagine: 123rf com


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