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Come provare l’infedeltà via WhatsApp dell’ex?

4 Gennaio 2023 | Autore:
Come provare l’infedeltà via WhatsApp dell’ex?

Cosa bisogna mostrare al giudice per dimostrare che il coniuge aveva delle conversazioni piccanti con un’altra persona?

Una volta guardavate un film dopo cena seduti uno vicino all’altra, ora noti che il coniuge si siede su un altro divano e ha sempre accanto a sé il cellulare. Lo guarda con una certa frequenza e spesso sorride mentre legge e risponde a qualcuno via chat. A chi? «Il gruppo dei colleghi, sempre così spiritosi». Una volta lasciava il telefonino in cucina quando doveva andare in bagno, ora se lo porta dietro e ci mette qualche minuto in più a uscire. Una volta si andava a dormire alla stessa ora, adesso dice quasi tutte le sere: «Comincia a andare tu, che adesso arrivo». Solo che «adesso» diventa un quarto d’ora se non di più. Il dubbio che quel cellulare nasconda qualcosa è più che legittimo. Alla fine, scopri che c’erano delle conversazioni piuttosto compromettenti con un’altra persona. Il tradimento via chat c’era, insomma. Chiedi la separazione e vuoi ottenere la pronuncia di addebito al consorte. Bisogna dimostrare i fatti, però. Come provare l’infedeltà via WhatsApp dell’ex?

Sembra facile ma non lo è affatto. Perché la prima cosa che devi spiegare è come hai fatto a sapere che il coniuge chattava con un’altra persona: leggere di nascosto i suoi messaggi è violazione della privacy. A strappargli il telefono di mano si rischiano le accuse di violenza e di rapina. Ben che ti vada, l’hai saputo mentre il coniuge ti mostrava dele foto ricevute via WhatsApp e in quel momento è apparsa l’anteprima del messaggio che non avresti mai dovuto leggere. Il problema è: cosa bisogna portare davanti al giudice per provare l’infedeltà via chat? I giudici hanno dato una risposta a questa domanda.

Quando scatta il tradimento via WhatsApp?

Il tradimento virtuale esiste eccome: non c’è bisogno di avere un contatto fisico con un’altra persona per venire meno all’obbligo di fedeltà previsto nel matrimonio. Il punto è che non si rispetta la fiducia posta alla base del rapporto coniugale se si mantiene una conversazione di un certo tenore con un’altra persona, anche se abita in un’altra città o in un altro Paese e non ci sarà un seguito, diciamo così, carnale.

Quindi, se un coniuge scopre che l’altro chatta con qualcuno su WhatsApp oppure su Messenger, su Instagram, su Telegram o con qualsiasi altro sistema online con parole che lasciano trasparire desiderio, amore, sentimenti che vanno al di là dell’amicizia, se c’è anche uno scambio di autoscatti provocanti se non addirittura espliciti, è ovvio che la persona con cui si condivide la vita non gradirà affatto, anzi: perderà ogni fiducia; e il tradimento, per quanto virtuale, sarebbe consumato. Non occorre ricordare che l’infedeltà è uno dei motivi riconosciuti dalla legge per i quali si può rompere un matrimonio e pretendere l’addebito della separazione.

Attenzione: non è illecito chattare con amici o con amiche, con colleghi, con persone con cui si ha una particolare sintonia, anche se dell’altro sesso. Sono i contenuti, le sfumature, le parole che fanno capire che, al di là della confidenza, al di là dell’amicizia, c’è qualcosa in più decisamente fuori luogo. Se un uomo sposato scrive a un’amica «ti voglio bene» in un certo contesto, può essere un segno di tenerezza. Se poi ci aggiunge «come non ne ho mai voluto a nessuna al mondo», già la cosa comincia a essere diversa e difficile da spiegare.

L’infedeltà via WhatsApp può costare l’addebito?

Anche l’infedeltà virtuale può costare l’addebito della separazione. Soprattutto – dice la Cassazione [1] – se commesso in maniera spudorata, chattando con l’altro o con l’altra accanto al proprio coniuge. Ad esempio, come si diceva prima, in salotto mentre si guarda insieme la tv. Il concetto secondo cui «oltre il danno c’è anche la beffa», o per essere più espliciti «me la stai facendo sotto il naso». Un’offesa nei modi, meritevole dell’addebito.

Alla Suprema Corte sono bastate poche parole per motivare la decisione: l’infedeltà virtuale è rilevante quando si dimostra offensiva per il coniuge. La relazione di uno di loro con estranei – si legge nell’ordinanza – rende addebitabile la separazione quando, considerando gli aspetti con cui è coltivata e l’ambiente in cui i coniugi vivono, dà luogo a credibili sospetti di infedeltà e quindi comporti offesa alla dignità e all’onore dell’altro coniuge anche se non si arriva ad un rapporto fisico vero e proprio.

L’addebito della separazione dopo l’infedeltà via WhatsApp comporta, quindi, per il traditore:

  • non poter chiedere l’assegno di mantenimento, nemmeno se fosse in condizioni economiche precarie;
  • non avere diritti sull’eredità dell’ex.

Tutto questo, però, nel caso in cui il tradimento via WhatsApp sia stato la vera causa della fine del matrimonio. Se, invece, il rapporto era già compromesso e si sarebbe comunque concluso anche senza il rapporto via chat di uno dei due, a quel punto non ci sarà l’addebito automatico [2].

Infedeltà via WhatsApp: come si dimostra in tribunale?

Ed eccoci al punto: come provare l’infedeltà via WhatsApp dell’ex? Un conto è sapere, un altro ben diverso è dimostrare davanti a un giudice quello che si sa.

Secondo una sentenza del Tribunale di Ancona [3], non bastano gli screenshot delle conversazioni piccanti stampati su carta e portati all’attenzione del giudice: occorre mostrare direttamente il cellulare del coniuge che ha tradito. In caso contrario – si legge nella sentenza –, non è possibile verificare in sede giudiziale che la documentazione depositata corrisponda al contenuto effettivo delle conversazioni. Insomma, le immagini riprodotte su carta potrebbero essere contraffatte, il coniuge potrebbe avere inserito delle parole e delle espressioni che nella chat originale non c’erano.

Nel caso specifico, la moglie che accusava di infedeltà il marito aveva portato in tribunale le schermate di conversazioni private intrattenute a distanza dall’uomo con un’altra donna. Le copie degli screenshot, però, costituiscono una riproduzione meccanica equiparata a una semplice fotocopia e, quindi, possono essere considerate una prova solo se non contestate dalla controparte. Cosa che, ovviamente, il marito ha fatto. Sarebbe stato necessario, a questo punto, chiedere di mostrare il cellulare di lui. Cosa che, ovviamente, la moglie non ha fatto. In conclusione, non è stato possibile provare il tradimento e, di conseguenza, non c’è stato nemmeno l‘addebito della separazione.

Oltretutto, come detto in precedenza, la donna non è stata in grado di spiegare come ha fatto a venire a conoscenza di quelle conversazioni e forse è stato meglio così per lei: l’accesso abusivo a un sistema informatico costituisce reato e non risulta giustificato dal diritto di difendersi in giudizio.


note

[1] Cass. ord. n. 8750/2022 del 17.03.2022.

[2] Cass. sent. n. 14414/2016.

[3] Trib. Ancona sent. n. 1602/2021.


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