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La fregatura della pensione o stipendio in banca che non si può ritirare (subito)

18 Novembre 2014


La fregatura della pensione o stipendio in banca che non si può ritirare (subito)

> Diritto e Fisco Pubblicato il 18 Novembre 2014



L’istituto di credito è tenuto a risarcire i correntisti per il mancato pagamento di stipendi e pensioni, con tutti i danni che dal ritardo possono derivare.

L’ormai famigerato decreto legge Salva Italia del Governo Monti [1] ha imposto l’obbligo di accreditare, su un conto corrente, tutte le pensioni di importo superiore a mille euro (peraltro, così, abolendo di fatto il limite del pignoramento di “un quinto” per pensioni e stipendi, divenendo questi aggredibili al 100%. A riguardo leggi “Abolito di fatto il pignoramento del quinto della pensione”). In pratica, la legge obbliga a tenere in banca o in posta la pensione o (per le norme sulla tracciabilità dei pagamenti) lo stipendio al momento del versamento da parte dell’Inps o del datore di lavoro.

Un problema assai ricorrente, in questi casi, è che, da quasi un anno ormai le banche non rendono disponibili gli emolumenti il giorno indicato per la riscossione adducendo varie scuse (a volte la colpa viene addossata alla banca d’Italia, o al Tesoro, o al sistema bancario europeo ecc.). E qui interviene il consueto gioco italiano dello scaricabarile.

Il Tesoro sostiene di trasmettere, in tempo utile, i mandati di pagamento e, probabilmente, le banche sembrano approfittare di questo stato di cose per ritardare gli incassi. Risultato: un lauto lucro sugli interessi.

Ma qual è l’effetto pratico? I pensionati non hanno più la disponibilità della pensione nel giorno in cui, in passato, potevano invece riscuoterla tranquillamente alle poste. A volte, i ritardi sono anche di 4 o 5 giorni. Con la conseguenza che un anziano che vada a fare la spesa al supermercato e paghi con un bancomat o una qualsiasi altra carta di debito si vedrà rifiutato l’addebito per insufficienza di fondi. E, di questi tempi in cui la pensione riesce a mala pena a coprire i consumi di una mensilità (quando va bene), il problema non è da poco.

Ma si pensi anche al caso di un assegno mandato in pagamento e poi protestato per un solo giorno di ritardo in cui la somma non è stata “trovata” sul conto [2].

Ovviamente lo stesso problema si pone per i dipendenti pubblici.

Sulla questione occorre ricordare che il Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato [3] ha diramato, alle Amministrazioni dello Stato e all’Inpdap, le istruzioni in materia di pagamento di stipendi e pensioni [4].

Con la precedente normativa, i titoli di spesa emessi dall’amministrazione statale per l’accreditamento sul conto corrente bancario o postale del beneficiario venivano estinti con tre giorni in anticipo rispetto alla data dell’effettivo accreditamento. Questo comportava, da parte delle banche, di ricevere mensilmente, tre giorni prima del pagamento delle competenze nei confronti dei beneficiari, i fondi relativi ai ratei di stipendio o di pensione.

Le nuove disposizioni, invece, stabiliscono dei “tempi certi e univoci” per il predetto trasferimento di risorse tra l’istituto di credito dell’ordinante e quello del beneficiario e, quindi, per il successivo accredito al beneficiario stesso, eliminando i tre giorni di valuta anticipati. Più precisamente, la circolare dispone che “la data di valuta per l’accredito di somme sul conto del beneficiario di un pagamento non possa essere successiva alla giornata operativa in cui l’importo dell’operazione è accreditato sul conto del prestatore di servizi di pagamento del beneficiario, cioè dell’istituto di credito di cui il soggetto beneficiario si avvale. Parimenti, la disponibilità delle risorse per il beneficiario è contestuale all’accredito delle stesse sul conto acceso presso il medesimo istituto di credito”.

Nella citata circolare si stabilisce poi che le amministrazioni obbligate al pagamento di stipendi e pensioni, devono tenere debitamente conto dei termini previsti per l’accreditamento delle partite stipendiali e pensionistiche e dei tempi di esecuzione delle relative disposizioni di pagamento.

Queste nuove modalità dovrebbero consentire, infine, nei pagamenti effettuati tramite la Banca d’Italia l’estinzione del titolo di spesa nello stesso giorno stabilito per l’accreditamento e non più, pertanto, con tre giorni di anticipo.

La banca del beneficiario, perciò, dovrebbe riconoscere la disponibilità della somma e la valuta nella stessa giornata in cui ha ricevuto i fondi dalla tesoreria statale. Insomma, non ci dovrebbero essere ritardi nella possibilità, per pensionati e lavoratori, di prelevare soldi dal proprio conto o di utilizzare gli strumenti bancomat.

Ma, come si diceva in apertura, spesso non avviene così. E le lamentele, nonché i disagi sono ormai all’ordine del giorno.

Le banche sono responsabili di ciò? Certamente! La Cassazione [5] ha infatti stabilito che l’Istituto di credito deve adempiere tutte le obbligazioni assunte nei confronti dei propri clienti con la diligenza particolarmente qualificata dell’accorto banchiere, non solo con riguardo all’attività di esecuzione di contratti bancari in senso stretto, ma anche in relazione ad ogni tipo di atto o di operazione oggettivamente esplicati [6]. Insomma, la banca ha l’obbligo di rendere immediatamente disponibili le somme accreditate in favore del correntista, senza ritardi o altre futili giustificazioni. Di ogni eventuale danno che da ciò ne dovesse derivare – fosse anche la brutta figura, davanti alla file di un supermercato, per un consumatore che si veda dichiarare “inutilizzabile” la propria carta, dovendo così rinunciare a tutto il carrello della spesa – ne dovrà rispondere solo l’intermediario finanziari.

Per cui nel caso di disservizi, i clienti (pensionati e dipendenti) potranno proporre reclamo contro banca, la quale dovrà fornire risposta entro il termine di 30 giorni. Qualora la banca non dovesse rispondere o il cliente non fosse soddisfatto della risposta, potrà sempre ripresentare la sua domanda all’Arbitro bancario finanziario.

note

[1] DL n. 214/2012.

[2] Parliamo, ovviamente, del secondo tentativo o cosiddetto “insoluto a prima presentazione”.

[3] Circolare n. 9 del 23 febbraio 2010, protocollo 014231.

[4] In attuazione del Dlgs 11/2010 (in vigore dal 1° marzo 2010, che ha introdotto disposizioni che hanno recepito la Direttiva 2007/64/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 13 novembre 2007, relative ai servizi di pagamento nel mercato interno).

[5] Cass. sent. n. 13777/2007.

[6] Ai sensi dell’art. 1176 cod. civ. co. 2.

Autore immagine: 123rf com


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