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Eutanasia e suicidio assistito: differenza

5 Gennaio 2023 | Autore:
Eutanasia e suicidio assistito: differenza

Eutanasia attiva e passiva: qual è la differenza? In quali casi si rischia di incorrere nel reato di omicidio del consenziente o di istigazione al suicidio?

Il tema dell’eutanasia in Italia è molto sentito per via del fatto che, nonostante le tante richieste provenienti da più parti, ancora oggi non c’è una legge che regolamenta il fenomeno. La conseguenza è che sussiste un vuoto normativo colmato solo in parte dalla giurisprudenza. Con questo articolo ci occuperemo di una particolare questione: vedremo cioè qual è la differenza tra eutanasia e suicidio assistito.

Sin da subito possiamo dire che sia per l’eutanasia che per il suicidio assistito la legge non prevede nulla. La Corte Costituzionale, però, con una sentenza di qualche anno fa ha ritenuto legittima quest’ultima pratica, purché ricorrano determinate circostanze. L’eutanasia (attiva), invece, resta un reato, anche piuttosto grave se si considerano gli anni di reclusione previsti per chi aiuta una persona a uccidersi. Se l’argomento ti interessa e vuoi saperne di più, prosegui nella lettura: vedremo insieme qual è la differenza tra eutanasia e suicidio assistito.

Cos’è l’eutanasia?

Con il termine “eutanasia” si intende la condotta volta a procurare la morte a una persona che chiede di essere uccisa e che non può togliersi la vita con le proprie mani non essendone in grado. È il classico caso della persona tetraplegica, costretta a vivere immobile a letto.

L’eutanasia è quindi l’uccisione di un soggetto consenziente in grado di esprimere la volontà di morire.

Eutanasia attiva e passiva: differenza

Si è soliti distinguere l’eutanasia in due forme diverse:

  • l’eutanasia attiva è quella che consiste nel provocare direttamente la morte del paziente. In pratica, è il medico a somministrare un farmaco, di solito attraverso un’iniezione endovenosa;
  • l’eutanasia passiva consiste nella sospensione delle cure, per cui il paziente in grado di intendere e di volere può rifiutare tutti i trattamenti (compresi alimentazione e idratazione) che servono a tenerlo in vita.

È chiaro che l’eutanasia passiva è possibile solo per malati terminali o tenuti in vita con l’aiuto di macchine e farmaci. Non è possibile, invece, per persone che decidano di porre fine alla propria vita perché ritengono intollerabile il livello della propria sofferenza.

Eutanasia: è legale in Italia?

L’eutanasia attiva è illegale; chi dovesse aiutare una persona a morire potrebbe rispondere di due reati diversi:

  • omicidio del consenziente [1], se il responsabile uccide materialmente la vittima, col consenso di quest’ultima. Si prenda il caso di chi faccia un’iniezione letale al malato terminale che chiede di morire. La pena prevista è la reclusione da sei a quindici anni;
  • istigazione o aiuto al suicidio [2], se il responsabile si è limitato a convincere il malato a togliersi la vita, oppure ha agevolato il suicidio, ad esempio accompagnandolo in una clinica all’estero in cui l’eutanasia è ammessa. La pena è la reclusione da cinque a dodici anni.

È invece legale la cosiddetta “eutanasia passiva”, visto che la legge [3] stabilisce che «nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato della persona interessata».

Suicidio assistito: cos’è?

Si definisce “suicidio assistito” la pratica che consiste nel mettere a disposizione del malato quanto serve affinché questo possa togliersi la vita. È il caso del medico che prepara il farmaco letale il quale deve solo essere assunto dal paziente.

Secondo la Corte Costituzionale [4], il suicidio assistito è legale se la persona che lo richiede:

  1. soffre di una patologia irreversibile;
  2. patisce una grave sofferenza fisica e psichica (almeno come tale avvertita dal paziente);
  3. ha la piena capacità di prendere decisioni libere e consapevoli;
  4. è dipendente da trattamenti di sostegno vitale.

Al ricorrere di queste circostanze, è possibile aiutare una persona a morire senza che si integri il reato di istigazione o aiuto al suicidio.

La Consulta specifica però che la morte non può essere indotta in qualsiasi modo, ma solo tramite tecniche e procedure approvate dalla sanità pubblica (ad esempio, somministrazione di uno specifico farmaco che spegne le funzioni vitali).

Eutanasia e suicidio assistito: qual è la differenza?

Qual è la differenza tra eutanasia e suicidio assistito? È presto detto:

  • l’eutanasia consiste nel procurare direttamente la morte di una persona che desidera morire. In pratica, c’è bisogno di qualcuno che ponga fine alla sua vita, ad esempio con un’iniezione, un farmaco oppure staccando il respiratore;
  • il suicidio assistito, invece, consiste nel mettere il malato nelle condizioni di potersi uccidere, il quale deve compiere autonomamente l’ultimo gesto che lo priverà della vita. È l’ipotesi del medico che prepara il medicinale che poi verrà assunto in modo autonomo dal malato.

Insomma: nel caso di suicidio assistito il malato assume spontaneamente il farmaco letale, mentre nell’eutanasia deve esserci qualcuno che glielo somministra.

La differenza può sembrare irrilevante dl punto di vista del risultato finale; in realtà, però, come detto sopra, si tratta di una difformità fondamentale, considerato che l’eutanasia è reato mentre il suicidio assistito non lo è più grazie all’intervento della Corte Costituzionale.

Un discorso a parte merita l’eutanasia passiva, ormai ritenuta legale in quanto consiste solamente nella sospensione delle cure su richiesta del malato stesso.


note

[1] Art. 579 cod. pen.

[2] Art. 580 cod. pen.

[3] Art. 1, legge n. 219/2017.

[4] Corte Cost., sent. n. 242/2019 «dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 580 del codice penale, nella parte in cui non esclude la punibilità di chi, con le modalità previste dagli artt. 1 e 2 della legge 22 dicembre 2017, n. 219 (Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento) – ovvero, quanto ai fatti anteriori alla pubblicazione della presente sentenza nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica, con modalità equivalenti nei sensi di cui in motivazione –, agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, sempre che tali condizioni e le modalità di esecuzione siano state verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente».

Autore immagine: Unsplash.com


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