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Rumori fuori dal locale notturno: chi ne risponde?

10 Settembre 2022 | Autore:
Rumori fuori dal locale notturno: chi ne risponde?

Chi può essere chiamato in sede penale se chi abita sopra il bar o la pizzeria denuncia il fatto di non poter dormire? Cosa può fare il gestore?

Si trova sempre qualcuno fuori dai locali pubblici a cui non è ben chiaro questo concetto: il diritto di divertirsi finisce dove comincia il diritto degli altri di riposare. Di solito, succede sempre così: si parte con una normale conversazione dai toni pacati, si ride per qualche battuta, poi c’è chi alza la voce per farsi sentire meglio, un altro la alza ancora di più, e si finisce che parole e risate risuonano in tutto il quartiere. Alla faccia di chi sta tentando di chiudere un occhio nelle case sopra e accanto al bar perché non sta bene, perché la mattina dopo si deve alzare presto per andare al lavoro o perché ha lavorato troppo ed è stanco morto. Gli appelli dalla finestra ad abbassare la voce sono inutili. Prima o poi, parte la telefonata. Al titolare del bar, per chiedergli di richiamare all’ordine i clienti. E quando questi risponde che non è mica colpa sua, agli agenti di polizia. Alla fine, dei rumori fuori dal locale notturno, chi ne risponde?

Di episodi simili in passato ce ne sono stati tanti quante sono le numerose sentenze che i tribunali continuano a sfornare dopo le denunce dei vicini, stanchi di non riuscire a dormire e di non essere nemmeno ascoltati da chi vuole fare baraonda, anzi stanchi pure di sentirsi dare dei rompiscatole solo perché rivendicano il loro sacrosanto diritto di riposare.

L’ultima sentenza è quella con cui la Cassazione ha ricordato, ancora una volta, chi risponde dei rumori fuori dal locale notturno. Vediamo.

Rumori fuori dai locali: di chi è la colpa?

La Cassazione [1] è tornata su questo annoso problema, cioè su chi risponde dei rumori fuori dal locale notturno. Confermando orientamenti precedenti, la Suprema Corte ha ricordato – nella sentenza che si può leggere in fondo a questo articolo – che risponde del reato di disturbo delle occupazioni e del riposo delle persone il gestore di un pubblico esercizio che non impedisca i continui schiamazzi provocati dagli avventori in sosta davanti al locale anche nelle ore notturne.

In altre parole: se il titolare del bar, del pub o della pizzeria non si fa valere con i clienti e non li convince a parlare e a ridere più piano per non disturbare i vicini, sarà lui a rispondere in sede penale.

Ma di quale reato stiamo parlando? Il reato di disturbo delle occupazioni e del riposo delle persone [2] scatta quando qualcuno disturba il riposo o la tranquillità degli altri «mediante schiamazzi o rumori, ovvero abusando di strumenti sonori o di segnalazioni acustiche ovvero suscitando o non impedendo strepiti di animali». Quindi, parole e risate ad alta voce, certamente, ma anche clacson delle auto, accelerate di motorini truccati, trombe da stadio usate durante i caroselli per celebrare la vittoria di una squadra e via infastidendo.

Il reato – procedibile d’ufficio, cioè dietro una semplice segnalazione – viene punito con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a 309 euro. Buona parte dell’incasso di una serata, insomma.

D’altronde, era stata sempre la Suprema Corte a stabilire in passato che risponde di questo reato il gestore del locale [3], il quale deve mettere in preventivo l’obbligo di consentire ai suoi clienti il divertimento senza creare fastidio a chi vuole godersi una serata in assoluta calma o a chi tenta di dormire contando pecorelle anziché ascoltando le conversazioni degli altri.

Più ardito l’orientamento del tribunale di Brescia che, con una decisione piuttosto clamorosa [4], puntò il dito qualche anno fa contro il Comune in cui si trova il locale rumoroso. I magistrati lombardi, infatti, ritennero che l’Amministrazione comunale potesse essere chiamata in causa in caso di schiamazzi perché è la sola ad avere il potere di prevenire e reprimere i rumori notturni dei giovani che transitano o sostano sui marciapiedi o attorno ai locali. Come mai? Perché il Comune è il proprietario del suolo pubblico. Quindi, è lui che deve richiamare all’ordine chi si comporta in modo sbagliato nella «sua» proprietà.

Tant’è che, sempre secondo il tribunale bresciano, il Comune dovrebbe pagare ai residenti il risarcimento sia del danno non patrimoniale per il mancato riposo, sia quello patrimoniale per eventuali spese sostenute dai vicini allo scopo di isolare acusticamente il loro appartamento.

Rumori fuori dai locali: cosa può fare il gestore?

Quando in un locale pubblico capita una compagnia di gente scalmanata, la prima cosa utile (se si è credenti) è farsi il segno della Croce. Altrimenti, fare un bel respiro e sperare che la serata proceda senza danni.

Dopodiché, e visto che rischia di rispondere in sede penale se le cose si mettono male, dovrà comunque cercare di tenere sotto controllo la clientela ricordando di non fare troppo chiasso. Cosa che, con qualche birra di troppo, potrebbe risultare complicato.

Male che vada, in caso di contestazioni o di segnalazioni, dovrà verificare se i rumori contestati sono arrivati davvero dai suoi clienti o da persone che transitavano davanti ma non si sono nemmeno fermate per un caffè. Nel primo caso, dovrebbe dimostrare di aver cercato di impedire in ogni modo gli schiamazzi, anche con cartelli o con continui richiami verbali (le testimonianze sarebbero indispensabili). Altrimenti, dovrebbe augurarsi che il Comune abbia installato un sistema di telecamere nei pressi del suo locale per provare che chi ha fatto confusione era di passaggio e che, quindi, lui non ha avuto alcuna responsabilità.


note

[1] Cass. sent. N. 33096 del 17.05.2022 depositata l’08.09.2022.

[2] Art. 659 cod. pen.

[3] Cass. sent. n. 48122/2008.

[4] Trib. Brescia sent. n. 2621/2017

Autore immagine: canva.com/

Cass. pen., sez. III, 17 maggio 2022 (dep. 8 settembre 2022), n. 33096

Presidente Sarno – Relatore Socci

Ritenuto in fatto

  1. Con sentenza del 14 maggio 2021 il Tribunale di Lagonegro ha condannato C.V. alla pena di Euro 250,00 di ammenda, relativamente al reato di cui agli art. 81 e 659 del c.p. perché nella qualità dell’esercizio pubblico denominato “(omissis) ” (…) esercente l’attività di somministrazione di alimenti e bevande in ore notturne, in più occasioni, anche oltre l’orario di chiusura del locale, disturbava il riposo di R.F.S., abitante in un appartamento vicino al predetto esercizio; commesso dal 9 agosto 2015 e fino al 21 agosto 2018.
  1. Ricorre in cassazione l’imputato, deducendo i motivi di seguito enunciati, nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall’art. 173 c.p.p., comma 1, disp. att.
  1. 1. Violazione di legge (art. 659 c.p.). il rumore deve essere idoneo a cagionare disturbo a un numero indeterminato di persone e non ad una sola persona (come nel caso in giudizio). Solo la parte civile ha lamentato rumori intollerabili, che sono stati esclusi, invece, dai testi M.R.D., M.llo F. R.A.L.S. e G.C.. Anche se non risulta richiesta la prova concreta del disturbo a più persone deve, comunque accertarsi l’astratta idoneità del disturbo a più persone. Nel caso in giudizio sussiste la prova (in relazione alle testimonianze suddette) dell’inidoneità dei rumori a creare disturbo a più persone.
  1. 2. Violazione di legge (art. 521 c.p.p.). Il Tribunale ha condannato l’imputato per un fatto diverso da quello contestato nell’imputazione. La condanna è intervenuta per l’organizzazione di eventi musicali con l’utilizzo di apparecchiature musicali e per non aver impedito gli schiamazzi agli avventori del locale nelle vicinanze dello stesso. Il fatto commissivo dell’organizzazione degli eventi musicali non risulta mai contestato, anche nella modifica dell’imputazione, che si è limitata a indicare una data diversa del commesso reato.
  1. 3. Violazione di legge (art. 40 e 659 c.p.). Il Tribunale individua una condotta omissiva, ovvero il mancato impedimento agli schiamazzi compiuti dagli avventori fuori dal locale. Al titolare di un’attività commerciale non può addebitarsi nessun obbligo di vigilanza degli spazi esterni al locale. Il dovere di vigilanza compete esclusivamente all’ente pubblico proprietario dell’area. Il titolare dell’attività commerciale non ha nessun potere di coercizione sugli avventori, che si trovano fuori dal suo locale.
  1. 4. Mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione. Tutte le circostanze presupposto della condanna non hanno trovato un riscontro probatorio. Non risultano provate la consegna di oggetti di tipo musicale agli avventori, l’ingaggio di gruppi musicali e, inoltre, non è stata accertata la morfologia dei luoghi e l’età media dei residenti vicino al Bar del ricorrente. I testi che hanno confermato i rumori (come riferiti dalla parte civile) avevano percepito gli stessi dall’abitazione della parte offesa. Anche l’aver ritenuto la sussistenza di molteplici occasioni di superamento della soglia dei rumori non risulta accertato nell’istruttoria dibattimentale; infatti, la stessa parte civile ha riferito solo di sei episodi (in media due all’anno) dal 2015 al 2018.
  1. 5. Violazione di legge (art. 530 c.p.p.). Il contrasto tra le prove testimoniali esclude l’accertamento dell’elemento oggettivo del reato di cui all’art. 659 c.p. al di là di ogni ragionevole dubbio. La diffusività del rumore deve essere idonea a cagionare disturbo a più persone, tale prova manca nel caso in giudizio.
  1. 6. Violazione di legge e omessa motivazione relativamente alla particolare tenuità del fatto (art. 131 bis c.p.).

la sentenza ha dato atto di una non particolare gravità dei fatti, irrogando la solo pena pecuniaria, in misura contenuta.

Non può neanche ritenersi una condotta abituale quella del ricorrente, in quanto nell’arco dei tre anni solo per sei volte sarebbe stata superata la normale tollerabilità.

In presenza di un’espressa richiesta dell’applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, il Tribunale avrebbe dovuto motivare il diniego, invece ha omesso qualsiasi motivazione.

Ha chiesto pertanto l’annullamento della decisione impugnata.

  1. 7. La Procura Generale, Sostituto Procuratore Generale Ciro Angelillis ha depositato conclusioni scritte per il rigetto del ricorso.
  1. 8. L’imputato ha replicato con memoria nella quale riafferma la fondatezza del ricorso e ne chiede l’accoglimento.

Considerato in diritto

  1. Il ricorso è infondato e deve rigettarsi con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Nessuna violazione dell’art. 521 c.p.p. risulta nel caso in giudizio. Deve ribadirsi a proposito la giurisprudenza di questa Corte di Cassazione che esclude la violazione dell’art. 521 c.p.p. quando la contestazione è conosciuta dall’imputato (che si è difeso) in quanto emersa nel corso del processo e dalla motivazione della sentenza, a prescindere dal (Ndr: testo originale non comprensibile) imputazione riportata nell’epigrafe della sentenza: “L’accertamento nel corso del processo di una diversa forma di estrinsecazione della condotta concorsuale che integri la medesima figura di reato contestata non determina alcuna violazione nè del contraddittorio, nè del principio di correlazione tra accusa e sentenza, quando l’enunciazione dei fatti e delle circostanze ascritte all’imputato sia desumibile dal complessivo contenuto della motivazione della sentenza e dalla contestazione – riferibile al capo di imputazione in senso stretto e a tutti gli atti conosciuti e conoscibili dall’imputato purché l’imputato sia stato messo nelle condizioni di conoscere l’accusa e di esercitare le proprie difese, ed il fatto accertato sia omogeneo rispetto a quello contestato, ovvero ne costituisca uno sviluppo prevedibile” (Sez. 2, Sentenza n. 6560 del 08/10/2020 Ud. -dep. 19/02/2021 – Rv. 280654 – 01).

Infatti, nessuna lesione del diritto di difesa si è verificata nel caso in giudizio; inoltre, nello stesso ricorso in cassazione non si rappresenta la concreta violazione dei diritti di difesa (“La violazione del principio di correlazione tra l’accusa e l’accertamento contenuto in sentenza si verifica solo quando il fatto accertato si trovi, rispetto a quello contestato, in rapporto di eterogeneità o di incompatibilità sostanziale tale da recare un reale pregiudizio dei diritti della difesa” Sez. 4, Sentenza n. 4497 del 16/12/2015 Ud., dep. 03/02/2016, Rv. 265946 – 01).

  1. Anche sull’elemento oggettivo del reato la sentenza risulta adeguatamente motivata, senza contraddizioni o manifeste illogicità. Il Tribunale evidenzia la natura dei rumori idonei a disturbare un numero indeterminato di persone. La sentenza analizza, con valutazioni di merito insindacabili in sede di legittimità, anche le testimonianze che hanno escluso il disturbo alle persone, evidenziando come gli stessi hanno riferito di episodi diversi da quelli in cui si sarebbero verificate le immissioni (o per orario diverso o per giornate in cui non si svolgevano eventi musicali); per il teste D. la sentenza rileva il suo interesse essendo la proprietaria del locale dove si è svolta l’attività di cui all’imputazione.
  1. La sentenza impugnata, poi, con motivazione adeguata, immune da contraddizioni e da manifeste illogicità ha ritenuto il ricorrente responsabile anche per gli schiamazzi degli avventori fuori dal locale, perché della contravvenzione risponde il titolare dell’esercizio commerciale che non impedisce i rumori molesti.

Infatti, per la giurisprudenza di questa Corte di Cassazione il titolare di un’attività risponde per non aver impedito gli schiamazzi (Sez. 3 -, Sentenza n. 14750 del 22/01/2020 Cc., dep. 13/05/2020, Rv. 279381; Sez. F, n. 34283 del 28/07/2015 – dep. 06/08/2015, Gallo, Rv. 26450101; e nello stesso senso, Sez. 1, n. 48122 del 03/12/2008 – dep. 24/12/2008, Baruffaldi, Rv. 24280801: “Risponde del reato di disturbo delle occupazioni e del riposo delle persone il gestore di un pubblico esercizio (nella specie, una pizzeria) che non impedisca i continui schiamazzi provocati degli avventori in sosta davanti al locale anche nelle ore notturne – La Corte ha precisato che la qualità di titolare della gestione dell’esercizio pubblico comporta l’assunzione dell’obbligo giuridico di controllare, con possibile ricorso ai vari mezzi offerti dall’ordinamento come l’attuazione dello “ius excludendi” e il ricorso all’autorità, che la frequenza del locale da parte degli utenti non sfoci in condotte contrastanti con le norme poste a tutela dell’ordine e della tranquillità pubblica -“).

  1. Anche relativamente alla particolare tenuità del fatto deve ritenersi un’esclusione implicita non avendo il giudice irrogato la pena nei minimo edittale. Deve confermarsi sul punto la giurisprudenza di questa Corte di Cassazione che in tema di particolare tenuità del fatto, ritiene come la motivazione dell’esclusione può risultare anche implicitamente dall’argomentazione con la quale il giudice abbia considerato gli indici di gravità oggettiva del reato e il grado di colpevolezza dell’imputato, alla stregua dell’art. 133 c.p., nell’irrogazione di una pena superiore al minimo edittale (Sez. 5 -, Sentenza n. 15658 del 14/12/2018 Ud., dep. 09/04/2019, Rv. 275635 – 02; vedi anche Sez. 6, Sentenza n. 44417 del 22/10/2015 Ud., dep. 03/11/2015, Rv. 265065).

Inoltre, deve rilevarsi che l’imputato non ha fatto specifica richiesta al Tribunale di applicazione dell’art. 131 bis c.p. limitandosi all’udienza del 14 maggio 2021 a richiedere: “assoluzione con formula piena perché il fatto non sussiste o non costituisce reato”.

  1. Segue la condanna alle spese del grado sostenute dalla parte civile costituita.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Condanna, inoltre, l’imputato alla rifusione delle spese di rappresentanza e difesa sostenute nel presente giudizio dalla parte civile R.F.S. che liquida in complessivi Euro tremilacinquecento, oltre accessori di legge.


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