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Editoriali La Tasi di Renzi è più cara dell’Imu di Monti

Editoriali Pubblicato il 24 novembre 2014

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> Editoriali Pubblicato il 24 novembre 2014

Livelli record della tassazione sugli immobili, tre volte più cara rispetto all’Ici.

 

I sospetti si sono rivelati fondati: la Tasi, la nuova imposta sui servizi locali indivisibili, è più pesante dell’Imu 2012: e ciò avviene quasi in tutto il territorio nazionale (i dati parlano di 71 capoluoghi su 100).

È giunto il momento dei conti: al photofinish della pubblicazione delle aliquote definitive Tasi (necessarie per pagare il saldo del 16 dicembre), il risultato è evidente: la pressione fiscale sul mattone è aumentata per il terzo anno di fila, arrivando quasi a triplicare gli importi rispetto all’Ici. In sette capoluoghi su dieci la Tasi sulla “prima casa tipo” è più cara dell’Imu 2012. Così, secondo gli osservatori, gli italiani, pur di non pagare le imposte sull’abitazione, la vendono o la regalano ai parenti stretti.

Il paradosso è che ad essere maggiormente penalizzate sono le abitazioni di valore medio-basso che, se con la precedente tassazione, usufruivano delle detrazioni, con la Tasi non godono più di questo beneficio. Risultato: milioni di case che prima non venivano tassate ai fini Imu, lo sono oggi ai fini Tasi. Al contrario, le abitazioni più “pregiate” secondo il Catasto ottengono sconti consistenti. La casa-tipo che, nel 2012, non ha pagato l’Imu grazie alle detrazioni fisse, oggi viene chiamata a pagare la Tasi. Rispetto poi all’ICI, il conto è aumentato addirittura fino a tre volte.

Esempi allarmanti

Ad esempio, su un negozio di valore medio di Milano, il conto di Imu e Tasi arriverà a 1.069 euro per tutto il 2014, contro i 290 pagati nel 2011 (+269%). Su una casa affittata a canone libero a Roma si arriva a 2.012 euro rispetto ai 772 versati ai tempi dell’Ici (+161%).

Paolo Conti, direttore del Caf Acli, dichiara al Sole 24 Ore: “C’è la diffusa percezione che la Tasi abbia comportato solo un cambio di denominazione, ma non di sostanza. Di fatto, l’unica vera distinzione riguarda la deducibilità dei due tributi dal reddito d’impresa, che è totale per la Tasi e limitata al 20% per l’Imu”.

 

Il futuro non promette miglioramenti

Nel frattempo, con l’insediamento delle nuove Commissioni Censuarie, l’Agenzia del territorio sta per avviare il riclassamento degli immobili: aumenteranno le rendite e, come è quasi scontato che sia, anche la tassazione in via indiretta (leggi “Case: nuove rendite. Cambia il catasto”). Insomma, se non può aumentare più di così l’aliquota, che si aumenti il valore della base imponibile. E così quello che è stato da sempre il volano della nostra economia – il settore immobiliare – viene ingessato completamente, fino a inibire completamente il nostro mercato principale.

Per attrezzarsi e minimizzare le imposte, alcuni italiani arrivano ad accatastare gli edifici diroccati come unità “collabenti” (F/2): una categoria senza rendita catastale, che in qualche caso permette di azzerare il conto di Imu e Tasi. Non sempre, però, perché molti Comuni – quando l’edificio è ridotto a un rudere – chiedono comunque di pagare l’imposta sull’area edificabile. Sta di fatto che, secondo le Entrate, tra il 2012 e il 2013 le unità accatastate come «collabenti» sono aumentate del 12,4%, da 373mila a 420 mila.

Per ridurre l’impatto del Fisco, l’ultima chance è quella di intestare al figlio la casa che gli era stata prestata anni fa e facendola diventare “abitazione principale” a tutti gli effetti.

In alcuni casi si provvede alla separazione dei coniugi che possiedono più abitazioni nello stesso Comune: una soluzione illegale che manifesta il fine elusivo di aggirare il pagamento delle imposte.

note

Autore immagine: 123rf com


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