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Perseguitato sotto minaccia “mi suicido se non mi vuoi”: è stalking

24 Novembre 2014


Perseguitato sotto minaccia “mi suicido se non mi vuoi”: è stalking

> Diritto e Fisco Pubblicato il 24 Novembre 2014



Non rileva che la condotta vessatoria sia durata poco, bastano due condotte a integrare il reato: il gesto di tagliarsi le vene mette sotto pressione psicologica la parte offesa.

Se non mi vuoi mi ammazzo”: un gesto plateale, forse un’esagerazione, un bluff. Ma sufficiente a mettere sottopressione la vittima. Che, pertanto, in ipotesi di tale genere, potrà sporgere una querela per stalking.

Questo interessante e condivisibile principio è stato affermato, poche ore fa, dalla Cassazione [1]. Nel caso di specie, un uomo, per dissuadere l’ex amata dall’intento di lasciarlo, avrebbe attuato tre “presunti” tentativi di suicidio, per poi, attribuire a lei la responsabilità morale del gesto estremo.

Secondo la Corte, perché scatti la persecuzione punibile penalmente [2] non rileva che il gesto sia stato ripetuto poche volte. Lo stalking può essere infatti sanzionato anche in presenza di una condotta vessatoria durata per brevissimo tempo. Anche solo due episodi sono sufficienti: la norma infatti parla di “reiterazione” delle minacce o molestie, anche se consumatesi in un assai breve lasso di tempo.

Ciò che conta, piuttosto, non è il numero di condotte persecutorie, quanto il fatto di cagionare alla persona offesa un “perdurante e grave stato di ansia e di paura” tanto da arrivare a costringerla ad alterare le proprie abitudini di vita quotidiane. Insomma, rileva la valenza della condotta finalizzata a cagionare nella persona offesa uno stato di grave ansia. Stato che può senz’altro derivare dalla prospettazione della volontà di uccidersi, facendo in modo che la vittima assista a gesti di valenza autolesiva: come il gesto di impiccarsi, di tagliarsi le vene o di buttarsi dal balcone.

La persona offesa, infatti, viene a trovarsi profondamente turbata sul piano psicologico dalle assillanti condotte del reo.


note

[1] Cass. sent. n. 48690/14.

[2] Art. 612 bis cod. pen.

Autore immagine: 123rf com


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