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Il datore di lavoro può spiare i dipendenti su Facebook

24 novembre 2014


Il datore di lavoro può spiare i dipendenti su Facebook

> Diritto e Fisco Pubblicato il 24 novembre 2014



I dati dei dipendenti pubblicati online e reperiti sui social network possono essere utilizzati per licenziamenti o sanzioni disciplinari.

Se è ormai acclarato che, prima delle assunzioni, le aziende cercano informazioni di quanti si presentano ai colloqui di lavoro sui rispettivi profili socials, è altrettanto vero – e anche lecito – che tale attività di “spionaggio” continui ad avvenire anche nel corso del rapporto di lavoro. Insomma, il datore di lavoro può utilizzare i dati dei dipendenti reperiti sul profilo Facebook, LinkedIn e sugli altri social network anche grazie agli “amici in comune”, senza quindi inviare la richiesta di contatto diretta.

Lo ha detto sia il Garante della Privacy in una nota del 26 agosto 2010, sia diverse sentenze dei tribunali di primo grado.

Il precedente è ormai consolidato. Per esempio, il tribunale di Milano, con l’ordinanza del 1° agosto scorso, ha ritenuto legittimo licenziare il dipendente che ha postato su Facebook fotografie scattate durante l’orario di lavoro, accompagnate da post offensivi nei confronti dell’azienda.

Insomma, anche se non è previsto sul codice disciplinare, anche se il datore non ha preavvisato il dipendente, l’uso improprio dei social network può legittimare sanzioni disciplinari e licenziamenti.

Tranne ciò che avviene nelle chat private (equiparate in tutto e per tutto alla corrispondenza e, quindi, coperte dall’obbligo di segretezza), tutto ciò che l’utente scrive e commenta sul proprio profilo Facebook, anche se ristretto alla propria cerchia di amici, viene ormai considerato utilizzabile in giudizio contro di lui (così nelle cause di separazione o contro il datore di lavoro). A maggior ragione se il lavoratore effettua l’accesso durante l’orario di lavoro.

Secondo i giudici, nel momento in cui l’utente pubblica informazioni e foto sul proprio profilo accetta il rischio che possano essere portate a conoscenza di terze persone non rientranti nell’ambito delle sue “amicizie”: il che le rende utilizzabili anche in tribunale [1].

Commette invece trattamento illecito dei dati personali il datore di lavoro di un ente pubblico che raccoglie su internet dati sensibili, attinenti per esempio alla vita sessuale di un dipendente, per licenziarlo. Infatti i dati personali possono essere utilizzati solo in giudizio per tutelare un diritto. Oltre a ciò, ovviamente, si aggiunge la nullità del licenziamento per motivo discriminatorio.

note

[1] Cons. St. sent. n. 848 del 21.02.2014.

[2] Cass. sent. n. 16712 del 16.04.2014.

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2 Commenti

  1. Se le impostazioni della privacy fossero tali che solo i contatti possano leggere, il profilo potrebbe essere considerato privato alla stregua della posta elettronica anche se il datore di lavoro viene a scoprire in altre maniere cosa c’è scritto?

  2. “Secondo i giudici, nel momento in cui l’utente pubblica informazioni e foto sul proprio profilo accetta il rischio che possano essere portate a conoscenza di terze persone non rientranti nell’ambito delle sue “amicizie”: il che le rende utilizzabili anche in tribunale ” infatti c’è sempre il collega cui abbiamo dato l’amicizia, magari anche di fatto, che presto o tardi mostrerà i post del dipendente fanullone al datore di lavoro. Ma non è forse giusto?

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