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Aumento dei prezzi: come difendersi?

21 Settembre 2022
Aumento dei prezzi: come difendersi?

Inflazione e aumento dei prezzi: è possibile sciogliersi da un contratto già firmato, diventato troppo costoso?

Quando l’inflazione galoppa è facile trovarsi in difficoltà economiche, non solo perché il costo della vita è più caro, ma anche perché i prezzi delle prestazioni già concordate possono essere riviste in aumento. Succede, ad esempio, con i lavori di ristrutturazione in casa dove l’appaltatore ha la possibilità di chiedere (a norma dell’articolo 1664 del Codice civile) un aumento del corrispettivo fino al 10% nel caso in cui aumentino le materie prime. E succede anche con i contratti bancari o con la fornitura delle utenze domestiche. In questo secondo caso, però, l’utente è poco tutelato non potendo intervenire sul contenuto del contratto ma avendo solo la facoltà di scegliere se aderire o meno alle condizioni generali. E molto spesso la disdetta anticipata non è concessa perché nei contratti è previsto il pagamento di una penale onerosa in caso di recesso prima del termine. Di qui la domanda: dinanzi all’aumento dei prezzi, come difendersi? 

Poniamo il caso di un canone di affitto che, a causa dell’adeguamento all’Istat, abbia raggiunto un importo superiore alle possibilità economiche dell’inquilino. O ad un contratto con una società del gas che, per colpa dell’impennata dei prezzi dovuta alla guerra e alle conseguenti speculazioni, comporti bollette raddoppiate rispetto agli anni precedenti, a parità di consumi. O ad un compromesso per un immobile ancora in corso di costruzione che potrebbe portare il venditore, in caso di aumento dei prezzi di costruzione, a rivedere il prezzo del contratto di compravendita.  

Difendersi dal caro prezzi non è impossibile. La scappatoia è contenuta in una norma del Codice civile a cui poco spesso si ricorre, ma che di recente è stata rispolverata da una pronuncia del tribunale di Arezzo [1]. La decisione farà da apripista nei confronti delle numerose vertenze che, nei prossimi mesi, potrebbero finire dinanzi alle aule dei tribunali. Gli italiani infatti stanno affrontando tutti un nemico che avevano dimenticato: l’inflazione.

Vediamo innanzitutto cosa dice la legge.

La risoluzione del contratto per eccessiva onerosità sopravvenuta

Ai sensi dell’articolo 1467 del Codice civile, in tutti i contratti dove entrambe le parti devono eseguire una prestazione (ad esempio la compravendita, la prestazione di servizi, l’affitto, la fornitura di utenze domestiche e abbonamenti), se la prestazione di una delle parti diventa eccessivamente onerosa per il verificarsi di avvenimenti straordinari e imprevedibili, la parte che deve eseguire tale prestazione (ad esempio, il pagamento) può chiedere la cosiddetta risoluzione del contratto. Può cioè svincolarsi da ogni impegno, sicché il contratto viene di fatto cancellato. Se la controparte non acconsente a tale richiesta, la parte onerata della prestazione divenuta troppo onerosa può rivolgersi al giudice: sarà allora quest’ultimo a dichiarare definitivamente sciolto il contratto. 

La risoluzione del contratto per eccessiva onerosità sopravvenuta è una tutela dal caro prezzi.

Ma cosa si intende con «eccessiva onerosità»? Si tratta di un forte squilibrio tra il valore economico delle prestazioni tale da rendere l’adempimento della prestazione ancora dovuta sensibilmente iniquo per uno dei contraenti.

L’onerosità deve dipendere da avvenimenti straordinari, il cui verificarsi non poteva essere minimamente previsto dalle parti.  

Facciamo un esempio. Due persone concludono un contratto per la fornitura di prodotti ricavati dalla raffinazione del petrolio a un dato prezzo. Successivamente, scoppia una guerra che coinvolge i paesi produttori di petrolio. Di conseguenza, aumenta il prezzo del petrolio (della materia prima). L’evento straordinario (ossia la guerra), non prevedibile al momento della conclusione del contratto, rende eccessivamente oneroso per il fornitore continuare a somministrare dei prodotti per il prezzo originariamente pattuito.

Non costituisce eccessiva onerosità sopravvenuta, ad esempio l’aumento dei prezzi di mercato degli immobili o l’aumento dei costi nel settore edilizio, già in atto al momento della stipulazione del contratto preliminare di vendita.

Il giudice, se ritiene sussistente l’eccessiva onerosità, emette una sentenza di risoluzione del contratto.

La valutazione è rimessa in via esclusiva al giudice che deve confrontare la differenza tra il valore delle prestazioni al momento del loro sorgere e quello in cui devono eseguirsi.

La risoluzione del contratto dinanzi al giudice

Il caso deciso dal tribunale di Arezzo, con un’ordinanza del 22 giugno 2022, ha a che fare con l’aumento dei prezzi dell’energia e del gas. Il giudice ha consentito la risoluzione del contratto per via di un aumento del costo della luce superiore rispetto alle normali oscillazioni di mercato. 

In questo caso, quindi, l’utente può ricorrere in via d’urgenza al giudice affinché decreti la cessazione anticipata del contratto senza pagamento di penali. 

La pronuncia del tribunale di Arezzo ha affermato il seguente principio: «Va concessa la tutela cautelare ex art. 700 del codice di procedura civile relativamente alla richiesta di risoluzione del contratto per eccessiva onerosità sopravvenuta, laddove l’energia elettrica abbia raggiunto dei costi non prevedibili e superiori rispetto alle normali oscillazioni di mercato in ragione della crisi economica e finanziaria, alla quale si è aggiunto il conflitto bellico in atto in Europa; ciò tanto più quando la voce di costo relativa all’energia elettrica riveste una notevole incidenza nell’ambito dell’attività economica esercitata dalla società ricorrente».

Lo stesso principio potrebbe essere utilizzato anche con riferimento a numerosi altri contratti come, ad esempio, l’affitto di immobile a uso abitativo o commerciale ove, come noto, non è mai ammesso il recesso prima della scadenza del termine. 


note

[1] Trib. Arezzo, ordinanza del 22.06.2022.

Autore immagine: depositphotos.com


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