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Tutto ciò che un avvocato non può dirti

21 Settembre 2022
Tutto ciò che un avvocato non può dirti

Rapporti avvocato-cliente: quando il professionista viola la deontologia forense. 

Ci sono alcune parole che un avvocato non può mai dirti, pena un illecito disciplinare e la possibilità di essere sospeso dall’esercizio della professione. Lo sanno bene le numerose sentenze del Cnf che hanno sanzionato legali poco ligi alle regole deontologiche. Regole, invero, scritte in modo assai generico e quindi interpretabili con una certa elasticità a seconda del caso. In molte circostanze, però, si è trattato di veri e propri abusi da parte degli avvocati, realizzati grazie all’ignoranza del cliente e alla sua tacita accondiscendenza a quelle che ritiene “condizioni contrattuali” tipiche del mercato. Il fatto però che «così fan tutti» non significa giustificare le violazioni. Ecco allora tutto ciò che un avvocato non può dirti e dinanzi a cui puoi presentare un esposto al Consiglio dell’Ordine distrettuale.

Paghi solo in caso di vittoria

Un avvocato non può attrarre clienti con lo slogan pubblicitario «paghi solo in caso di vittoria» e poi chiedere comunque un rimborso delle spese vive. Questo comportamento è stato ritenuto dal Cnf contrario ai doveri di fornire al cliente un’informazione veritiera e non ingannevole [1]. 

Prima consulenza gratuita

In linea generale, l’avvocato può ben scrivere, su un sito Internet o su un biglietto da visita, «Prima consulenza gratuita». Ma ciò non deve essere finalizzato ad accaparrarsi il cliente. Spesso, infatti, succede che la consulenza è solo uno specchietto per le allodole: la scusa per attrarre l’assistito allo studio e farsi poi da questi conferire il mandato per la difesa processuale. Invece, l’avvocato ha l’obbligo di essere estremamente trasparente sulle possibilità di riuscita della causa. Non può cioè far apparire facile una vittoria che invece non lo è. L’avvocato deve quindi informare il cliente, prima di ricevere la procura, della difficoltà e dei rischi che il giudizio può comportare. 

Se vinciamo facciamo a metà

L’accordo con cui l’avvocato chiede un pagamento a percentuale (ad esempio, a metà delle somme riscosse) si chiama «patto di quota lite». Ma non sempre tale patto è consentito dalla legge. Affinché sia lecito, il patto di quota lite deve essere innanzitutto scritto. In secondo luogo, la percentuale concordata in anticipo va calcolata in base al valore astratto della controversia, indipendentemente da quanto poi, concretamente, si riuscirà ad ottenere dall’avversario.

Ad esempio, se una persona aspira ad ottenere un risarcimento di 20mila euro è consentito concordare, con l’avvocato, un onorario pari al 10% di 20mila euro; sarebbe invece illegittimo prevedere «il 10% di quanto si riesce a recuperare».

La percentuale da dare all’avvocato va quindi calcolata sull’aspettativa, sulla richiesta iniziale alla controparte e non già sul risultato concretamente conseguito. Diversamente – almeno così si ritiene – l’avvocato sarebbe spinto a svolgere il proprio mandato con una maggiore animosità ed il suo interessamento alle sorti della lite lo priverebbe di quella obiettività e serenità che si richiede nell’esplicazione del mandato.

Se non mi paghi non ti do i documenti

A fine mandato, sia che questo avvenga per cessazione dell’incarico, per revoca da parte del cliente o per rinuncia da parte del professionista, l’avvocato deve subito restituire al proprio cliente tutti i documenti che ha da questi ricevuto per l’espletamento del mandato. Non può subordinarli al previo pagamento della propria parcella. Un comportamento del genere costituirebbe un grave illecito disciplinare e potrebbe essere sanzionato anche penalmente.

Mi dai solo un rimborso spese e per il resto sei coperto dal gratuito patrocinio

L’avvocato, prima del conferimento del mandato, deve informare il cliente della possibilità di essere ammesso al gratuito patrocinio qualora il suo reddito glielo consenta. Una volta riconosciuto tale beneficio, l’avvocato non può chiedere alcun pagamento al proprio assistito, neanche a titolo di rimborso delle spese vive o per la benzina necessaria agli spostamenti. Un avvocato che chiede anche un solo euro al cliente ammesso al patrocinio a spese dello Stato commette una grave violazione dei propri obblighi.

Ecco chi sono i miei clienti

Un avvocato, al fine di farsi pubblicità, non può comunicare agli altri, anche tramite il proprio sito Internet, il nome dei propri clienti, neanche se si tratta di importanti aziende. Un comportamento del genere costituirebbe una violazione delle regole deontologiche.

Cosa fare se l’avvocato si comporta male?

Nel momento in cui l’avvocato viola uno dei predetti obblighi compie illecito disciplinare. Il cliente può quindi segnalarlo al Consiglio dell’Ordine Forense ove questi è iscritto (il più vicino tribunale) in modo che venga avviata la procedura sanzionatoria. La sanzione disciplinare però non garantisce al cliente un risarcimento del danno per il quale invece dovrà rivolgersi al tribunale ordinario civile con un’ apposita causa. Causa durante la quale dovrà dimostrare di aver subito un effettivo e concreto danno. 


note

[1] CNF, sentenza del 13 maggio 2022, n. 62


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