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Lavoratore positivo al test droga: può essere licenziato?

22 Settembre 2022
Lavoratore positivo al test droga: può essere licenziato?

Il dipendente che fa uso di marijuana ma decide di intraprendere un programma di disintossicazione ha diritto all’aspettativa non retribuita per tre anni. 

Si può licenziare un lavoratore risultato positivo al test della droga? La questione è stata di recente affrontata dalla Cassazione [1]. Secondo la Suprema Corte, il dipendente ha sì diritto alla conservazione del posto di lavoro ma a determinate condizioni. Cerchiamo di spiegare cosa prevede la legge in questi casi e quando si può rischiare il licenziamento. 

Licenziamento del lavoratore positivo ai test della droga

Il datore di lavoro può sottoporre il dipendente a visita medica per verificare che questi non faccia uso di sostanze stupefacenti.

In linea di massima, la giurisprudenza ritiene legittimo il licenziamento del dipendente che faccia uso di droga anche se ciò avviene in ambienti extralavorativi. Il punto è verificare però quanto l’assunzione delle sostanze psicotrope possa pregiudicare la prestazione lavorativa e l’immagine dell’azienda. 

Ad esempio, la Cassazione ha convalidato il licenziamento disciplinare per il consumo di droga ad opera di un conducente di autobus [2].

Se poi il quantitativo di droga è tale da far scattare l’incriminazione per spaccio, allora il licenziamento è ancora più scontato. In questi casi, la giurisprudenza ritiene legittima la risoluzione del rapporto di lavoro per condotte extralavorative costituenti reato se sono tali da far venir meno la fiducia nei confronti del dipendente. Non importa che si tratti di droga leggera, come la marijuana: il licenziamento per giusta causa può considerarsi legittimo se, valutata in concreto ogni circostanza, la mancanza del lavoratore sia di tale gravità da far ritenere che non possa più sussistere un puntuale adempimento di tutti gli obblighi derivanti dal contratto di lavoro.  

Positivo al test droga alla visita medica: che fare?

La legge consente al lavoratore, risultato positivo ai test della droga durante la visita medica, di salvare il proprio posto. In particolare, l’articolo 124 del D.P.R. n. 309/1990 stabilisce che il lavoratore assunto a tempo indeterminato, di cui viene accertato lo stato di tossicodipendenza, può conservare il proprio posto di lavoro se accede a programmi terapeutici e di riabilitazione presso i servizi sanitari delle unità sanitarie locali o di altre strutture terapeutico-riabilitative e socio-assistenziali. Egli quindi resta in aspettativa non retribuita per tutto il tempo del trattamento riabilitativo e, comunque, per un periodo non superiore a tre anni.

I contratti collettivi di lavoro e gli accordi di lavoro per il pubblico impiego possono determinare specifiche modalità per l’esercizio della facoltà di cui si è appena parlato. 

Anche i familiari di un tossicodipendente possono a loro volta essere posti, a domanda, in aspettativa non retribuita per concorrere al programma terapeutico e socio-riabilitativo del tossicodipendente qualora il servizio per le tossicodipendenze ne attesti la necessità.

Il datore di lavoro che, nel frattempo, deve fare a meno del lavoratore auto sospesosi per disintossicarsi, può sostituirlo con un altro lavoratore assunto a tempo determinato. Nell’ambito del pubblico impiego, i contratti a tempo determinato non possono avere una durata superiore ad un anno.

Quando non si può licenziare un dipendente positivo alla droga?

Poniamo che, in occasione di visita medica nell’ambito degli accertamenti sanitari, risulti che un dipendente fa uso di droga e che quindi assume sostanze stupefacenti o psicotrope. La positività al test dà inizio a una procedura che determina un giudizio di temporanea inidoneità alle mansioni.

Tuttavia, se il dipendente, prima dell’arrivo della sanzione disciplinare, accede a un programma di disintossicazione, non può più essere licenziato. 

Nel caso deciso dalla Suprema Corte, un lavoratore, dopo essere risultato positivo alla marijuana tramite test tossicologico, aveva chiesto, prima della contestazione disciplinare, di sottoporsi a un programma terapeutico presso una struttura pubblica, programma poi frequentato e concluso con esito positivo. Nelle more della procedura, l’azienda gli aveva inviato il licenziamento. Licenziamento ritenuto illegittimo dai giudici proprio perché questi aveva già avviato le cure per uscire fuori dal tunnel della droga. 

Infine, bisogna sottolineare che la legge non fa alcuna distinzione tra «assunzione abituale di sostanze stupefacenti o psicotrope» e «tossicodipendenza intesa quale patologia».

Dunque, il dipendente che, alla visita medica, risulti aver fatto uso di droghe, se vuol evitare di essere licenziato, farà bene a correre presso una clinica di disintossicazione e iniziare una terapia apposita. Per i tre anni successivi – sempre che il programma non termini prima – ha diritto alla conservazione del posto, senza retribuzione.  


note

[1] Cass. civ., sez. lav., ord., 8 agosto 2022, n. 24453

[2] Cass. sent. n. 12994/2017.

Cass. civ., sez. lav., ord., 8 agosto 2022, n. 24453

Presidente Esposito – Relatore Michelini

Rilevato in fatto che

1. la Corte d’Appello di Roma, con la sentenza impugnata, ha annullato il licenziamento intimato a P.W. in data 11/8/2015 e condannato (…) (…) s.p.a. in a.s.a reintegrarlo nel posto di lavoro, determinando l’indennità risarcitoria nella misura di 12 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, oltre accessori, e dichiarando sussistente il diritto del lavoratore al versamento della contribuzione come per legge;

2. il Tribunale di Civitavecchia nella fase sommaria era pervenuto ad analoga decisione, mentre il Tribunale della fase di opposizione aveva fatto applicazione della L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 5, dichiarando il rapporto di lavoro tra le parti risolto con effetto dalla data del licenziamento ed accertando il diritto dell’originario ricorrente ad un’indennità risarcitoria onnicomprensiva determinata in 15 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto ed a percepire l’indennità di mancato preavviso;

3. la Corte di Roma, accogliendo il reclamo principale del lavoratore e respingendo il reclamo incidentale della società, ha osservato in particolare che:

– con contestazione del 7/7/2015 al lavoratore era stato addebitato di essere risultato positivo in occasione di visita medica del 28/4/2015 nell’ambito degli accertamenti sanitari per assunzione di sostanze stupefacenti o psicotrope;

– il lavoratore era stato dichiarato dal medico competente inidoneo permanentemente alla mansione di Addetto rampa che svolgeva;

– prima della contestazione disciplinare, il 27/5/2015, il lavoratore aveva chiesto di fruire di periodo di aspettativa ai sensi del D.P.R. n. 309 del 1990, art. 124;

– la società era vincolata a seguire la procedura prevista dal Provvedimento 18/9/2008 della Conferenza permanente Stato – Regioni in materia di accertamenti sanitari di assenza di tossicodipendenza o di assunzione di sostanze stupefacenti o psicotrope in lavoratori addetti a mansioni che comportano particolari rischi per la sicurezza, l’incolumità e la salute di terzi;

– il D.P.R. n. 309 del 1990, art. 124, prevede il diritto alla conservazione del posto per i lavoratori di cui viene accertato lo stato di tossicodipendenza che intendano accedere a programmi di riabilitazione presso servizi pubblici;

– dal complesso di tali disposizioni si evince che la positività al test dà inizio a una procedura che determina un giudizio di temporanea inidoneità alle mansioni, risultando illegittimo il recesso del datore di lavoro nelle more delle procedure di verifica;

4. avverso tale sentenza la società in a.s. propone ricorso per cassazione, affidato a 5 motivi, cui resiste il lavoratore con controricorso e ricorso incidentale condizionato; la società propone controricorso al ricorso incidentale condizionato e memoria.

Considerato in diritto che

1. con il primo motivo di ricorso la società ricorrente deduce violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 309 del 1990, art. 124, (con riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 3), per avere la sentenza impugnata confuso lo stato di assuntore abituale di sostanze stupefacenti o psicotrope con quello di tossicodipendenza intesa quale patologia: solo dalla seconda condizione deriverebbe il diritto alla conservazione del posto previsto dalla norma, e ciò sarebbe confermato da giudizio di inidoneità permanente alla mansione di addetto rampa formulata dal medico competente;

2. il motivo non è fondato;

3. la norma in questione (D.P.R. n. 309 del 1990, art. 124) prevede che (comma 1): “I lavoratori di cui viene accertato lo stato di tossicodipendenza, i quali intendono accedere ai programmi terapeutici e di riabilitazione presso i servizi Data pubblicazione 08/08/2022 sanitari delle unità sanitarie locali o di altre strutture terapeutico-riabilitative e socio-assistenziali, se assunti a tempo indeterminato hanno diritto alla conservazione del posto di lavoro per il tempo in cui la sospensione delle prestazioni lavorative è dovuta all’esecuzione del trattamento riabilitativo e, comunque, per un periodo non superiore a tre anni”;

4. come esattamente osservato dalla Corte di merito, il test in ordine alla inidoneità permanente alle mansioni va svolto in esito alla procedura e non nel corso della stessa: nel caso in esame, dopo essere risultato positivo alla marijuana al test tossicologico e prima della contestazione disciplinare, il lavoratore aveva chiesto di sottoporsi a programma terapeutico presso le strutture pubbliche (poi frequentato e concluso con esito positivo); la Corte di merito ha verificato in fatto che il recesso di Alitalia è avvenuto nelle more della procedura, risultando perciò illegittimo per contrarietà agli obblighi di procedura stabiliti dal citato provvedimento della Conferenza Stato-Regioni, in base alla riportata sequenza degli atti (20/5/2015 – sospensione cautelativa dal lavoro; 27/5 – richiesta del lavoratore di fruire di aspettativa non retribuita; 10/6 – inizio di programma di osservazione stilato dalla ASL competente; 1/7 – comunicazione del competente servizio della ASL al medico competente del programma semestrale stabilito per il lavoratore, il tutto anteriormente alla contestazione disciplinare ed al licenziamento); non risultano dal testo della norma alcuna distinzione tra le nozioni di assuntore abituale di sostanze stupefacenti o psicotrope e quella di tossicodipendenza intesa quale patologia, nè criteri per elaborare tale distinzione come prospettata dalla difesa ricorrente;

5. con il secondo motivo viene dedotta violazione e falsa applicazione dell’art. 2119 c.c. in tema di licenziamento per giusta causa/giustificato motivo soggettivo in ragione della gravità del fatto (con riferimento all’art. 360, n. 3., c.p.c.): l’assunzione di sostanze stupefacenti è potenzialmente idonea ad incidere sulla fiducia del datore di lavoro nell’adeguatezza del lavoratore a svolgere le mansioni affidategli e le abitudini del dipendente nella vita privata possono raggiungere una portata tale da riverberare negativamente sulla azienda;

6. il motivo non è fondato perché non coglie nel segno della ratio decidendi della sentenza impugnata;

7. quanto affermato dalla società circa la rilevanza giuridica della condotta di assunzione di stupefacenti in relazione alla prosecuzione del rapporto di lavoro non è in contestazione; ma la legge assegna al lavoratore con problemi di dipendenza da sostanze stupefacenti un diritto alla conservazione del posto, a determinate condizioni (sottoporsi e portare a termine positivamente un percorso terapeutico – riabilitativo) ed in regime di aspettativa non retribuita;

8. l’irrogazione della sanzione disciplinare espulsiva in pendenza di tale procedura risulta sostanzialmente abrogativa di tale normativa e del sotteso bilanciamento di interessi operato dalla legge in materia;

9. con il terzo motivo parte ricorrente deduce violazione e falsa applicazione della L. n. 604 del 1966, art. 3, in tema di inadempimento degli obblighi contrattuali del prestatore di lavoro (con riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 3), per inutilizzabilità della prestazione lavorativa correlata alla sfera soggettiva professionale del lavoratore;

10. il motivo non è fondato, per le considerazioni svolte con riferimento ai motivi precedenti, ossia perché tale valutazione datoriale deve essere svolta nella fase di rientro, in caso di interruzione o esito negativo del trattamento, e non nel corso dello svolgimento dello stesso;

11. con il quarto motivo deduce omesso esame circa un fatto decisivo che è stato oggetto di discussione tra le parti (con riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 5), stante il giudizio di permanente inidoneità alla mansione di Addetto rampa formulata dal medico competente;

12. il motivo non è ammissibile, perché estraneo al perimetro del giudizio di legittimità, avendo i giudici di merito accertato, in base alla sequenza temporale degli atti rilevanti, il mancato rispetto della procedura per il controllo dei lavoratori con mansioni a rischio di cui al Provvedimento della Conferenza Stato – Regioni citato, incluso in punto di non congruenza del giudizio di permanente (anziché temporanea) inidoneità da adottarsi eventualmente a termine della procedura e non nel corso della stessa;

13. con il quinto motivo deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 24, 52 L. Autunno. in combinato disposto con gli artt. 409,433 c.p.c.,, per improcedibilità della domanda di condanna risarcitoria del lavoratore, per effetto dell’ammissione della società cessionaria alla procedura concorsuale di amministrazione straordinaria;

14. il motivo è infondato;

15. nel riparto di competenza tra il giudice del lavoro e quello del fallimento il discrimine va individuato nelle rispettive speciali prerogative, spettando al primo, quale giudice del rapporto, le controversie riguardanti lo status del lavoratore, in riferimento ai diritti di corretta instaurazione, vigenza e cessazione del rapporto, della sua qualificazione e qualità, volte ad ottenere pronunce di mero accertamento oppure costitutive, come quelle di annullamento del licenziamento e di reintegrazione nel posto di lavoro; rientrano, viceversa, nella cognizione del giudice del fallimento, al fine di garantire la parità tra i creditori, le controversie relative all’accertamento ed alla qualificazione dei diritti di credito dipendenti dal rapporto di lavoro in funzione della partecipazione al concorso e con effetti esclusivamente endoconcorsuali, ovvero destinate comunque ad incidere nella procedura concorsuale (Cass. 30 marzo 2018, n. 7990; Cass. 28 ottobre 2021, n. 30512); salva l’ipotesi dell’accertamento (e di esso solo) dell’entità dell’indennità risarcitoria da parte del giudice del lavoro, anziché fallimentare, per il riflesso del “radicale mutamento del regime selettivo e di commisurazione delle tutele… anche sulla ripartizione cognitoria qui in esame” (Cass. 21 giugno 2018, n. 16443; Cass. 21 febbraio 2019, n. 5188; Cass. 8 febbraio 2021, n. 2964)

16. nel caso in esame, la Corte territoriale si è attenuta ai superiori principi di diritto, limitandosi ad una pronuncia di mero accertamento (determinazione dell’indennità risarcitoria spettante), senza accedere a quella di condanna richiesta dal lavoratore, nella competenza cognitoria del giudice concorsuale;

17. rimane assorbito il ricorso incidentale condizionato (relativo a dedotta revoca del licenziamento per fatti concludenti);

18. il ricorso deve perciò essere respinto, con regolazione delle spese del grado, liquidate come da dispositivo secondo il regime della soccombenza, e raddoppio del contributo ove dovuto, sussistendo i relativi presupposti processuali.

P.Q.M.

La Corte respinge il ricorso, assorbito il ricorso incidentale condizionato.

Condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio, che liquida in Euro 5.000 per compensi, Euro 200 per esborsi, spese generali al 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quarter, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13, se dovuto.


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