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L’assegnazione della casa incide sul mantenimento?

22 Settembre 2022 | Autore:
L’assegnazione della casa incide sul mantenimento?

Le ultime pronunce della Cassazione riconoscono che il godimento dell’abitazione familiare influisce parecchio sull’importo dell’assegno periodico da versare all’ex.

Molte coppie di coniugi in fase di separazione o di divorzio si domandano se l’assegnazione della casa coniugale influisce sulla determinazione dell’assegno di mantenimento e sull’importo da versare periodicamente all’ex partner meno abbiente. Chi deve pagare l’assegno pensa che l’assegnazione della casa all’altro coniuge, per abitarvi insieme ai figli minori, ha una valenza economica, e così vuole sapere se è possibile tagliare l’importo del mantenimento o addirittura azzerarlo completamente.

L’assegnazione della casa coniugale incide sul mantenimento? Potrebbe arrivare a ridurne l’importo, o addirittura ad escluderlo del tutto, per il fatto che il beneficiario ha già ottenuto l’immobile in godimento, magari togliendone la disponibilità al suo proprietario? A queste impegnative domande la giurisprudenza ha dato risposte contrastanti, ma ultimamente la Corte di Cassazione si sta orientando nel riconoscere l’importanza dell’assegnazione della casa familiare ai fini della quantificazione del mantenimento: il godimento dell’abitazione è un’utilità economica per chi ne trae vantaggio e un sacrificio per chi invece ne perde la disponibilità e, oltre a ciò, è chiamato anche a versare l’assegno periodico all’ex. Tenuto conto di tutto ciò, sarebbe iniquo gravare eccessivamente la parte onerata.

Assegnazione casa e mantenimento: quali rapporti?

Fino a non molto tempo fa, la giurisprudenza dominante riteneva che tra l’assegnazione della casa familiare e il riconoscimento del mantenimento non sussistesse alcun legame, perché i due istituti traggono origine da ragioni diverse: dopo la separazione dei coniugi, la dimora familiare viene assegnata al genitore che continuerà ad abitarvi insieme ai figli minori, per mantenerli nel loro habitat e non costringerli a trasferirsi, sradicandoli dal luogo in cui stavano crescendo.

L’assegnazione della casa familiare è, quindi, un provvedimento disposto esclusivamente a tutela della prole (tant’è che se non vi sono figli minori, o maggiorenni disabili, l’ex coniuge non ha diritto ad abitarvi), mentre il mantenimento – come sancisce l’art. 156 del Codice civile – serve a preservare le condizioni economiche dell’ex coniuge più debole, in quanto privo di adeguati redditi propri ed ha un’evidente funzione solidaristica.

L’assegnazione della casa coniugale influisce sul mantenimento?

In termini espliciti, potremmo dire che l’assegnazione della casa non è affatto una misura assistenziale, ma è stabilita soltanto in ragione della coabitazione con i figli minori, che, se possibile, hanno diritto a continuare a crescere nel luogo in cui già abitavano prima della separazione dei loro genitori: quindi il provvedimento di assegnazione della casa può, e deve, essere disposto indipendentemente dalla statuizione dell’obbligo di versamento dell’assegno periodico di mantenimento.

In altre parole, basandoci sui principi che abbiamo illustrato, il risultato è che anche un genitore “ricco” e dotato di adeguati redditi propri potrà senz’altro ottenere l’assegnazione della casa coniugale, ma non avrà affatto diritto ad essere mantenuto dall’ex coniuge.

Quando l’assegnazione della casa riduce il mantenimento?

In base al tradizionale e consolidato orientamento che abbiamo esposto, si dovrebbe pensare che con l’assegnazione della casa coniugale il mantenimento resta intatto; ma di recente la giurisprudenza ha manifestato alcune significative aperture ed è arrivata a ritenere che la disponibilità della casa familiare rappresenta un’utilità sicuramente valutabile in termini economici, e perciò bisogna tenerne conto nella determinazione dell’importo dell’assegno di mantenimento da riconoscere all’ex coniuge assegnatario dell’immobile.

D’altronde, il chiaro legame tra l’assegnazione della casa familiare ed il mantenimento emerge dalla formulazione dell’art. 337 sexies del Codice civile, che stabilisce: «Dell’assegnazione il giudice tiene conto nella regolazione dei rapporti economici tra i genitori, considerato l’eventuale titolo di proprietà» (l’immobile, infatti, può appartenere a soggetti diversi dall’assegnatario, come quando è interamente dell’altro coniuge, o dei suoi genitori).

Mantenimento tagliato per assegnazione casa: di quanto?

La norma civilistica che abbiamo riportato lascia un’ampia discrezionalità al giudice che deve decidere le condizioni della separazione o del divorzio, in modo da tener conto dei riflessi economici – ovviamente, positivi per l’assegnatario e negativi per il proprietario – che l’assegnazione della casa comporta. Non va dimenticato, infatti, che chi ottiene l’assegnazione della casa familiare acquisisce per parecchi anni la disponibilità di una casa quasi gratis (dovendo pagare soltanto i consumi) e perciò consegue un notevole beneficio economico: questo fattore deve essere considerato per determinare la cifra del mantenimento periodico.

Perciò, tenendo conto di tutti i fattori in gioco (ad esempio, il risparmio di spesa che l’assegnatario della casa ottiene, non dovendo prendere un alloggio analogo in affitto) il giudice potrà riconoscere il mantenimento in misura inferiore a quella che avrebbe stabilito non considerando la casa assegnata. Non c’è nessun automatismo, e la decisione va presa caso per caso, analizzando le situazioni economiche delle parti e il valore dell’immobile assegnato.

Mantenimento ridotto per assegnazione casa in comproprietà fra i coniugi

L’ultima sentenza della Suprema Corte sul tema [1] riconosce l’incidenza della casa assegnata non soltanto dal punto di vista dell’indubbio beneficio economico che ne trae l’ex coniuge che ne ottiene il godimento, ma anche nella prospettiva del sacrificio compiuto dal coniuge proprietario, che perde la disponibilità di quell’abitazione per molti anni, almeno fino a quando i figli collocati presso il genitore assegnatario non saranno divenuti maggiorenni ed economicamente indipendenti, perché solo a quel punto l’assegnazione potrà essere revocata e la casa potrà tornare nel pieno possesso del proprietario. L’ordinanza in commento affronta la questione da un punto di vista molto pratico, e considera anche il fatto che il coniuge assegnatario resta a vivere, insieme ai figli minori, nella ormai ex casa familiare, mentre il coniuge proprietario ma non assegnatario deve andare altrove e sopportare le spese necessarie per trovare un’altra abitazione.

L’orientamento espresso dai giudici di piazza Cavour è talmente forte e convinto da riconoscere questo principio anche nel caso in cui il coniuge assegnatario della casa è comproprietario di quell’immobile, perché – spiega il Collegio – «il godimento di tale bene non trova fondamento nella comproprietà dello stesso, ma nel provvedimento di assegnazione, opponibile anche ai terzi, che limita la facoltà dell’altro coniuge di disporre della propria quota e si traduce, per esso, in un pregiudizio economico, valutabile ai fini della quantificazione dell’assegno dovuto».

Di conseguenza, nel caso deciso, gli Ermellini hanno detto stop all’erogazione di un assegno di mantenimento alla moglie, che – in quanto genitore collocatario dei figli minori rimasti a vivere con lei dopo la separazione coniugale – già aveva ottenuto l’assegnazione della casa familiare di  cui era comproprietaria insieme al marito. La sentenza impugnata è stata cassata in ragione della «mancata considerazione dell’assegnazione della casa familiare ai fini della determinazione dell’assegno di mantenimento». Così l’uomo non dovrà più versare 350 euro mensili alla ex moglie, proprio per effetto dell’avvenuta assegnazione della casa in favore di lei; ma la vicenda non è ancora terminata, perché la Cassazione ha disposto il rinvio della causa al giudice del merito per la concreta quantificazione dell’eventuale assegno residuo spettante all’ex coniuge. La determinazione dell’importo dovrà, però, avvenire alla stregua dei principi enunciati dalla Suprema Corte. Puoi leggere l’intera sentenza nel box qui sotto.


note

[1] Cass. ord. n. 27599 del 21.09.2022.

Cass. civ., sez. I, ord., 21 settembre 2022, n. 27599
Presidente Valitutti – Relatore Reggiani

Svolgimento del processo

Con sentenza n. 822/2018, depositata il 20/11/2018, la Corte d’appello di Reggio Calabria ha rigettato l’impugnazione proposta da G.A. contro la decisione di primo grado, con la quale il Tribunale della stessa città aveva pronunciato la separazione personale dei coniugi, addebitandola al marito, per avere intrattenuto una relazione extraconiugale, e aveva posto a carico della stesso il contributo a mantenimento della moglie (Euro 350,00 mensili) e della figlia minorenne (Euro 350,00 mensili), affidata ad entrambi i genitori, assegnando l’abitazione familiare alla moglie e adottando altre statuizioni.

Avverso tale decisione, G.A. ha proposto ricorso per cassazione, affidato a quattro motivi.

Gr.La. si è difesa con controricorso, depositando anche memoria ex art. 380 bis.1 c.p.c..

Ragioni della decisione

1. Con il primo motivo di ricorso è dedotta l’omessa o insufficiente motivazione, nonché la violazione dell’art. 116 c.p.c., comma 1, sul punto decisivo della controversia relativo all’accertamento (anche in via comparativa) della causa dell’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, posta a fondamento della richiesta di addebito della separazione, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5).

Con il secondo motivo è dedotta la violazione e Falsa applicazione dell’art. 156 c.c., comma 2, nonché l’omessa o insufficiente motivazione circa un punto decisivo per il giudizio, in relazione al capo della decisione impugnata riguardante la determinazione dell’assegno di mantenimento in favore della moglie.

Con il terzo motivo di ricorso è dedotta la violazione e la falsa applicazione dell’art. 345 c.p.c., e in particolare la violazione del principio dell’unità processuale fra il primo e il secondo grado di giudizio e del diritto di difesa, in relazione alla mancata valutazione del fatto che la moglie si era decisa ad attivarsi per inserirsi nel mondo del lavoro solo a seguito delle censure del ricorrente in ordine alla sua inerzia, come si ricavava dalla documentazione giustificativa sopravvenuta prodotta in appello.

Con il quarto motivo di impugnazione è dedotta la violazione e falsa applicazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., e art. 132 c.p.c., n. 4), in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) nonché l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in ordine a un punto decisivo della controversia, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), per l’intervenuta condanna del ricorrente al pagamento delle spese di lite nonostante la controparte fosse anch’essa soccombente e senza considerare il valore effettivo della controversia, decisamente inferiore a quello presunto in base ai parametri applicati.

2. Il primo motivo di ricorso è inammissibile.

2.1. Si deve premettere che, la nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), come risultante all’esito delle modifiche apportate dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, comma 1, lett. b), (conv. con modif. in L. n. 134 del 2012) ha avuto l’effetto di limitare il vizio di motivazione, quale oggetto del sindacato di legittimità, alle fattispecie nelle quali esso si converte in violazione di legge.

La riformulazione deve essere interpretata alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione.

È, dunque, denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuti in violazione di legge costituzionalmente rìevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali.

In altre parole, a seguito della riforma del 2012 scompare il controllo sulla motivazione con riferimento al parametro della sufficienza, ma resta il controllo sull’esistenza (sotto il profilo dell’assoluta omissione o della mera apparenza) e sulla coerenza (sotto il profilo della irriducibile contraddittorietà e dell’illogicità manifesta), ossia il controllo riferito a quei parametri che determinano la conversione del vizio di motivazione in vizio di violazione di legge, sempre che emerga immediatamente e direttamente dal testo della sentenza impugnata (v. Cass., Sez. U, n. 8053/2014 e, da ultimo, Cass., Sez. 1, n. 13248/2020).

Questa Corte ha, così, precisato più volte che, a seguito della riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), non è più deducibile quale vizio di legittimità il semplice difetto di sufficienza della motivazione, ma i provvedimenti giudiziari non si sottraggono all’obbligo di motivazione previsto in via generale dall’art. 111 Cost., comma 6, e, nel processo civile, dall’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4), che è da ritenersi violato, quando la motivazione sia totalmente mancante o meramente apparente, ovvero risulti del tutto inidonea ad assolvere alla funzione specifica di esplicitare le ragioni della decisione (per essere afflitta da un contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili oppure perché perplessa ed obiettivamente incomprensibile), concretandosi, in tal caso, una nullità processuale deducibile in sede di legittimità ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4) (così Cass., Sez. U, n. 22232/2016; conf. Cass. Sez. 6-3, n. 22598/2018; Cass., Sez. L, n. 27112/2018; Cass., Sez. 6-L, n. 16611 del 25/06/2018; Cass., Sez. 3, n. 23940 del 12/10/2017).

2.2. Nel caso di specie, dalla illustrazione del motivo di ricorso si evince con chiarezza che il ricorrente ha prospettato la presenza, in plurimi punti della decisione, di una motivazione insufficiente, illogica o apparente, ma in realtà, quello che compie è una generalizzata critica di inadeguatezza della stessa, come tale inammissibile per i motivi appena evidenziati.

2.4. Anche il riferimento alla violazione dell’art. 116 c.p.c., non supera il vaglio di ammissibilità.

Com’è noto, la doglianza circa la violazione dell’art. 116 c.p.c. è ammissibile solo ove si alleghi che il giudice, nel valutare una prova o, comunque, una risultanza probatoria, non abbia operato – in assenza di diversa indicazione normativa – secondo il suo “prudente apprezzamento”, pretendendo di attribuirle un altro e diverso valore oppure il valore che il legislatore attribuisce ad una differente risultanza probatoria (come, ad esempio, valore di prova legale), oppure, qualora la prova sia soggetta ad una specifica regola di valutazione, abbia dichiarato di valutare la stessa secondo il suo prudente apprezzamento, mentre, ove si deduca che il giudice abbia solamente male esercitato il proprio prudente apprezzamento della prova, anche senza valutare alcuni elementi rilevanti, la censura è ammissibile, ai sensi del novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, ma solo nei rigorosi limiti in cui esso ancora consente il sindacato di legittimità sui vizi di motivazione (v. da ultimo Cass., Sez. U, n. 20867/2020 e Cass., Sez. 6-2, n. 27847/2021).

E, in effetti, la valutazione delle prove raccolte, anche se si tratta di presunzioni, costituisce un’attività riservata in via esclusiva all’apprezzamento discrezionale del giudice di merito, le cui conclusioni in ordine alla ricostruzione della vicenda fattuale non sono sindacabili in cassazione (così Cass., Sez. 2, n. 20553/2021; v. anche Cass., Sez. 3, Sentenza n. 15276/2021).

2.5. Nel caso di specie parte attrice ha contestato la valutazione delle risultanze istruttorie operate nella sentenza impugnata, criticando gli approdi a cui è pervenuta, così pervenendo ad una censura inammissibile anche sotto il profilo della violazione dell’art. 116 c.p.c..

3. Il secondo motivo è in parte inammissibile e in parte fondato.

Tale motivo comprende la critica della decisione sull’assegno di mantenimento della moglie, posto a carico del ricorrente, per vizio di motivazione e per violazione di legge (l’art. 156 c.c.).

A prescindere dalla generica e inammissibile critica alla valutazione delle risultanze istruttorie operata dal giudice di merito, parte ricorrente ha, in particolare, censurato: 1) il mancato rilievo attribuito, ai fini della considerazione delle condizioni economiche della controricorrente, alla rinuncia di quest’ultima a far valere le pretese successorie nei confronti della sorella, nominata erede universale del padre, erroneamente ritenuta dedotta tardivamente in appello e comunque dall’indimostrata influenza ai fini della decisione; 2) la mancata considerazione del fatto che la controricorrente, genitore con prevalenza collocatario della figlia minore, fosse assegnataria della casa familiare di proprietà di entrambi i coniugi.

3.1. Le censure riferite ad entrambi i punti della decisione sono inammissibili per la parte in cui lamentano un vizio motivazionale, tenuto conto che le critiche si risolvono in inammissibili contestazioni delle valutazioni di merito, illustrate e argomentate nella decisione impugnata e non condivise dal ricorrente.

3.2. È inammissibile anche la censura di violazione di legge, riferita all’art. 156 c.c., nella parte in cui la Corte d’appello non ha dato rilievo alla vicenda successoria della controricorrente ai fini della valutazione delle condizioni economiche della stessa.

Si consideri che il ricorrente ha invocato precedenti giurisprudenziali che attengono a beni acquisiti per successione ereditaria dopo la separazione, rilevanti ai fini della valutazione delle capacità economiche della parte, allegando che, nella specie, la decisione impugnata si pone in contrasto con tale orientamento del giudice di legittimità.

Tuttavia, dalle stesse sue allegazioni, oltre che dalla sentenza oggetto di censura, si evince con chiarezza che la controricorrente non ha acquisito alcun bene per successione, essendo stata nominata la sorella, e non lei, erede universale del padre.

In sintesi, nessun bene è stato acquisito per successione dalla ricorrente, sicché gli argomenti fatti valere dal ricorrente non appaiono conferenti all’oggetto della decisione.

3.3. È, invece, fondata la censura riferita alla dedotta violazione dell’art. 156 c.c., nella parte in cui è criticata la ritenuta irrilevanza, ai fini della valutazione di an e quantum dell’assegno di mantenimento in favore della contro ricorrente, dal fatto che quest’ultima avesse ottenuto l’assegnazione della casa familiare, di proprietà di entrambi i coniugi, in ragione del collocamento prevalente della figlia minore presso di lei.

La Corte di merito ha ritenuto di non dover valutare tale utilità, comunque goduta dalla controricorrente, perché le statuizioni sull’assegnazione della casa sono poste nell’esclusivo interesse dei figli.

Tuttavia, a prescindere da tale indiscussa funzione della statuizione in esame, finalizzata a conservare l’habitat familiare dei minori, non può negarsi che la menzionata statuizione ha dei riflessi economici, anche se il bene appartiene ad entrambi i coniugi, perché consente al genitore collocatario di evitare le spese per reperire una nuova abitazione, che invece deve essere ricercata dall’altro genitore, che non può godere del bene di cui è comproprietario.

Come di recente affermato da questa Corte, con orientamento in questa sede condiviso, nell’adottare le statuizioni conseguenti alla separazione, deve attribuirsi rilievo anche all’assegnazione della casa familiare che, pur essendo finalizzata alla tutela della prole e del suo interesse a permanere nell’ambiente domestico, indubbiamente costituisce un’utilità suscettibile di apprezzamento economico, anche quando il coniuge separato assegnatario dell’immobile ne sia comproprietario, perché il godimento di tale bene non trova fondamento nella comproprietà dello stesso, ma nel provvedimento di assegnazione, opponibile anche ai terzi, che limita la facoltà dell’altro coniuge di disporre della propria quota e si traduce, per esso, in un pregiudizio economico, valutabile ai fini della quantificazione dell’assegno dovuto (così Cass., Sez. 1, n. 20858/2021; v. anche Cass., Sez. 6-1, n. 25420/2015 e Cass., Sez. 1, n. 4203/2006). La censura deve pertanto essere accolta ne limiti appena indicati.

4. Il terzo motivo è inammissibile.

Il ricorrente ha dedotto la violazione dell’art. 345 c.p.c., in ragione dell’intervenuta acquisizione solo in appello di documenti che dimostrano il conseguimento da parte della moglie diplomi di formazione e abilitazione.

Dalla illustrazione del motivo si evince, però, con chiarezza che non è censurata l’acquisizione al processo della menzionata documentazione, che è espressamente descritta come sopravvenuta, ma viene stigmatizzata la mancata considerazione da parte del giudice di appello della condotta della controparte che, secondo la prospettazione del ricorrente, ha vinto la sua inerzia nel ricercare un’occupazione lavorativa solo in pendenza di giudizio, quando il marito le ha contestato tale inattività.

È dunque evidente che nessuna violazione dell’art. 345 c.p.c., è concretamente prospettata, essendo dedotte critiche al giudizio di merito.

5. Il quarto motivo è assorbito dall’accoglimento, nei limiti sopra indicati, del secondo motivo di impugnazione.

6. In conclusione, deve essere accolto il secondo motivo di ricorso nella parte relativa alla mancata considerazione dell’assegnazione della casa familiare ai fini della determinazione dell’assegno di mantenimento in favore della controricorrente e, assorbito il quarto motivo, dichiarate inammissibili tutte le altre censure, la decisione deve essere cassata nei limiti dell’impugnazione accolta e la causa deve essere rinviata, anche per quanto riguarda le spese del presente grado di giudizio, alla Corte di appello di Reggio Calabria in diversa composizione.

7. In caso di diffusione, devono essere omesse le generalità delle parti e dei soggetti menzionati nella decisione, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.

P.Q.M.

La Corte accoglie il secondo motivo di ricorso nei limiti di cui in motivazione (mancata considerazione dell’assegnazione della casa familiare ai fini della determinazione dell’assegno di mantenimento in favore della controricorrente) e, assorbito il quarto motivo, dichiarate inammissibili tutte le altre censure, cassa la sentenza impugnata nei limiti della impugnazione accolta e rinvia la causa, anche per quanto riguarda le spese del presente grado di giudizio, alla Corte di appello di Reggio Calabria in diversa composizione;

dispone che, in caso di diffusione della presente sentenza, siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti menzionati, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.


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