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Figlio maggiorenne disabile: il giudice della separazione non può decidere sull’affidamento

25 novembre 2014 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 25 novembre 2014



La semplice disabilità non pregiudica la capacità di intendere e volere, salvo sia accertata in autonomo giudizio.

Il figlio disabile che sia divenuto maggiore d’età si presume capace di intendere e di volere; pertanto, nel giudizio di separazione, il giudice non ha il potere di decidere sul suo affidamento, ma solo sull’eventuale diritto al mantenimento. In buona sostanza, allorché il disabile abbia compiuto 18 anni, i soli aspetti che il giudice della separazione potrà disciplinare per la sua successiva assistenza sono solo quelli patrimoniali e non già quelli personali, come l’affidamento e il diritto di visita (circostanze che rilevano, invece, solo per i figli minorenni).

È noto che i genitori, coniugati o meno, hanno il dovere di assistere moralmente e materialmente i propri figli, fornendo loro il necessario mantenimento e impartendo la opportuna istruzione ed educazione in linea con le inclinazioni naturali di ciascuno [1].

Tale responsabilità dei genitori, tuttavia, viene meno quando i figli diventano maggiorenni.

Eccezione a questo principio è prevista, tuttavia, quando il figlio sia portatore di un grave handicap, perché in tal caso la legge prevede che debbano applicarsi integralmente al disabile divenuto maggiorenne le norme previste in favore dei figli minori [2]. In altre parole, sul genitore del figlio maggiorenne disabile persistono gli obblighi previsti nei confronti del figlio minore.

La parificazione tra minore e portatore di handicap riguarda, tuttavia, solo gli aspetti patrimoniali del rapporto genitoriale (cioè quelli relativi al mantenimento economico) e non quelli relativi all’affidamento, condiviso o esclusivo che sia.

È quanto chiarisce il Tribunale di Torino [3] in una pronuncia che si muove in linea con un principio già espresso in passato dalla giurisprudenza [4].

Il figlio maggiorenne – anche se con una grave disabilità – si presume in grado di decidere in maniera autonoma delle proprie questioni personali (come, ad esempio, quella della scelta di convivere con l’uno o l’altro genitore o, anche, di vivere per conto proprio). Può ben darsi, infatti, che l’handicap grave del figlio sia solo fisico, e quindi non incida sulla sua capacità di intendere e di volere.

Il codice civile, in particolare, equipara solo sotto il profilo economico la posizione del figlio minore rispetto a quella del maggiorenne gravemente disabile. In particolare, la legge prevede che il giudice, valutate le circostanze, possa disporre il versamento (in forma diretta) di un assegno periodico in favore di quest’ultimo, quando il giovane non sia economicamente autosufficiente [5]. Il genitore potrà, comunque, nel caso in cui poi il figlio si renda indipendente, presentare una apposita domanda al Tribunale per essere esonerato dall’obbligo del mantenimento.

Per questo motivo, nell’ambito di un giudizio di separazione (così come di divorzio, di modifica delle condizioni degli stessi o di regolamentazione delle condizioni riguardanti un figlio nato fuori dal matrimonio) non può essere proposta la domanda di uno o entrambi i genitori diretta a disciplinare l’affidamento del figlio maggiorenne disabile (ad esempio modificando quello esclusivo in congiunto), né tantomeno quella finalizzata alla regolamentazione del diritto di visita del giovane.

Tale domanda, al pari, non potrebbe essere presentata neppure nell’interesse di un figlio maggiorenne ritenuto immaturo dai genitori, in quanto la legge lo presume perfettamente capace di intendere e di volere.

In pratica, il giudice della separazione, al quale venga chiesto di decidere in merito all’affidamento del portatore di handicap, dovrà rigettare l’istanza del genitore in ragione della maggiore età del figlio.

Ciò non toglie che i genitori possano chiedere che venga accertata in altro contesto giudiziario (quale quello della nomina di un amministratore di sostegno, di inabilitazione o di interdizione) la sussistenza di una ridotta capacità di decidere del figlio e, di conseguenza, stabilire che questi necessiti di una qualche misura di protezione e/o limitazioni alla capacità di agire mediante meccanismi di affiancamento calibrati alle specifiche esigenze di tutela del giovane.

note

[1] Art. 147 cod. civ.

[2] L’art. 337 septies c. 1 cod. civ.

[3] Trib. Torino, sent. del 28.04.2014.

[4] Cass. sent. n. 12977/12; Trib. di Bari, ord. del 18.5.10; Trib. di Padova, ord. del 22.05.06.

[5] L’art. 337 septies c. 2 cod. civ.

Autore immagine: 123rf com

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